ESCLUSIVA. Pakistan. Intervista a Shahbaz Gill, accademico, docente e politico pakistano-americano. L’accusa a Islamabad è di violare i Diritti umani con rapimenti e sparizioni forzate, minacce, intimidazioni, arresti di donne e di giornalisti

Di Chiara Cavalieri

ROMA (nostro servizio particolare).  Muhammad Shahbaz Shabbir Gill, noto come Shahbaz Gill, è un accademico, docente e politico pakistano-americano.

Nato nel 1980 a Faisalabad, ha conseguito un PhD in Leadership e Management presso l’Università della Malesia nel 2008.

Dopo una carriera accademica in prestigiose università pakistane e americane, è entrato in politica nel 2018 come portavoce del Governo del Punjab e, successivamente, nel 2020, è stato nominato Assistente Speciale per la Comunicazione Politica del primo ministro Imran Khan.

Dopo la destituzione di Khan nell’aprile 2022, Gill è diventato suo capo di Gabinetto.

Shahbaz Gill in moschea

 

Nel 2022, è stato arrestato con l’accusa di sedizione per dichiarazioni critiche nei confronti dell’Esercito pakistano e ha denunciato di aver subito torture durante la detenzione.

La sua vicenda ha sollevato preoccupazioni internazionali sui Diritti umani in Pakistan.

Nel febbraio 2025, ha visitato Cremona per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle violazioni dei diritti umani nel suo Paese.

Report Difesa lo ha intervistato, in esclusiva, per approfondire il suo percorso e la sua visione sul futuro politico del Pakistan.

Professore, quali sono state le principali sfide nel passaggio dall’accademia alla politica?

La sfida più grande è stata la differenza di sistema.

Nel mondo accademico, se lavori duramente, ottieni risultati e riconoscimenti in modo diretto.

La politica, invece, è completamente diversa: non c’è un percorso strutturato e, anche se lavori sodo, potresti non vedere risultati.

In politica, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, il denaro gioca un ruolo centrale e spesso viene usato per corrompere il sistema. Chi ottiene il potere si arricchisce e distribuisce favori a collaboratori, giornalisti e funzionari governativi, creando una rete di corruzione. Per chi, come me, vuole rimanere onesto, è difficile costruire gli stessi legami e si affronta una forte resistenza sia interna che esterna.

Il problema è che chi non partecipa alla corruzione viene visto come una minaccia. Se qualcuno onesto cresce e ottiene potere, l’intero sistema rischia di crollare.

Questo è stato il mio ostacolo più grande, ed è anche il motivo per cui trovo ispirante il percorso di Imran Khan: ha affrontato le stesse sfide.


Imran Khan, Fondatore e presidente del Pakistan Tehreek-e-Insaf (PTI) ed  ex primo ministro del Pakistan

 

Come descriverebbe la sua esperienza come portavoce del Governo del Punjab?

È stata un’esperienza preziosa. Essendo originario del Punjab, ho avuto l’opportunità di comprendere meglio il funzionamento del sistema amministrativo pakistano. Il Governo provinciale gestisce settori chiave come sanità, istruzione e sicurezza, mentre la politica estera e la difesa dipendono dal governo federale.

Durante il mio mandato, ho identificato molte criticità e ho visto con i miei occhi come il sistema venga manipolato da gruppi di potere per interessi personali, privando la popolazione dei propri diritti.

Ho anche osservato da vicino la corruzione nel settore dello sviluppo e il cattivo utilizzo degli aiuti esteri e delle ONG. Questa esperienza mi ha fornito una visione chiara della situazione.

Nel 2022, lei fu arrestato. Oggi come commenta quei giorni?

È stato un episodio sfortunato. La mia dichiarazione era basata su principi già stabiliti dalla Corte Suprema, secondo cui chi riceve uno stipendio dai contribuenti non dovrebbe compiere atti incostituzionali.

Invece di essere semplicemente arrestato, sono stato rapito e torturato.

Solo quando è emerso un video della mia cattura, le autorità sono state costrette a registrare ufficialmente il mio caso. Ancora oggi porto i segni fisici delle torture subite, ma questa esperienza ha rafforzato la mia determinazione a lottare per la giustizia.

Manifestanti a favore di Imran Khan


In che modo la sua formazione accademica ha influenzato il suo approccio alla politica?

La mia formazione mi ha dato una visione analitica e un approccio basato sulla ricerca. Ho imparato a non accettare le informazioni passivamente, ma a verificarle da più fonti prima di formulare un’opinione.

Quando ero portavoce del primo ministro, la pandemia di COVID-19 ha dimostrato quanto la comunicazione sia cruciale.

Abbiamo dovuto gestire la paura collettiva e trasmettere messaggi chiari senza causare panico. Inoltre, ho avuto un ruolo nella gestione della comunicazione con Paesi chiave come Stati Uniti, India e Cina. Il mio background accademico mi ha aiutato a navigare queste sfide.

Può raccontarci della sua recente visita a Cremona?

La mia visita in Italia è stata profondamente ispirante. A Brescia, migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro le violazioni dei diritti umani in Pakistan, nonostante le minacce subite dalle loro famiglie in patria.

Sono orgoglioso della comunità pakistana all’estero, in particolare in Italia, che ha dimostrato un forte impegno per la giustizia. Sono anche grato alle autorità italiane per la sicurezza e il supporto che mi hanno garantito.

Quali sono le principali violazioni dei diritti umani in Pakistan, oggi?

Le violazioni sono molteplici:

  • Rapimenti e sparizioni forzate
  • Minacce e intimidazioni a cittadini comuni
  • Arresti di donne e repressione dei giornalisti
  • Censura mediatica
  • Distruzione delle proprietà degli oppositori politici
  • Persecuzione delle donne e dei bambini
  • Uso della giustizia militare contro civili
  • Uccisioni di manifestanti pacifici
Una donna pakistana

 

Come vede il futuro politico del Pakistan?

Siamo in un momento critico, ma anche di grande consapevolezza. La resistenza guidata da Imran Khan ha unito la popolazione nella lotta per la democrazia.

Le elezioni dell’8 febbraio hanno dimostrato che il popolo pakistano non si lascia più manipolare dall’establishment. Questo è un segnale positivo per il futuro politico del Paese.

Secondo lei, quali attività potrebbero essere necessarie per migliorare i diritti umani in Pakistan?

Il primo passo è tenere elezioni libere e trasparenti. È essenziale rilasciare Imran Khan e tutti i prigionieri politici e revocare le leggi oppressive che limitano la giustizia indipendente.

Solo con un governo legittimo e rappresentativo si potranno garantire diritti umani e democrazia.

Manifestazione di donne pakistane per i Diritti umani

E sempre parlando di diritti umani che messaggio vorrebbe inviare alla comunità internazionale?

Le violazioni dei diritti umani non sono solo un problema locale, ma globale.

Il deterioramento della democrazia in Pakistan ha anche conseguenze economiche: la disoccupazione spinge alla migrazione illegale, con tragici incidenti come naufragi in mare.

Chiedo alla comunità internazionale di non restare in silenzio e di agire con decisione contro l’oppressione in Pakistan.

Cosa farà nei prossimi mesi per  lottare per i diritti umani. Sono piani futuri politici e accademici?

La mia priorità è affrontare l’attuale crisi: ottenere la libertà di Imran Khan e dei prigionieri politici.

A lungo termine, voglio lavorare per migliorare le condizioni della mia comunità di origine, garantendo accesso all’istruzione e ai diritti fondamentali.

Professore, come vede l’integrazione della diaspora pakistana in Europa?

In alcuni Paesi, come il Regno Unito, la comunità pakistana è ben integrata, ma in altre Nazioni europee c’è ancora molto da fare.

Serve maggiore impegno sia da parte delle istituzioni ospitanti che dei leader della diaspora per favorire una piena integrazione sociale e politica.

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