Di Giuseppe Gagliano*
TEL AVIV. Netanyahu resiste, l’opposizione deve fare i conti con i voti palestinesi. In Israele si può perdere la maggioranza senza perdere immediatamente il potere. È questa la prima indicazione del voto del 27 ottobre: un’affluenza del 77,7%, una mobilitazione eccezionale, ma nessuna maggioranza certa. Nella mattinata del 28 ottobre lo scrutinio resta incompleto e le proiezioni oscillano. Le cifre di 55 seggi al campo di Benjamin Netanyahu, 49 all’opposizione e 16 alle liste arabe descrivono una fase del conteggio, non il risultato definitivo. La soglia per governare rimane fissata a 61 seggi.

La prudenza sui numeri non impedisce una valutazione politica. Netanyahu conserva una possibilità di sopravvivenza perché i suoi avversari devono risolvere una contraddizione: vogliono sostituirlo, ma alcuni hanno escluso proprio gli interlocutori che potrebbero rendere possibile il cambiamento. Il problema riguarda il riconoscimento dei rappresentanti palestinesi con cittadinanza israeliana come partecipanti legittimi alla formazione del governo.
Il blocco guidato da Gadi Eisenkot deve decidere se contano di più i seggi necessari a costruire una maggioranza oppure i veti proclamati durante la campagna. Netanyahu può attendere che questa contraddizione consumi il fronte avversario. Nel frattempo resta alla guida dell’esecutivo uscente: il tempo della trattativa può diventare una risorsa per chi dispone già del governo.

Cambiare il governo, cambiare la strategia
Definire l’intera opposizione come centrosinistra nasconde più di quanto spieghi. Eisenkot, Naftali Bennett, Avigdor Liberman e i Democratici provengono da esperienze differenti. L’avversione a Netanyahu può unirli, ma non basta a produrre una politica comune sulla questione palestinese.
Esistono differenze concrete sulla magistratura, sui rapporti con l’estrema destra, sulle responsabilità della dirigenza e sulla distribuzione degli obblighi militari. Sarebbe però arbitrario trasformarle nella certezza di una svolta verso la pace. Per misurare un eventuale cambiamento occorrerà guardare alle decisioni: insediamenti, condizioni di vita dei palestinesi, impiego della forza, prospettiva di una soluzione politica.
La stessa presenza di ex comandanti militari ai vertici dell’opposizione non garantisce né esclude una revisione strategica. Il punto è quale obiettivo politico venga assegnato alle forze armate. Una superiorità militare può distruggere capacità avversarie, colpire dirigenti e occupare territori. Non produce automaticamente un ordine stabile.
La domanda strategica riguarda dunque il rapporto fra operazioni e risultati: quale assetto dovrebbe seguire alla guerra? Chi dovrebbe amministrarlo? Quali condizioni consentirebbero di ridurre mobilitazione e ostilità? Senza risposte, anche un successo sul campo rischia di preparare la campagna successiva.

Il costo economico dell’emergenza permanente
La questione della leva degli ultraortodossi concentra una contraddizione più ampia. Distribuire gli obblighi militari significa distribuire tempo, reddito, opportunità professionali e rischi personali. Una società sottoposta a mobilitazioni ripetute deve decidere chi ne sostiene il peso.
Il costo economico della guerra supera gli stanziamenti per la difesa. Comprende lavoratori richiamati, attività interrotte, investimenti rinviati e risorse pubbliche sottratte ad altre necessità. La capacità di finanziare un conflitto non equivale alla possibilità di sostenerlo indefinitamente senza conseguenze sociali.
Si aprono così due scenari. Un governo stabile, accompagnato da una credibile riduzione delle ostilità, potrebbe attenuare l’incertezza e favorire la ripresa degli investimenti. Una lunga paralisi politica, sommata al rischio di nuove operazioni, potrebbe invece mantenere elevati i costi della sicurezza e aggravare il conflitto sulla distribuzione delle risorse.
Sono possibilità, non previsioni automatiche. Il passaggio decisivo sarà la capacità del prossimo esecutivo di trasformare la forza militare in condizioni politiche meno onerose. La fiducia economica dipende anche dalla prevedibilità delle decisioni.
Washington e il limite della protezione esterna
L’appoggio di Donald Trump a Netanyahu aggiunge una dimensione internazionale alla trattativa. Il presidente statunitense ha rivendicato un effetto favorevole del proprio sostegno sull’esito elettorale. Questo non dimostra quanto abbia inciso sugli elettori, ma chiarisce la sua preferenza politica.
Un governo alternativo potrebbe modificare i toni e la gestione diplomatica senza rompere il rapporto strategico con Washington. Allo stesso modo, la permanenza di Netanyahu non rende inevitabile una nuova guerra regionale. Le scelte dipenderanno da interessi, vincoli e valutazioni militari che il conteggio dei seggi, da solo, non determina.
Per gli interlocutori regionali conterà soprattutto la prevedibilità di Israele: la capacità di rispettare impegni, contenere l’escalation e dare una prospettiva agli accordi. Una leadership più accettabile sul piano diplomatico può facilitare i rapporti; la stabilità richiede anche decisioni sul terreno.
Il nodo palestinese torna quindi al centro. I cittadini palestinesi di Israele partecipano alle elezioni, mentre i palestinesi di Cisgiordania e Gaza non eleggono il parlamento israeliano, le cui decisioni incidono profondamente sulle loro vite. Le due condizioni sono diverse, ma entrambe interrogano il rapporto fra potere, rappresentanza e diritti.
Le urne possono cambiare chi governa. Per uscire dal pantano occorre stabilire anche che cosa il governo intenda fare: riconoscere interlocutori, definire obiettivi raggiungibili e costruire condizioni di convivenza. Altrimenti la maggioranza, quando arriverà, servirà soprattutto ad amministrare il prossimo stato d’emergenza.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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