FASCISMO REPUBBLICANO: LA MORTE DI ETTORE MUTI. CONTROSTORIA SENZA MISTERI. NON CI FURONO CONGIURE DI STATO NE’ UN’ESECUZIONE PIANIFICATA DAI CARABINIERI

Di Marco Riscaldati*

ROMA. “Esiste la storia ed esiste la fantasia. Quando la storia non combacia con le proprie scelte ideologiche, si esercita la fantasia e si ha quella specifica forma di storia che si chiama dietrologia”.

Così Francesco Cossiga disse a Roberto Arditti nel corso di un’intervista riguardante il caso Moro e i suoi tanti, troppi misteri inseguiti e, forse, desiderati.

Questa riflessione possiede ancora una sua attualità con riguardo ad un fatto avvenuto oltre 80 anni fa: la morte di Ettore Muti, emblema virtuoso dell’arte del complottismo e del cortocircuito delle congetture.

Forse tutto alfine ammissibile sebbene a soffiare il vento carezzevole dell’insinuazione diffamante, che voleva far passare la morte di Muti come un’esecuzione di Stato, furono per primi i fascisti della Repubblica di Salò a cui giovò la propaganda sull’eroe morto per mano dei biechi traditori del fascismo e della Nazione.

Ettore Muti nella divisa del PNF

L’ENIGMA MUTI

Tuttavia, anche dopo la guerra, dell’enigma Muti si impossessò una buona parte della storiografia rapita da resoconti frettolosi dal sapore occulto basati su ipotesi incongruenti utili però a scivolare tra le braccia morbose e seduttive della cospirazione e del mistero.

Mi sorprende da tempo che queste fallaci ricostruzioni siano ancora diffuse e sopravviventi, che vengano tuttora riproposte. Non a caso, se si sfoglia un libro, se si leggono un articolo, un testo od un qualsiasi elaborato riguardanti la morte di Muti si rinvengono in modo prodigo teorie esibite come solide che alimentano una visione complottista dei fatti fondata su presunte ambiguità e contraddizioni, su misteri che tali non sono.

Addirittura qualche noto autore è arrivato a definire quello di Muti il primo assassinio di Stato del post fascismo, una sorta di proto omicidio figlio di un disegno diabolico e abilmente congegnato per eliminare uno scomodo e pericoloso personaggio.

In realtà, niente di tutto ciò è accaduto. Scevri da pregiudizi e da fascinose teorie, basterebbe analizzare con rigorosa logica e con autentica coerenza la sequenza dei frangenti, la scansione dei tempi e la dinamica dei fatti per rendersi conto, senza nemmeno troppo sforzo, che non si trattò per nulla di un’esecuzione di Stato, che i carabinieri non furono strumento di nessuno, quanto invece protagonisti di un tragico incidente.

E, per quanto riguarda l’esistenza di un piano segreto e di intenti omicidiari riconducibili a presunti mandanti, basterebbe leggere con la necessaria acribia quanto scritto da diversi magistrati nei loro provvedimenti di archiviazione accettando serenamente le loro logiche conclusioni.

Cosa avvenne, dunque, 83 anni addietro? In principio bisogna capire chi fu Ettore Muti.

Nato Muty, ravennate, fu un gerarca fascista che dopo la sua morte divenne il martire laico degli irriducibili di Salò. A lui venne intitolata una Legione che si macchiò di turpi crimini e nefandezze durante il periodo della Repubblica sociale.

Ma di ciò, Muti non ne ha colpa. Anzi, siamo certi che non l’avrebbe né approvato né consentito.

UNA VITA AVVENTUROSA

Audace, intrepido, amante dell’ardimento divenne presto un eroe di guerra plurimedagliato a tal punto da venir soprannominato il più bel petto d’Italia per le numerosissime medaglie al valore conquistate nella guerra d’Etiopia, in quella di Spagna e nella Seconda Guerra mondiale che ornavano fittamente la sua uniforme di aviatore.

Poco portato per lo studio, a 13 anni era stato espulso da tutte le scuole per aver aggredito e malmenato un professore. Così, nel dicembre del 1915, a nemmeno 14 anni, era scappato di casa per andare a combattere.

Venne scoperto dai carabinieri che lo rispedirono a Ravenna.

L’anno seguente ritentò falsificando la sua data di nascita. Riuscì ad arruolarsi come volontario negli Arditi trovando ciò che cercava: il rischio. Partecipò alle azioni più audaci che gli valsero una proposta per la concessione di una Medaglia d’Oro al Valor militare.

Fu costretto a rifiutarla per non svelare la sua falsa identità che, ad ogni modo, di lì a poco venne nuovamente smascherata.

Muti non vide la conclusione della guerra perché venne rimandato a casa.

L’anno successivo si iscrisse al neonato movimento fascista e nel 1919 partecipò entusiasta all’impresa di Fiume.

Questo ragazzone energico e spericolato, dalla corporatura muscolosa e dal collo taurino, conquistò l’attenzione di d’Annunzio che coniò per lui l’appellativo di Gim dagli occhi verdi e che dirà di lui “Voi siete l’espressione del valore sovrumano, un impeto senza peso, un’offerta senza misura, un pugno d’incenso sulla brace, l’aroma di un’anima pura”.

Terminata l’esperienza fiumana, nel 1923 entrò nella neocostituita Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, corpo di polizia del partito fascista.

Fu comandante della coorte di Ravenna e nel 1925 diventò console.

Il 13 settembre 1927 subì un attentato nella piazza principale della sua città. Lorenzo Massaroli, noto per le sue idee di sinistra, gli sparò alcuni colpi di pistola al braccio e al ventre. Giunse in ospedale in fin di vita ma la sua fibra eccezionale lo salvò.

Gli resterà come ricordo una cicatrice al ventre di 20 cm. Si spostò a Trieste, al comando della 3a Legione della Milizia portuale.

Qui incontrò il Duca Amedeo d’Aosta che, impressionato dal suo carattere ardimentoso, lo convinse ad entrare nell’aeronautica. Così nel 1934 prese il brevetto di pilota e si traferì a Roma. Nella Capitale si diede alla bella vita, circondato da donne avvenenti.

Cantanti, attrici, ballerine, mogli di personaggi altolocati, tutte sedotte dal suo aspetto virile, dal suo carattere brillante, dal suo fascino di guerriero.

Numerose donne divennero sue amanti, tra cui la spagnola Araceli Ansaldo y Cabrera da cui nel 1931 avrà, si dice, un figlio illegittimo e poi una figlia, Jolanda, che nascerà dopo la sua morte.

Nel frattempo, pur di entrare nella Regia Aeronautica accettò l’arretramento al grado di Tenente.

lo

Ettore Muti n tenuta di volo

Con l’aiuto del suo amico Galeazzo Ciano si fece assegnare ad una squadriglia di bombardieri e partecipò alla guerra di Etiopia, indi a quella di Spagna dove si conquistò il soprannome di el Cid alato.

La giovane età, il vigore fisico e le sue doti audaci di combattente lo elessero a figura ideale del fascismo, a modello sublime dell’uomo italico amato dal regime.

Era affascinante, facinoroso, esaltato e spaccone, quanto bastava per riconoscergli una carriera anche in politica. Galeazzo Ciano divenne il suo principale sostenitore.

Nell’agosto del 1939 Mussolini lo nominò consigliere nazionale della Camera dei fasci e delle corporazioni e nell’ottobre dello stesso anno, su proposta di Ciano, fu nominato segretario del Partito nazionale fascista in sostituzione del frusto Achille Starace.

Ma il lavoro di scrivania, intriso di burocrazia, non faceva per lui. Lo disgustavano gli intrighi di palazzo e la corruzione dei gerarchi. Era un uomo d’azione che amava andare là dove c’è bisogno. Va da sé che dopo poco più di un anno lasciò la segreteria del partito.

C’era una nuova guerra da combattere, una guerra mondiale. Ottenne il comando di un Gruppo di Savoia Marchetti di stanza a Ciampino e compì missioni su Alessandria d’Egitto, su Haifa, in Francia e nei cieli d’Inghilterra.

Nel 1943 venne inviato a Madrid per esigenze diplomatico-militari ed incontrò dopo molti anni la sua ex amante Araceli Ansaldo. Rientrò in Italia nel febbraio di quello stesso anno per ritornare in Spagna poco tempo dopo. Il 25 luglio, giorno della caduta di Mussolini, si trovava ancora nella penisola iberica.

LA CADUTA DEL FASCISMO 

Ritornò a Roma due giorni dopo, a seguito di un estenuante viaggio in treno. Il fascismo era caduto, Mussolini era stato arrestato.

 

Iniziò, allora, ad affrancarsi dalle idee del regime che negli ultimi anni non mancò di biasimare esprimendo senza remore, anche pubblicamente, aspre critiche su Mussolini e sulla dittatura. Con la formazione del Governo Badoglio ebbe inizio una nuova fase con cui Muti riuscì in un primo momento a convivere in relativa tranquillità. Con discrezione si ritirò a Fregene, sul litorale nord di Roma, in una villetta presa in affitto.

Ma era noto che egli fosse amico dei tedeschi, di Kesselring, comandante in capo delle truppe germaniche in Italia, e del Generale Wolfram von Richthofen, comandante dell’aviazione tedesca. Frequentava i loro salotti, trascorreva le calde serate estive nelle loro abitazioni.

DOPO IL 25 LUGLIO 1943

E lo fece dopo il 25 luglio, in assoluta trasparenza e senza alcuna ritrosia.

La riunione del Gran Consiglio del Fascismo del 24-25 luglio 1943

Temeva, tuttavia, che questo suo contegno potesse esser mal interpretato. Il 7 agosto telefonò al capo della polizia, Carmine Senise, informandolo di aver appreso che su di lui pendeva un’ipotesi di fermo preventivo da parte dei carabinieri e di essere per tal motivo molto rammaricato. Se vi fossero state indagini sul suo conto, bastava dirlo.

Si sarebbe presentato spontaneamente all’autorità. Senise interpellò il Comandante generale dell’Arma Cerica il quale negò l’esistenza di attenzioni sul gerarca. Per sua tranquillità, quindi, Muti decise di riferire a Senise le sue frequentazioni chiedendogli consiglio su come comportarsi.

Doveva abbandonare queste camarille oppure poteva continuare a farne parte almeno nella loro forma più conviviale e briosa? Senise lo rassicurò.

Non v’era problema alcuno. Anzi, lo invitò a perseverare nei suoi appuntamenti mondani onde poter carpire informazioni sull’atteggiamento dei tedeschi dopo la caduta di Mussolini. Insomma, gli venne chiesto di unire l’utile al dilettevole, di fare l’infiltrato. E Muti, ci mancherebbe, accettò.

Ci fu qualche autore, però, che anni dopo scrisse che Muti frequentava i tedeschi unicamente perché soffriva di un grave problema agli occhi ed aspirava a farsi segnalare da loro un buon oculista. Curiosa giustificazione visto che quando informò Senise delle sue ospitate nei salotti germanici egli non fece alcun riferimento a questa patologia.

In questo clima, una delle prime iniziative del nuovo capo del Governo fu quella di allontanare dai comandi quegli ufficiali considerati troppo filotedeschi.

Tra questi cadde la testa del Generale Amé, capo del Sim (Servizio Informazioni Militare), ritenuto troppo compromesso.

Al suo posto Badoglio scelse il rampante Generale Giacomo Carboni che aveva sentimenti a lui affini. Poiché Carboni comandava anche il Corpo d’armata motocorazzato, non si volle distrarlo oltremodo con un secondo impegnativo posto di responsabilità.

Pertanto, egli venne nominato commissario a tempo determinato del Sim a condizione che questo supplementare incarico non lo assorbisse troppo, distogliendolo dalla sua principale carica di comandante del Corpo d’Armata che avrebbe dovuto occuparsi della difesa di Roma.

Invece, Carboni si dedicò molto di più al Sim e allo spionaggio politico, interessandosi più di Muti e degli altri gerarchi che dell’organizzazione dei comandi dipendenti, di strategie e piani difensivi.

Accadde – dunque – che in quei giorni di agosto del 1943 Badoglio si fece ammaliare da una notizia che proprio Carboni gli aveva recato. Si erano infittite delle voci riguardanti un controgolpe volto a restaurare il regime fascista con il deciso appoggio dei tedeschi.

Il Generale Pietro Badoglio

Badoglio, che nutriva un tremendo e mal celato timore verso l’alleato germanico, si preoccupò moltissimo di questa eventualità anche se, oltre alle voci, non furono colti segni concreti o minacciose avvisaglie a sostegno di questa ipotesi. Insomma, al di là dei fatui ammonimenti di Carboni, non c’era nulla di palpabile.

Tuttavia, le chiacchiere intorno a un possibile nuovo colpo di Stato iniziarono a circolare anche negli ambienti politici.

Il 22 agosto, Ivanoe Bonomi annotava nel suo diario che il professor D’Antona e un suo amico gli avevano raccontato che era “imminente un’occupazione tedesca di Roma. Si sta preparando il colpo che si farà presto, prima della fine del mese. La notizia è grave. Voglio interrogare il ministro Piccardi, che vedo per alcune pratiche a mezzogiorno»[1].

E il giorno successivo, Bonomi scriveva ancora che “stamani le voci di un colpo sulla capitale formano oggetto di tutte le conversazioni…il moto dovrebbe scoppiare in Roma per opera dei fascisti segretamente armati e organizzati…il potere sarà preso da un governo filo-tedesco nel quale potrà avere voce Farinacci. Acquarone …è allarmatissimo; precisa che il putsch avverrà il 26 o il 27 corrente”[2].

Si dirà, poi, che l’idea di un contro putsch da esibire a Badoglio e da iniettare negli anfratti istituzionali altro non fu che un’abile manovra dell’ambizioso Carboni avente il fine di giubilare Badoglio e prenderne il posto. L’ondata di repressione antifascista e l’epurazione dei filotedeschi, a cui il nuovo capo del governo aveva dato inizio, non era infatti molto gradita al re che il 16 agosto fece sapere a Badoglio che “l’eliminazione degli appartenenti al Partito fascista da ogni attività pubblica deve recisamente cessare. Ove il sistema iniziato perdurasse si arriverebbe all’assurdo di implicitamente giudicare e condannare l’opera stessa del Re [così] che la maggioranza degli ex fascisti vedendosi abbandonata dal Re e perseguitata dal governo, tra non molto ricomparirà nelle piazze in difesa della borghesia […] decisamente orientata a sinistra e contraria alla monarchia”.

Ma il terrore per i tedeschi prevalse e indusse Badoglio a fidarsi di Carboni.

Se poi si fosse rivelato tutto vero? Il maresciallo non volle correre rischi. Anche perché in questo ipotizzato scenario da controgolpe il maggior candidato a diventare il leader del nuovo corso fascista non poteva essere che Ettore Muti, l’uomo dal gran fascino e carisma, l’unico che poteva far risorgere il passato regime. Per Carboni, oltretutto, costui era un uomo violento, scaltro e pericoloso, «di struttura psichica troppo elementare per sapere dominare l’istinto»[3].

LA MORTE DI ETTORE MUTI (AGOSTO 1943)

Badoglio si convinse. Muti costituiva una minaccia da neutralizzare.

Ne ordinò l’arresto assieme ad una nutrita schiera di fascisti e di personalità di rilievo ancora rimasta a Roma in semiclandestinità tra cui gli ex segretari del PNF Carlo Scorza e Achille Starace, Attilio Teruzzi, ex ministro delle Colonie, Giuseppe Bottai, ex ministro dell’Educazione nazionale, uno dei firmatari più illustri dell’ordine del giorno Grandi, Enzo Galbiati, ex capo di Stato maggiore della MVSN, nonché il Generale Soddu e il Maresciallo Cavallero, quest’ultimo a lui particolarmente inviso.

L’operazione fu affidata ancora una volta ai carabinieri, in particolare al Tenente Colonnello Giovanni Frignani, comandante del Gruppo interno di Roma, già protagonista dell’arresto di Mussolini.

Un ufficiale, pertanto, di sperimentata affidabilità. Si passò all’azione nella notte tra il 23 e il 24 agosto 1943. Il drappello incaricato di arrestare Muti era comandato dal tenente Ezio Taddei, 25 anni, abruzzese, comandante ad interim della tenenza di Frascati.

Un ufficiale duro e severo, determinato e rispettoso degli ordini. Poco prima di mezzanotte, mosse da Roma una piccola colonna di mezzi. Taddei vestiva in borghese e, assieme a due suoi collaboratori, viaggiava in testa su una 1100 nera dell’Esercito.

Dietro di loro, a bordo di un’altra vettura, prendevano posto i Marescialli Alarico Ricci, Pietro Loreti e Ruggero.

Seguiva un camion con una dozzina di carabinieri.

Arrivati alla Stazione carabinieri di Maccarese, il Tenente apprendeva che la località non era quella giusta.

Il gerarca abitava nel territorio del comando di Fregene. Così, raggiunto quel comandante, il Brigadiere Barolat, Taddei gli spiegò che c’era da arrestare Muti e lui doveva accompagnarli alla sua abitazione.

Giunti a Fregene, in via Palombina n. 35, non appena la villetta venne circondata, il sottufficiale bussò alla porta.

Aprì “Masaniello”, Giovanni Marracco, attendente di Muti.

Barolat, che ben lo conosceva, non fece in tempo a spiegargli il motivo della visita che Taddei, determinatissimo, era già entrato in casa.

Svegliato dal baccano, Muti si presentò a torso nudo all’ufficiale il quale, evitando orpelli e fronzoli, gli comunicò che si doveva procedere al suo arresto. In camera da letto c’era la bellissima Dana Havlowa, un’attrice ceca, amica di Muti.

La perquisizione non risparmiò nemmeno quella stanza nonostante le doglianze del gerarca. Muti si lavò, si pettinò e indossò l’uniforme di Tenente Colonnello della Regia Aeronautica.

Ora era pronto per seguire Taddei e i suoi uomini. Era apparentemente tranquillo, convinto che si trattasse di un colossale equivoco e che presto ogni cosa sarebbe stata chiarita.

D’altronde, non aveva parlato pochi giorni prima con il capo della polizia? Il drappello si inoltrò a piedi nella pineta che avvolgeva la villetta. Bisognava raggiungere i mezzi distanti qualche centinaio di metri, lasciati indietro per non procurare rumore nella fase di avvicinamento. La notte, come si dirà, era illune. Il dispositivo si mosse suddiviso per aliquote distribuite lungo qualche centinaio di metri, forse un po’ troppo sfilacciato.

In testa vi erano Muti seguito dal Maresciallo Ricci, dall’Agente Abate (di cui poi si dirà) e da tre carabinieri.

Taddei era più dietro, assieme ad altri militari.

Mentre ci si stava addentrando sempre più nella buia pineta, si udirono improvvisamente degli spari, si disse provenienti da un accampamento di soldati tedeschi ubicato poco distante dal camminamento.

I colpi d’arma da fuoco allarmarono i militari. Sorse un’animata agitazione con crepitio di colpi sparati un po’ da tutti.

Era forse un attacco alla colonna per liberare l’arrestato? Oppure, più banalmente, qualcuno si era insospettito od impaurito avendo colto dei rumori provenire dal bosco ed aveva il grilletto facile? Sta di fatto che nel corso della sparatoria parse che Muti avesse profittato del caos per darsi alla fuga. Accortisi di questo tentativo, alcuni carabinieri spararono al suo indirizzo colpendolo con due colpi. Le indagini sull’uccisione del gerarca vennero affidate a un magistrato militare, il Tenente Colonnello Antonio Quartulli.

Egli condusse le sue attività di indagine ascoltando molte testimonianze, raccogliendo indizi, concludendo la sua istruttoria con una richiesta di archiviazione in quanto, oltre all’inconsistenza di indizi a carico degli operanti, “il comportamento dei carabinieri che avevano operato contro il fuggiasco, uccidendolo, appariva legittimato dalla norma dell’art. 131 del regolamento degli Istituti di prevenzione e pena (R. D. 18.6.1931 n. 787) il quale dispone che i militari e gli agenti addetti alla traduzione dei detenuti sono autorizzati a far uso delle armi, quando vi siano costretti dalla necessità di impedire l’evasion”.

Con riguardo all’istruttoria della magistratura militare la corrente dei complottisti non ha mai creduto al rigore osservato nell’inchiesta e alla fondatezza delle sue conclusioni. Secondo una visione curiosamente alternativa, si è sostenuto che molti furono invece gli attori che si compromisero confezionando un’altra verità (di comodo), fabbricando un’inveritiera traduzione dei fatti.

Di conseguenza si è scritto che “nonostante Quartulli sia un magistrato attento, non considera (o non vuole considerare) l’estrema improbabilità che un uomo in fuga, in una notte buia, venga colpito con tale singolare precisione. Un marcato vulnus negli accertamenti investigativi – giudiziari”.

Con la costituzione della Repubblica di Salò il fascicolo processuale, così come accadde a molta parte del carteggio su cui i fascisti riuscirono a mettere le mani, venne trasferito al nord per ordine di Pavolini, segretario del partito fascista repubblicano.

In seguito, Guido Leto, già vice di Senise, sostenne di averlo visionato, custodito in un armadio blindato che dopo la guerra tornò a Roma per essere, parrebbe, collocato nell’ufficio del capo divisione degli affari riservati del ministero dell’Interno.

Ma il fascicolo non venne più ritrovato. All’inizio degli anni ’50 dello scorso secolo, un reduce della Rsi, Pietro Caporilli, direttore del giornale Asso di bastoni, che faceva dello scoop sensazionalistico a tutti i costi la sua cifra, sferrò un attacco violentissimo contro Badoglio mediante una campagna stampa denigratoria, truce e ostinata.

Il 22 agosto 1948 il suo giornale titolò a tutta pagina: L’assassinio di Ettore Muti esige giustizia. Due anni dopo, il 21 agosto 1950, presentò una denuncia alla Procura della Repubblica di Roma contro il maresciallo ritenendolo il mandante della morte di Muti.

L’indagine venne condotta dal sostituto procuratore Giuseppe Rubino. Si riaccesero i riflettori su un episodio ormai dimenticato. Caporilli infiammò ancor più gli animi riprendendo ed enfatizzando una vecchia storiella già cavalcata dai fascisti poco dopo la morte di Muti: la questione del biglietto di Badoglio.

Venne pomposamente rivelato che il 9 settembre 1943, quando assieme al re e alla corte il governo lasciò Roma diretto a Brindisi, Badoglio abbandonò sulla sua scrivania un biglietto, datato 20 agosto 1943, con la sua intestazione e da lui firmato, indirizzato al capo della polizia Senise.

Vi era scritto: “Per S.E. Senise. Muti è sempre una minaccia. Il successo è solo possibile con un meticoloso lavoro di preparazione. V.E. ha perfettamente compreso. Badoglio”.

Per i fascisti questo foglietto individuava l’ispiratore della morte di Muti. Ma il biglietto originale non venne mai rinvenuto.

Diffuse dai fascisti repubblicani, circolarono invece solo delle copie. Eppure l’opinione pubblica individuò Badoglio come il mandante dell’assassinio di Muti.

Sicché nella nuova inchiesta, la faccenda del biglietto fu centrale. Accadde però che l’avvocato di Badoglio chiese una consulenza ad un esperto grafologo, Franco Bartoloni, che ne stabilì la falsità.

LE CONSEGUENZE GIUDIZIARIE E STORICHE DELLA MORTE DI MUTI

Si scoprì che il documento era stato realizzato da una sorta di unità speciale della Rsi dedita al confezionamento di false prove a scopo di propaganda e controinformazione. Il regista dell’operazione era stato Gian Gaetano Cabella, direttore del Popolo di Alessandria, che si era rivolto ad un gruppo denominato “Volpi azzurre” per creare questo foglietto contraffatto che alla fine altro non era che un collàge di lettere espunte da un vecchio messaggio del maresciallo. Così si spiegò perché nel testo si scrisse “agosta” e non “agosto” (non era disponibile una “o”) e si accertò che la frase “V.E. ha perfettamente compreso” è pronunciata dal barone Scarpia nella Tosca di Puccini.

Cadde il castello accusatorio ed anche Caporilli ammise di essere a conoscenza della contraffazione. Il pubblico ministero Rubino, a conclusione di un’indagine comunque imponente e rigorosa, chiese pertanto l’archiviazione.

Accogliendone la richiesta, il Consigliere istruttore Mario Castaldi scriverà nel suo provvedimento di archiviazione datato 18 agosto 1951: “Nessun mandato d’uccidere Ettore Muti, ex segretario del Partito fascista, venne impartito da Pietro Badoglio, né da altri, nell’estate del 1943 […] L’arresto del gerarca [fu dovuto] alle sollecitazioni del generale Giacomo Carboni, commissario straordinario del servizio informazioni militari. La denuncia sporta il 21 agosto 1950 contro il Maresciallo dal direttore del settimanale Asso di bastoni” Pietro Caporilli, va pertanto archiviata per manifesta infondatezza”.

Ciononostante, anche sull’archiviazione del giudice Castaldi alcuni autori scrissero che egli tentò di dare una risposta plausibile ai tanti interrogativi rimasti in sospeso, onde dimostrare l’estraneità di Pietro Badoglio nella vicenda Muti.

Come a dire che il giudice si intestardì nel ricercare quegli aspetti che potessero sollevare da responsabilità l’anziano maresciallo d’Italia. Si giunse ad affermare che dall’esame del provvedimento “si recava tuttavia la sensazione che anche i giudici non fossero del tutto convinti che si trattasse, come essi sostenevano, di una “disgraziata circostanza”.

E quindi, nonostante due inchieste della magistratura avessero stabilito l’infondatezza assoluta di ogni diversa narrazione, chi oggi si perita di ricostruire questo avvenimento, anche a distanza di decenni, si ostina a cimentarsi in teorie che esaltano il dubbio e le trame più oscure, attorcigliandosi nel fascino conturbante del mistero e della congiura. Perché se si vuole narrare una vicenda presentandola come torbida ed equivoca, la storia ha più appeal: “In base al principio dell’euristica della disponibilità, ogni persona tende a stimare la probabilità di un evento basandosi più sull’impatto emotivo di un ricordo legato a quell’evento che sulla reale probabilità oggettiva che l’evento in questioni si verifichi [o si sia verificato – ndA]” [4].

Ed allora passiamo ad esaminare la panoplia di suggestioni e magnetismi che, va precisato, non si fondano su documenti che ne oggettivino l’evidenza bensì su valutazioni personali che nel tempo si sono andati consolidando grazie alla riproposizione tout court e alla validazione di molti.

L’operazione che doveva portare all’arresto di Muti, ormai passa per essere stata una spedizione di morte compiuta da uomini “misteriosi” che erano “parte della squadra di un commando speciale. Li comandava il tenente dei carabinieri Ezio Taddei, un ex ufficiale dei Granatieri di Sardegna arruolato dai servizi segreti e quindi trasferito nell’Arma”.

In realtà, e più banalmente, non operò alcun “commando speciale” ma un reparto di carabinieri, peraltro piuttosto approssimativo nella sua azione, costituitosi frettolosamente e organizzatosi sommariamente. È altresì molto temerario sostenere che il Tenente Taddei appartenesse ai Servizi segreti essendo un giovane ufficiale di complemento (non di carriera) che nella sua – fin lì – brevissima carriera non avrebbe potuto maturare alcun tipo di esperienza in quel settore.

Nel suo stato di servizio non v’è nessuna traccia che riporti ad una sua militanza nei servizi, né compaiono trascrizioni seducenti o fuorvianti che lascino presagire questo impiego.

Vi si legge che il 12 ottobre 1939 venne nominato Sottotenente presso il 2° Reggimento Granatieri di Roma; il 15 dicembre successivo fu inviato in licenza illimitata fino all’11 giugno 1940, in quanto dopo l’entrata in guerra dell’Italia fu richiamato dalla licenza presentandosi al suddetto Reggimento dove permase per speciali esigenze (termine che nel gergo tecnico-amministrativo è utilizzato per quei militari privi di incarico e che restano a disposizione del comando in attesa di assumerne uno).

Comprendiamo che questa definizione sia molto intrigante e possa indurre a speculativi pensieri, ma laddove si volesse intendere un’appartenenza ai Servizi segreti, nei documenti personali che abbiamo esaminato si sarebbe dovuta annotare la tipica dicitura a disposizione del Ministero della Guerra o dell’Interno o dell’Ispettorato o di altro ente preposto.

Indi, nel settembre 1942 transitò nell’Arma svolgendo servizio in Roma e provincia fino alla data dell’armistizio. Altro incanto viene offerto da alcune circostanze (riportate erroneamente) aventi lo scopo di richiamare alla mente l’operazione dell’arresto di Benito Mussolini.

Vale a dire: dopo aver arrestato il duce, operò un’analoga squadra speciale per la cattura di Muti. In realtà, nulla di tutto ciò.

È stato scritto da più autori: “Taddei e due suoi accompagnatori…viaggiavano su una 1100 nera, con a bordo i marescialli dell’Arma Alarico Ricci, Osvaldo Antichi e Pietro Loreti, da un autocarro con dodici carabinieri in uniforme e quindi da un’autoambulanza vuota guidata dall’agente di PS Mario Cella. Si trattava della stessa autoambulanza che…era stata utilizzata per trasferire l’ex duce da Villa Savoia alla caserma degli allievi carabinieri di via Gallonio”.

Tre imprecisioni in poche righe.

Il Maresciallo Antichi non poteva essere presente perché era impegnato personalmente nella vigilanza di Mussolini che in quel momento si trovava prigioniero a La Maddalena.

Scrivere che “Il maresciallo Antichi era appena rientrato da Ponza dove aveva accompagnato Mussolini” non risponde al vero visto che il duce aveva lasciato l’isola il 28 luglio.

Non a caso di Antichi non vi è traccia né nell’elenco dei testi escussi né nella dettagliata ricostruzione dei fatti che ritroviamo nel provvedimento di archiviazione del Consigliere Castaldi. Inoltre, non venne affatto utilizzata un’ambulanza, men che meno la medesima impiegata per tradurre il duce da Villa Savoia ad una caserma dei carabinieri che, oltretutto, non fu quella ubicata in via Gallonio bensì in Trastevere (caserma Podgora).

Qualche autore che sostiene convintamente l’idea dell’ordito di Stato ha scritto altresì che su quella ambulanza che trasportava il duce fosse presente anche il commissario di P.S. Marzano (si parlerà poi di questa figura).

Niente di più errato (si veda al riguardo la relazione sull’arresto del duce del capitano Paolo Vigneri).

Si è quindi scritto poi che “poco prima della mezzanotte, il gruppo si era fermato davanti alla stazione dei carabinieri di Maccarese e Taddei, documenti alla mano, si era qualificato al comandante, maresciallo Paolo Murittu, come un ufficiale dei servizi”.

Dunque l’operazione non era poi tanto segreta. Se Taddei fosse stato veramente un agente dei servizi segreti come poteva rivelare questa importante qualifica al primo carabiniere che gli aveva aperto la porta? Si può affidare una “missione di morte” ad un agente di tal fatta?

Un ulteriore – infondato – elemento di mistero si è voluto intravedere nella presenza di un oscuro personaggio che indossava una tuta color kaki.

Si è scritto che Taddei “aveva presentato soltanto uno dei due uomini che lo accompagnavano, il maresciallo Ricci, qualificandolo semplicemente come “un sottufficiale della squadra presidiaria”. Dell’altro non aveva fatto cenno: come se non esistesse…un tipo taciturno, basso, stempiato, sulla quarantina, che indossava una tuta kaki da meccanico e portava il mitra di traverso sul petto”.

Questo individuo passato per lungo tempo come ignoto e imperscrutabile, secondo gli innamorati del complotto, fu proprio quello che sparò a Muti (su cosa si basi questa convinzione ancora non si è compreso) adempiendo così alla sua missione speciale.

Nessuno, si è detto, conosceva la sua identità, nessuno sapeva perché fosse lì.

Il mistero perfetto per render ambigua l’intera vicenda. Ed invece si seppe tutto sin da subito. Era un agente di P.s. autista della macchina di Taddei ed indossava in realtà un giubbetto di pelle kaki che la fantasia trasformò in tuta. In fin dei conti era un meccanico dell’autocentro del Ministero dell’Interno.

Come si sarebbe dovuto vestire? In frac? Vero è infatti che una delle auto che componeva il corteo era di quel dicastero, a disposizione dei carabinieri per accordi vigenti tra l’Arma e la Polizia che prevedevano lo scambio reciproco di mezzi vista la penuria di quei tempi. E di ciò ne dà chiara illustrazione il dottor Castaldi nel suo atto di archiviazione. Peraltro, anche per l’arresto di Mussolini si adottò il medesimo schema (la famosa ambulanza venne prelevata dall’autocentro).

L’autista doveva essere conseguentemente un Agente di P.S.. Si chiamava Francesco Abate. Che questa figura sia stata dipinta come misteriosa per sostenere la sua appartenenza ad un corpo speciale è una pura assurdità.

Come potrebbe, infatti, il componente di un sedicente corpo speciale, a cui è affidata una missione così esclusiva, vestirsi con un giubbetto di pelle o – fosse anche – con una tuta kaki in mezzo a un drappello di carabinieri tutti in uniforme, così da farsi individuare immediatamente? Un’irragionevolezza di per sé apodittica.

Molto più pertinente è la riflessione prospettata dal giudice Castaldi il quale evidenziò come risultò inspiegabile “l’intrusione dell’Abate che, contrariamente alle sue affermazioni, non fu invitato da alcuno e oltretutto aveva mansioni di autista ed era estraneo all’Arma”.

Considerazioni che non sono comunque sufficienti ad assegnare a questo individuo il ruolo di delegato e fatale esecutore del Muti proprio per la sua presenza nel dispositivo assolutamente decontestualizzata e quindi facilmente identificabile.

Ritornando a Taddei, a chi è convinto della sua appartenenza ai servizi segreti, senza indugio resa nota, lo si ribadisce, ai carabinieri di Maccarese, sfugge un frangente emblematico. Entrato nella villetta, egli si presentò a Muti come un tenente dell’Arma dicendogli “ho l’ordine di arrestarvi”.

Insomma, al Maresciallo di Maccarese, che mai aveva incontrato prima, Taddei comunicò con una certa disinvoltura di essere un agente dei servizi segreti e poco dopo a Muti riferì di essere un ufficiale dei carabinieri. Le circostanze così raccontate avrebbero meritato un approfondimento e dunque, abbandonate alla loro ambiguità, sulla quale si è voluto speculare, appaiono improponibili. Ricostruzione quindi debole e ingannevole.

È stato narrato poi che appena prelevato il gerarca dalla sua villetta “il sinistro corteo si addentra nella boscaglia, la certezza inizia a vacillare, salvo testimonianze di parte di chi ha preso parte a quella che sarà un’esecuzione, probabilmente già pianificata”.

Un racconto che si nutre di aggettivazioni (sinistro) decisamente molto fascinose, che si conclude con la convinzione che Muti fu vittima di un’esecuzione in un’operazione già pianificata. Da dove deriverebbero queste certezze? Appaiono, invece, solo congetture e opinioni personali ostentate con una certa spigliatezza grazie all’uso del condizionale per stuzzicare sagacemente l’emotività del lettore: “Vi sarebbe stata una reazione armata scomposta da parte dei carabinieri(perché scomposta? Da cosa si deduce? – ndA), che avrebbero esploso dei colpi al buio di reazione verso la zona della pineta nella quale avevano scorto i lampi degli spari. Durante i minuti convulsi della sparatoria, l’illustre prigioniero avrebbe approfittato della confusione per darsi alla fuga, venendo colpito per evitare che si sottraesse alla cattura. È lapalissiana la natura quasi surreale della versione ufficiale, sostenuta con veemenza e perseveranza per anni dai protagonisti (perché è surreale? ndA)»”.

Quando il corpo di Muti venne trasportato all’obitorio dell’ospedale militare del Celio, e poi al cimitero del Verano, si narrò che si tenne una “mesta e scarna cerimonia di tumulazione” alla quale presenziarono pochi intimi.

Non era presente la madre, Celestina Gherardi, alla quale venne detto che il figlio era morto in combattimento a Bengasi.

Si è scritto che “la poveretta apprenderà la sconcia verità addirittura dieci anni dopo!”.

Questa circostanza è inverosimile visto che oltre alle commemorazioni solenni che si tennero in moltissime città del nord in occasione del trigesimo della morte, la stampa della Rsi, già qualche settimana dopo i fatti, montò una campagna veemente e pervasiva per alimentarne il mito della vittima assassinata vilmente da traditori della patria.

E la famiglia di Muti era di Ravenna, città in pieno territorio della repubblica sociale. Per cui, se qualcuno volle nascondere la verità alla madre furono unicamente parenti e congiunti, amici e conoscenti che nel modo più assoluto non poterono non apprendere dai giornali della Repubblica sociale italiana  quanto accaduto, peraltro secondo una versione faziosa e superciliosa.

LA CACCIA AGLI ASSASSINI DI MUTI, A BADOGLIO E AI BADOGLIANI

Si aprì allora la caccia agli assassini:Badoglio e i “badogliani” in quanto mandanti, il Tenente Taddei e, più in generale, i carabinieri in quanto esecutori.

Taddei, in particolare, divenne il carabiniere più ricercato dai fascisti, forse ancor più di quelli che ebbero parte nell’arresto del duce.

Orbene, esaminando più nel dettaglio alcuni passaggi di questa vicenda, i rapporti e le testimonianze stabilirono che la notte era illune. Buio pesto, non si vedeva nulla, qualche bagliore qua e là. Ciò che si scrutava era sostenuto dall’intuizione. Come si può ipotizzare che queste potessero essere le condizioni ideali per portare a termine una spedizione di morte? Durante la sparatoria provocata chissà da chi, Taddei e forse Ricci lanciarono delle bombe a mano.

Taddei, in particolare, si trovava alcune decine di metri dietro la testa del gruppo che ricomprendeva Muti, Ricci, Abate e due o tre carabinieri.

Se si fosse premeditato un omicidio di Stato, Taddei avrebbe reagito in tal modo, ponendo a rischio l’incolumità di altri lanciando delle bombe a mano dalle retrovie? Dacché, per compiere un omicidio si sarebbe incorsi in una strage. Come si può immaginare di aver inscenato una trama così complessa e rischiosa attraverso modalità veramente folli?

Ammettendo che a sparare i colpi mortali fosse stato Abate e che costui fosse stato incaricato di uccidere Muti, non c’è un controsenso? L’esecuzione di Stato – si disse – era stata affidata ai carabinieri. Così si è sempre sostenuto.

Cosa c’entra Abate, un uomo del Ministero dell’Interno, dipendente dal capo della Polizia Senise il quale ha sempre dichiarato la sua contrarietà all’arresto di Muti? Vale a dire, si ordina ai carabinieri, magari solo ad alcuni di loro, di portare a termine uno sporco affare e in mezzo a loro si infila un uomo in tuta (che mascheramento!) che forse avrebbe potuto più comodamente farsi prestare un’uniforme da carabiniere per meglio mimetizzarsi.

Insomma, dobbiamo credere che il piano diabolico orchestrato da Badoglio prevedeva l’impiego di un bieco esecutore che faceva l’autista e il meccanico in un autocentro del ministero dell’Interno, senza che il suo capo, Senise, ne fosse al corrente!

Muti non fu colpito a bruciapelo (Cfr. archiviazione di Castaldo che stabilì l’uso di un mitra).

LE MODALITA’ DELLA MORTE DI ETTORE MUTI E LE INDAGINI

Del resto, secondo la convinzione dei protagonisti, egli stava scappando. Venne attinto da due colpi dietro la nuca. Una tragica e beffarda fatalità. Vero è infatti che le circostanze, così come si vennero a creare, cioè scompiglio e confusione, potevano facilmente favorire l’esplosione di moltissimi colpi d’arma da fuoco.

Com’è possibile che solo due andarono a segno? E dunque, laddove i colpi sparati fossero stati in numero superiore, il fatto che solo due abbiano raggiunto la nuca sta a significare che i due centri furono parte di una rosa che pressoché totalmente non attinse il bersaglio, confermando la circostanza che per casualità finirono in quel maledetto punto.

L’equazione colpi alla nuca uguale esecuzione è dunque fantasiosa.

Diversamente dovremmo prendere atto che venne reclutato uno dei cecchini più abili e infallibili in circolazione che in piena notte, al buio, in un frangente emotivo di altissima tensione, tra una bomba a mano e l’altra, riuscì con un mitra a evitare di sparare una raffica esplodendo solo due colpi, entrambi a segno e ravvicinatissimi, proprio alla nuca, in direzione di un soggetto in movimento fulmineo.

Si è poi scritto del progetto omicidiario. V’è una volontà di Stato di cui il capo del governo, un ufficiale di altissimo rango come Badoglio, è mandante. C’è il Generale Carboni, anch’egli figura di grande rilievo che avrebbe suggerito di togliere di mezzo Muti.

E tutto si sarebbe compiuto in modo così maldestro? Com’è potuto accadere che i diversi livelli gerarchici se ne siano altamente infischiati di quest’ordine così importante e compromettente? La catena di comando, infatti, si preoccupò di delegare verso il basso questa delicatissima missione, questa “lurida faccenda”.

Cosicché l’ordine, che avrebbe percorso il filo rosso Badoglio – Carboni – Cerica – Frignani – Vigneri, precipitò fin giù, fino all’ultimo anello della catena, fino allo “sventurato” Tenente Taddei, il prescelto per questa spedizione di morte. Si può ammettere che il tenente colonnello Frignani (colui che con i Capitani Vigneri e Aversa arrestò Mussolini) abbia preso la questione così sotto gamba?

Un compito di questa portata andava gestito con la massima professionalità e accuratezza. Ed invece, tutto si scaricò su Taddei. Tutti si defilarono come se l’affare poco li riguardasse. È dunque questo l’atteggiamento di chi sa di far parte di una trama di Stato?

Suvvia! E poi, laddove si fosse veramente trattato di organizzare una meschina macchinazione, la catena degli ordini sarebbe stata troppo lunga, farraginosa, dispersiva. Troppe persone coinvolte, troppi testimoni, anche laddove ci riferissimo solo agli ufficiali. A Fregene Taddei aveva con sé circa venti carabinieri.

Troppe tracce invitanti per un possibile ricattatore o millantatore. Se esiste un intrigo, il cerchio dei congiurati deve essere strettissimo per garantire la sua massima segretezza, la sua totale impermeabilità. Si deve ammettere solo un passaggio.

Il fattaccio deve essere compiuto da chi ha ricevuto l’ordine direttamente dall’ideatore, dal capo del complotto. E questo non accadde. Ma ciò che ancor più disattende l’idea di un disegno di Stato è un’ulteriore serie di circostanze che rapidamente analizzeremo.

Si è affermato che la presenza di Taddei a Fregene fosse incomprensibile poiché egli svolgeva servizio a Frascati.

Questa circostanza, fra altre, venne utilizzata per argomentare la scelta di un uomo in particolare, quello giusto per una missione così delicata, per l’esecuzione di Muti. In realtà fu corretto non affidare l’operazione ai carabinieri di Fregene.

Un comando di Stazione non può essere incaricato dell’arresto di un gerarca, vieppiù se ufficiale superiore.

Può solo collaborare nella fase esecutiva ed è ciò che fece il comandante di Fregene, Barolat.

Venne invece inviato a capeggiare l’operazione il Tenente Taddei, un autorevole e determinato ufficiale, ancorché egli prestasse servizio a Frascati. Si è obiettato che Taddei rivestisse un grado inadeguato per eseguire l’arresto di un ufficiale superiore (pare che lo eccepì lo stesso Muti).

L’osservazione può essere corretta. Ma non c’è nulla di oscuro in ciò. In quel periodo gli ufficiali scarseggiavano e quella notte, come visto, bisognava arrestare numerosi e importanti personaggi del passato regime, compresi due alti ufficiali (Cavallero e Soddu).

Per cui, plausibilmente, il comandante del Gruppo Frignani valutò di assegnare a più d’uno un obiettivo. Quando un intervento di polizia giudiziaria è così esteso e, oltretutto, delicato, ancor oggi questi canoni vengono rispettati. E quando si osserva questo criterio, basato primariamente sulla ritenuta affidabilità del responsabile del servizio, la competenza territoriale non può costituire un vincolo nell’organizzazione dell’operazione.

Il tenente Taddei era convinto che i carabinieri competenti per territorio fossero quelli di Maccarese.

Non sapeva che in realtà la villetta di Muti ricadesse nell’area di competenza di quelli di Fregene.

Se avesse dovuto eseguire un omicidio di Stato, non si sarebbe dovuto prioritariamente informare con la massima dovizia e precisione? A maggior ragione laddove l’operazione fosse stata disposta da Badoglio o Carboni per il tramite del Comandante generale dell’Arma.

Questo passaggio a vuoto poteva causare un errore imperdonabile e fatale, lasciando gratuite e pericolose tracce dietro di sé. Tale trascuratezza, una volta di più, smentisce l’ipotesi di un Taddei agente dei servizi segreti (evidentemente, in caso contrario, principiante e dilettante).

Nonostante molti autori ne avessero sempre dubitato, fu accertato che nei pressi del luogo in cui fu ucciso Muti erano effettivamente accampati soldati tedeschi ed anche militari italiani. Usciti dalla villetta e inoltratosi il drappello in ordine sparso nella pineta, la raffica di mitra che provocò una scaramuccia della durata di diversi minuti inizialmente non si comprese da dove provenisse. Sta di fatto che, al cessare del crepitio, Muti giaceva a terra esanime.

Quartulli accertò che nella pineta non vi erano paracadutisti tedeschi, come si disse inizialmente, bensì una compagnia italiana per la difesa costiera e un reparto di artiglieria tedesco. Anche il giudice Castaldi assodò che nella pineta era sedente un reparto di tedeschi attendato (della cui presenza riferì il Capitano Schwarz).

Oltremodo, non è sostenibile l’idea di alcuni autori secondo cui era in fase di approntamento un decreto concepito per i desiderata del Commissario di P.S. Carmelo Marzano onde consentirgli il passaggio dalla Polizia all’Arma dei Carabinieri come guiderdone per la sua collaborazione all’operazione Muti, avendo egli fornito un’autovettura e l’uomo del mistero in kaki.

Come a dire, se poi ci fai anche il piacere di non parlare e di non rivelare retroscena imbarazzanti ti facciamo un decreto ad personam. Orbene, quale preziosa e fondamentale collaborazione avrebbe reso Marzano se non quella di concedere l’utilizzo di un mezzo dell’autocentro di cui egli era il responsabile e di un autista?

Decisione da cui non poteva esimersi visti gli accordi che intercorrevano tra Polizia e Arma sul mutuo prestito di mezzi.

Sta di fatto che Marzano, che già era stato un ufficiale dei carabinieri di complemento e che dopo il congedo aveva vinto il concorso in polizia, non transitò mai nell’Arma. È dunque questo uno dei tasselli del complotto?

LE AFFERMAZIONI DELL’EX CARABINIERE CONTIERO E LE PUBBLICAZIONI DI LIBRI 

Veniamo poi alle affermazioni rese dopo gli eventi dall’ex carabiniere Antonio Contiero che si trovò a partecipare casualmente all’operazione. Molti autori si affidarono a piene mani alle sue narrazioni per avvalorare l’ipotesi della macchinazione di Stato.

In diverse istruttorie egli rilasciò dichiarazioni di comodo alla Guardia nazionale repubblicana (Gnr), per ingraziarsene i favori, indi contraddittorie alla magistratura. Nonostante ciò, fu individuato dai fautori della congiura come “teste di bandiera”, grande accusatore di Taddei, Ricci e Abate da lui indicati come responsabili dell’assassinio deliberato di Muti.

Non val la pena di soffermarsi su quanto detto da Contiero poiché fu facilmente riconosciuta la sua postura di mentitore. Egli venne giudicato totalmente inattendibile e finanche mendace.

Dopo l’armistizio, transitò nella Gnr e dopo la guerra fu radiato dall’Arma.

Affermò il giudice Castaldi: “Tutta la sua deposizione si presenta come un complesso di inesattezze e talvolta di menzogne, davvero inesplicabili […] è uomo di modeste condizioni sociali [che] vistosi fatto segno all’attenzione universale per aver preso parte al fermo di Muti, riferisce […] particolari del tutto inesistenti ed avventati e preso poi nella pania non ha saputo distaccarsene, ma vi si è maggiormente invischiato […] il comportamento equivoco del teste lasciava intendere che egli merita scarsa o nessuna fede”.

E dunque, perché bisognerebbe prestar credenza al menzognero Contiero e non a coloro che dichiararono che Muti stesse veramente scappando? Ad essere indulgenti, potremmo finanche reputare che il gerarca non avesse intenzione di darsi alla fuga quanto, invece, di scattare in avanti per mettersi al riparo e sottrarsi ai colpi esplosi nel corso della scaramuccia.

Un gesto istintivo e naturale.

Questo movimento repentino, tuttavia, può aver comprensibilmente indotto chi gli era dietro a valutare che egli volesse sottrarsi alla cattura. I colpi d’arma da fuoco, poi individuati nel numero di due, si accertò che vennero sparati da un mitra. Chi ne era in possesso? Solo tre persone, rilevò il magistrato Quartulli: i Tenente Taddei, il Maresciallo Ricci e l’uomo in giubbetto o tuta kaki, l’Agente di P.S. Francesco Abate.

Il giudice Castaldi sostenne che «il Muti fu colpito dai colpi di mitra del Ricci o dell’Abate, giacché solo costoro avevano tale arma», considerando che Taddei si trovava nelle retrovie. Il maresciallo Ricci, nondimeno, non ebbe difficoltà ad ammettere davanti al magistrato inquirente che “il Muti aveva fatto un paio di balzi in avanti […] immediatamente, onde impedire che il Muti si dileguasse, dato che avevamo avuto ordini di impedire con qualsiasi mezzo che egli scappasse, sia io, sia tutti gli altri militari che con me si trovavano, aprimmo il fuoco all’indirizzo del Muti, il quale, colpito, cadde immediatamente a terra, senza pronunziare parola. […] non posso precisare chi fu a sparare i colpi che attinsero il Muti”.

Quindi, nessun enigma. Non stupisce, poi, che, informato della morte di Muti, Badoglio si sentì sollevato. Non appare questa circostanza così clamorosa e significativa. Timoroso com’era, si era tolto un pensiero che lo affliggeva.

Ma collegare il suo stato d’animo alla soddisfazione di aver vista adempiuta l’esecuzione di Stato che aveva ordito e ordinato è una considerazione irragionevole e avventata.

Si è scritto che “sicuramente, il mattino del 24 agosto, Badoglio era felice, allegro, come sgravato da un grosso peso”, opinioni suggestive di chi ebbe a cogliere queste sensazioni, ma – in realtà – Ivanoe Bonomi, dopo averlo incontrato proprio quel giorno, annotò sul suo diario che lo trovò “tranquillo e fiducioso” [5] che è cosa ben diversa.

In conclusione, è innegabile che le procedure adottate nel corso dell’operazione furono carenti, inadeguate e inidonee.

Ebbe ragione il giudice Castaldo a stigmatizzare questo aspetto. L’operazione poteva essere condotta meglio, in modo più conveniente e, soprattutto, non doveva essere affidata ad un ufficiale subalterno verosimilmente non esperto di questo genere di operazioni.

E già questo dettaglio, da solo, dovrebbe far capire che, qualora vi fosse stato un sotterraneo e segreto scopo, la missione non sarebbe stata assegnata ad un tenente sprovveduto, bensì ad una figura di rango in grado di garantirne con assoluta certezza il successo. Asserire però che si trattò di una spedizione di morte è un vero azzardo.

Paolo Monelli, cronista sagace e ben informato, narratore meticoloso dei primi mesi successivi al colpo di Stato del 25 luglio, nel suo importantissimo e celebre libro Roma 1943, fu saggiamente più equilibrato fin dagli iniziali momenti: “Muti, fu narrato, tentò di fuggire, i carabinieri spararono e l’uccisero. Carboni disse a Badoglio che Muti tramava contro di lui, ma altri affermano che non c’eran motivi per l’arresto, che non tentò affatto di fuggire e fu proditoriamente ucciso. È tuttavia opinione corrente in chi ha tenuto dietro a questa faccenda che non ci fosse un ordine esplicito di “far fuori” il Muti; in questo caso la cosa si sarebbe potuta fare con più comodo, e con meno chiasso, altrove”.

Aveva già anticipato i provvedimenti di archiviazione di due giudici.

Eppure in un suo libro, Arrigo Petacco afferma che sulla vicenda di Fregene fu meglio chiudere la partita e rinunciare a scoprire chi, in quell’estate del 1943, poteva avere deciso: “ammazzate quel fascista!”.

Egli non ha dubbi che qualcuno abbia ordinato di uccidere Muti: “In base alla versione ufficiale, faziosa e quasi sicuramente menzognera – rilasciata dai militari coinvolti nella sporca faccenda – a un certo punto dell’attraversamento della pineta, si sarebbero uditi dei colpi di arma da fuoco ritenuti esplosi da un folto gruppo di soldati tedeschi, accampati poco distanti, diretti contro gli uomini della pattuglia, allo scopo di liberare Muti […] Quel delitto era una faccenda da servizi segreti”.

E qualcun altro ha scritto che “a Muti, quella notte, come un colombaccio di passaggio a Castel Porziano, fu teso un agguato senza scampO”.

Continuiamo a non comprendere su quali elementi oggettivi si fondino queste asserzioni, se non su suggestioni e punti di vista personali. Noi pensiamo che quella notte a Fregene si verificò un funesto e maledetto incidente. Nulla di diverso.

Riteniamo, pertanto, di aver invalidato con obiettività e coerenza il teorema cospirativo che nel tempo è stato convintamente presentato per propugnare l’idea dell’omicidio di Stato, soffermandoci, peraltro, solo sui nodi principali della vicenda.

Ulteriori supposizioni, che pure ancora volteggiano su questa storia, che ne fanno contorno e che lambiscono la fantasia, non sono state nemmeno prese in considerazione.

In conclusione, questa è la domanda che sorge più spontaneamente: se Muti doveva essere ucciso, ciò che è accaduto può realmente ritenersi la conseguenza di un piano segreto di Stato?

Conveniva scatenare questo putiferio, in modo così goffo, malaccorto e superficiale?

Non era più agevole incarcerarlo per poi ricorrere ad espedienti più efficaci, rapidi e silenziosi?

Come sostenne Monelli, la risposta è sì!

NOTE

[1]  BONOMI Ivanoe, Diario di un anno, 2 giugno 1943 – 10 giugno 1944, Castelvecchi, 2014, p. 99.

[2]  Ibidem.

[3]  Cfr. descrizione di Muti in CARBONI Giacomo, Memorie segrete, 1935 – 1948, “Più che il dovere”, Parenti, 1955.

[4] CERASA Claudio, L’antidoto, Silvio Berlusconi editore, 2026, pp. 22 e 23.

[5] BONOMI Ivanoe, Op. cit., p. 100.

*Generale dei Carabinieri in quiescenza

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