Gaza: aumentano gli hub umanitari per ridurre l’influenza di Hamas. Dietro il piano una strategia congiunta USA–Israele

Di Bruno Di Gioacchino

GAZA. Nella Striscia di Gaza si sta delineando una nuova strategia operativa sul fronte della distribuzione degli aiuti umanitari.

Una mappa della Striscia di Gaza

 

Secondo fonti locali, attualmente sono attivi tra tre e quattro hub, ma il piano reso noto dalla Gaza Humanitarian Foundation (GHF) punta a superare stabilmente gli 8 centri.

 

Non si tratta solo di logistica. L’iniziativa, infatti, nasce da una collaborazione tra Stati Uniti e Israele che intende privare Hamas del controllo diretto sulla gestione degli aiuti.

Il progetto mira a creare una rete centralizzata, militarizzata e verificata tramite screening biometrici, capace di bypassare completamente le infrastrutture e i canali gestiti dall’organizzazione islamista.

Il controllo sugli aiuti è da sempre uno degli strumenti attraverso cui Hamas esercita influenza nella Striscia.

Chi gestisce l’accesso alle risorse essenziali, di fatto, controlla una parte significativa del consenso popolare e della tenuta sociale.

Per questo, la distribuzione non è mai stata un fatto puramente umanitario, bensì uno strumento di potere.

Privare Hamas di questo potere significa colpirlo nel cuore della sua capacità di controllo interno, logico e simbolico. Si tratta quindi, a tutti gli effetti, di una manovra con finalità politiche, attuata però attraverso strumenti umanitari.

È importante chiarire che il piano non nasce da una crisi interna a Hamas, né è il frutto di una sua trasformazione strategica.

L’iniziativa è interamente progettata da attori esterni – principalmente Stati Uniti e Israele – e si configura come un tentativo mirato di ridisegnare gli equilibri nella gestione degli aiuti.

L’apertura di almeno otto hub indipendenti consente non solo una gestione più controllata, ma anche una forma di pressione indiretta.

È una modalità per affermare un’alternativa operativa al dominio consolidato dell’organizzazione islamista, senza un’escalation armata.

Secondo quanto riferito da funzionari del GHF, il piano prevede anche l’impiego di tecnologie avanzate di tracciamento, in parte fornite da contractor esteri, e una cooperazione limitata con ONG presenti sul campo che non risultino affiliate né a Hamas né ad altri gruppi armati.

Alcuni osservatori internazionali, tuttavia, esprimono preoccupazioni circa l’efficacia del modello, soprattutto nei quartieri densamente popolati dove l’influenza di Hamas rimane radicata. Vi sono dubbi anche sulla sicurezza degli operatori civili che dovranno gestire i flussi logistici senza protezione armata diretta.

Parallelamente, l’ONU e Alcune agenzie internazionali stanno cercando un equilibrio tra il principio di neutralità umanitaria e le nuove imposizioni operative dettate da chi finanzia e coordina l’iniziativa. Questo solleva interrogativi sulla sostenibilità politica e diplomatica del modello, soprattutto nel medio termine.

Al momento, non è chiaro se Egitto e Qatar – attori regionali storicamente coinvolti nei negoziati intra-palestinesi – abbiano intenzione di supportare o ostacolare la creazione di questa rete alternativa.

L’Autorità Nazionale Palestinese, dal canto suo, resta in posizione defilata ma osserva con attenzione ogni mossa sul terreno.

L’incremento pianificato degli hub non è solo una risposta alle necessità umanitarie, ma anche un chiaro segnale strategico.

Si tratta di un progetto che punta a ridurre progressivamente la capacità di Hamas di presentarsi come unico mediatore tra popolazione e aiuti. In sintesi: sì, si tratta di una strategia di contenimento e progressiva delegittimazione di Hamas; no, non è un’iniziativa orchestrata dall’interno della Striscia, né tantomeno dall’organizzazione stessa.

Resta da valutare l’impatto che questa nuova architettura logistica avrà sul terreno.

Molto dipenderà dalla capacità degli hub di rispondere davvero ai bisogni della popolazione e dal modo in cui Hamas reagirà a quella che, a tutti gli effetti, appare come una sfida diretta alla sua egemonia.

In un contesto dove ogni mossa logistica ha ripercussioni politiche, anche un carico di farina o una cassa d’acqua può diventare un atto di potere o di resistenza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna in alto