Di Giuseppe Gagliano*
BRUXELLES. L’interruzione dei flussi di greggio lungo la direttrice orientale riporta in primo piano una realtà che molti in Europa avrebbero voluto archiviare: la sicurezza energetica resta un fattore di potere, non un semplice tema di mercato. Ungheria e Slovacchia attribuiscono a Kiev la responsabilità del blocco, mentre l’Ucraina indica come causa un attacco russo all’infrastruttura. La verità tecnica conta, ma fino a un certo punto: ciò che pesa davvero è l’uso politico dell’evento.
Quando un oleodotto si ferma, non si interrompe solo un flusso fisico, ma una relazione di dipendenza. E ogni dipendenza, in tempo di guerra, diventa uno strumento di pressione.
Kiev può permettersi di segnalare che il transito energetico non è neutrale; Budapest e Bratislava rispondono ricordando che l’energia non dovrebbe essere piegata a logiche ideologiche. Sono due narrazioni opposte, entrambe funzionali ai rispettivi interessi.

Adria come valvola di sicurezza
La richiesta rivolta alla Croazia di usare l’oleodotto Adria mostra quanto la geografia continui a dettare la politica energetica. Per i Paesi senza sbocco al mare, ogni alternativa passa da territori altrui.
Il porto croato di Omišalj diventa così una porta strategica verso il greggio via mare, cioè verso una parziale emancipazione dalla rotta orientale.
Zagabria si dice pronta ad aiutare, ma inserisce due paletti: diritto europeo e regole statunitensi sulle sanzioni. È un modo per dire che la solidarietà energetica esiste, ma non al prezzo di violare gli equilibri politico-giuridici dell’Occidente.
La Croazia intravede anche un’opportunità: diventare snodo energetico regionale rafforza il suo peso nell’Europa centro-orientale
Scenari economici: costi, rischi e illusioni di autonomia
Sul piano economico, la sostituzione del greggio russo non è indolore. Trasporto marittimo, adattamenti tecnici delle raffinerie, logistica più complessa: tutto questo significa costi maggiori. La stessa compagnia ungherese ammette che l’alternativa è praticabile, ma più rischiosa e onerosa.
Energia, sanzioni e accuse incrociate: il nuovo stress test dell’Europa centrale
Il petrolio che diventa leva politica
L’interruzione dei flussi di greggio lungo la direttrice orientale riporta in primo piano una realtà che molti in Europa avrebbero voluto archiviare: la sicurezza energetica resta un fattore di potere, non un semplice tema di mercato.
Ungheria e Slovacchia attribuiscono a Kiev la responsabilità del blocco, mentre l’Ucraina indica come causa un attacco russo all’infrastruttura. La verità tecnica conta, ma fino a un certo punto: ciò che pesa davvero è l’uso politico dell’evento.
Quando un oleodotto si ferma, non si interrompe solo un flusso fisico, ma una relazione di dipendenza. E ogni dipendenza, in tempo di guerra, diventa uno strumento di pressione. Kiev può permettersi di segnalare che il transito energetico non è neutrale; Budapest e Bratislava rispondono ricordando che l’energia non dovrebbe essere piegata a logiche ideologiche.
Sono due narrazioni opposte, entrambe funzionali ai rispettivi interessi.
Scenari economici: costi, rischi e illusioni di autonomia
Sul piano economico, la sostituzione del greggio russo non è indolore. Trasporto marittimo, adattamenti tecnici delle raffinerie, logistica più complessa: tutto questo significa costi maggiori.
La stessa Compagnia ungherese ammette che l’alternativa è praticabile ma più rischiosa e onerosa.
Il rilascio delle riserve strategiche segnala che il problema è serio ma non ancora critico.
Le scorte servono proprio a comprare tempo.
Tuttavia, se le interruzioni diventassero frequenti, il modello di approvvigionamento basato su esenzioni e deroghe mostrerebbe tutta la sua fragilità.
L’idea di una rapida autonomia energetica dell’Europa centrale resta, per ora, più uno slogan politico che una realtà strutturale.
Valutazione strategica militare: infrastrutture come bersagli
Gli oleodotti sono infrastrutture civili, ma in guerra assumono valore strategico. Attacchi, sabotaggi o semplici interruzioni elettriche possono avere effetti simili a quelli di un’operazione militare: mettere sotto pressione governi, opinioni pubbliche e mercati.
La rotta della Druzhba è già stata più volte esposta a rischi, tra droni e tensioni lungo il tracciato. Proteggere queste infrastrutture richiede cooperazione di sicurezza, sorveglianza e resilienza tecnica. In altre parole, costi aggiuntivi e coordinamento politico-militare.
L’energia entra così nel dominio della sicurezza nazionale, non solo dell’economia.
Geopolitica e geoeconomia: l’Europa divisa davanti al rubinetto
Il caso mette a nudo le fratture europee. Ungheria e Slovacchia difendono le esenzioni e continuano a contare sui flussi russi, mentre altre capitali spingono per il distacco definitivo da Mosca.
L’Unione si trova a gestire un equilibrio difficile: mantenere la linea sulle sanzioni senza destabilizzare i membri più dipendenti.
La posizione di Budapest è coerente con la sua strategia: relazioni pragmatiche con Mosca, dialogo con Washington, resistenza alle pressioni di Bruxelles quando toccano l’energia. La visita della diplomazia americana nella regione mostra che anche gli Stati Uniti seguono da vicino il dossier: la sicurezza energetica europea resta un tassello della più ampia partita strategica.
In definitiva, questa crisi ricorda una lezione semplice: finché l’energia arriva da zone di conflitto o da rivali strategici, ogni barile porta con sé una quota di vulnerabilità politica. E nessuna infrastruttura, da sola, può risolvere un problema che è prima di tutto geopolitico.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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