Di Paola Ducci*
MOSCA. Quando, il 19 maggio 1991, l’ingegnere di volo Sergej Konstantinovič Krikalëv decollò con la navetta Sojuz TM-12 dal cosmodromo di Baikonur, certo non immaginava che qualche mese dopo il mondo non sarebbe stato più come l’aveva lasciato.

Per una bizzarra e drammatica ironia della Storia, Krikalëv partì per lo spazio come cittadino dell’URSS e tornò sulla Terra scoprendo che la sua patria non esisteva più.
La navetta Sojuz TM-12 era diretta verso la stazione spaziale russa Mir per una missione di routine della durata prevista di cinque mesi. Tuttavia nell’agosto dello stesso anno un tentato colpo di stato a Mosca contro il Presidente Michail Gorbačëv innescò una reazione a catena irreversibile.
L’Unione Sovietica iniziò a frammentarsi a una velocità impressionante e il conseguente caos politico si tradusse immediatamente in un collasso economico che colpì duramente il programma spaziale.
Con l’iperinflazione che divorava il valore del rublo, lo spazioporto di Baikonur si ritrovò improvvisamente in territorio kazako e il neonato governo del Kazakistan iniziò a pretendere tariffe altissime per l’utilizzo delle rampe di lancio.
Mosca non aveva più i fondi per inviare una navetta di salvataggio o per pagare il cambio turno a Krikalëv. La comunicazione arrivò in orbita e fu drammatica nella sua semplicità: l’agenzia spaziale non aveva le risorse finanziarie per riportarlo a casa.

Krikalëv aveva a disposizione una capsula di rientro d’emergenza ma utilizzarla avrebbe significato abbandonare la Mir a se stessa, condannando l’orgoglio tecnologico del Paese a una distruzione certa nell’atmosfera.
Con un senso del dovere fuori dal comune, ma anche nella totale inconsapevolezza degli allora attuali sommovimenti politici, il cosmonauta scelse di restare.
Mentre le Repubbliche sovietiche dichiaravano a una a una l’indipendenza, Krikalëv continuava a fluttuare nell’oscurità del cosmo ricevendo rifornimenti con il contagocce tramite le navette cargo automatizzate Progress.
Il prolungato soggiorno in microgravità iniziò a presentare il conto sul suo corpo attraverso una rapida atrofia muscolare, la perdita di densità ossea, l’indebolimento del sistema immunitario e una costante esposizione alle radiazioni cosmiche
Il 26 dicembre 1991 l’Unione Sovietica venne ufficialmente sciolta e in quel preciso momento l’uomo più isolato del pianeta divenne, a tutti gli effetti, l’ultimo cittadino sovietico della storia.
Il calvario orbitale si concluse il 25 marzo 1992 grazie a un accordo finanziario internazionale che permise finalmente il lancio di una missione di recupero.
Krikalëv toccò terra nelle steppe del Kazakistan dopo 311 giorni, 20 ore e 1 minuto nello spazio, avendo compiuto oltre 5.000 orbite intorno alla Terra.
Le cronache dell’epoca descrivono il suo sbarco come l’apparizione di un fantasma: pallido, debilitato e ricoperto da una tuta spaziale che recava ancora sul petto la bandiera rossa con la falce e martello e la scritta CCCP. Il mondo intorno a lui era radicalmente cambiato, lo Stato che lo aveva spedito in orbita si era trasformato nella Federazione Russa, il suo passaporto sovietico era ormai un pezzo da collezionismo e la sua città natale, Leningrado, era stata ribattezzata San Pietroburgo.
Nonostante il trauma fisico e psicologico di essere stato lasciato in orbita, Krikalëv non abbandonò mai la sua passione. Una volta recuperate le forze tornò a volare diventando il primo russo a salire a bordo di uno Space Shuttle della NASA e, successivamente, fece parte dell’Equipaggio 1 della Stazione Spaziale Internazionale.
La sua incredibile odissea resta una delle testimonianze più potenti del disfacimento di un mondo e della capacità di resilienza dell’essere umano al fine di aderire al proprio dovere e al proprio sogno.
Questa vicenda, come quella del soldato fantasma Teruo Nakamura – l’ultimo soldato giapponese a essere recuperato dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, scoperto nel dicembre del 1974 nella giungla dell’isola di Morotai, in Indonesia, isolato lì per decenni senza sapere che il conflitto si fosse concluso – ci ricorda come i grandi movimenti della Storia spesso schiaccino e devastino in modo drammatico e traumatico le vite di protagonisti inconsapevoli e la loro storia dentro la Storia.
*Editor per l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa
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