Di Cristina Di Silvio*
ROMA. L’industria spaziale globale è un nuovo terreno di confronto tra potenze, una sfida che l’Europa non può più ignorare.
Mentre la corsa allo Spazio del XXI secolo accelera, l’Europa resta drammaticamente ai margini.
Nel 2024, il mondo ha assistito a 261 lanci spaziali globali, di cui 134 effettuati da SpaceX, azienda privata statunitense.

La Cina ha effettuato 68 missioni, mentre l’intera Europa ne ha realizzate solo 3.
Una distanza siderale che mette in discussione non solo la capacità industriale ma anche il peso geopolitico del vecchio continente nello Spazio.
Un tempo arena della competizione tra superpotenze durante la Guerra Fredda, oggi lo spazio è diventato campo di scontro tra visioni economiche, modelli di governance e capacità strategiche.

La nuova corsa allo spazio si gioca non più esclusivamente tra Stati, ma tra ecosistemi pubblico-privato, e vede in prima linea gli Stati Uniti, che hanno saputo catalizzare l’innovazione affidandosi a una crescente deregolamentazione e all’iniziativa privata. Il caso emblematico è SpaceX, che da sola ha superato in lanci annuali qualsiasi singolo Stato.
Se fosse una Nazione, sarebbe la prima potenza spaziale del pianeta.
Questo non è solo un trionfo dell’industria americana, ma anche una dimostrazione della forza del capitalismo applicato allo spazio, che ha ridotto i costi di lancio di circa l’80% negli ultimi dieci anni.
In netto contrasto, l’Europa continua a scontare una eccessiva dipendenza da iniziative pubbliche frammentate, ostacolate da burocrazia, assenza di una visione unitaria e ritardi strategici.
L’Italia rappresenta un caso interessante e parzialmente virtuoso: è attualmente in discussione in Parlamento un disegno di legge volto a regolamentare e incentivare il settore spaziale nazionale, riconoscendo il valore economico, scientifico e difensivo di questo ambito.
L’impatto globale dello spazio non è più confinato all’esplorazione scientifica o al prestigio nazionale.
Come profetizzato da Arthur C. Clarke, l’avvento dei satelliti sta modificando in profondità la società umana: le mega-costellazioni satellitari come Starlink, Qianfan, Kuiper e SatNet promettono di connettere oltre due miliardi di persone oggi escluse dall’accesso a Internet, generando conseguenze economiche, sociali e politiche senza precedenti.
In questo scenario, la mancata presenza dell’Europa non è solo una questione industriale, ma una vulnerabilità strategica che può compromettere la sovranità tecnologica, la sicurezza informatica, la difesa e il posizionamento geopolitico del continente.
Non si tratta più di scegliere se investire nello spazio, ma di decidere se restare irrilevanti o assumere un ruolo da protagonisti nel più grande cambio di paradigma tecnologico dai tempi della rivoluzione digitale.
L’Europa ha urgente bisogno di una strategia spaziale integrata, che vada oltre le logiche nazionali e riconosca il potenziale del settore privato.
Occorre riformare il quadro normativo, incentivare l’imprenditoria tecnologica e coordinare gli sforzi a livello continentale.
L’alternativa non è lo status quo: è la marginalizzazione storica.
*Esperta Relazioni internazionali, istituzioni e diritti umani (ONU)
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