Di Cristina Di Silvio*
WASHINGTON D.C. A quasi un anno dall’inizio delle ostilità, Gaza si è trasformata in un epicentro non solo di crisi regionale, ma di erosione del come fondamento dell’ordine multilaterale contemporaneo.
La gravità della devastazione, il collasso del sistema di assistenza e l’incapacità delle principali potenze di mediazione di garantire l’accesso stabile agli aiuti indicano una tensione crescente tra interessi strategici e norme sovranazionali.

Secondo l’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), oltre 470 mila persone nella Striscia si trovano oggi in condizione di fame catastrofica (Fase 5).
Le morti confermate per malnutrizione – almeno 101, di cui 80 bambini – segnalano che l’insicurezza alimentare non rappresenta più un effetto collaterale, ma una variabile strutturale nel teatro del conflitto.
Il Norwegian Refugee Council ha inoltre segnalato decessi tra lo stesso personale umanitario, un fenomeno estremamente raro nei conflitti contemporanei.
La riduzione da 400 a soli 4 punti di distribuzione alimentare, oggi accessibili solo in condizioni ad alto rischio, suggerisce che il sistema umanitario è stato profondamente militarizzato. Più di mille civili, secondo fonti concordanti, sono morti nel tentativo di accedere a beni di prima necessità.
L’articolo 54 del Protocollo I alle Convenzioni di Ginevra vieta espressamente l’uso della fame come metodo di guerra.
Nel quadro attuale, Gaza si presenta come un caso esemplare in cui la giurisprudenza umanitaria si confronta con vincoli geopolitici radicati. Israele mantiene una spesa militare pari al 4,5% del PIL, una delle più alte nell’area OCSE, secondo i dati più recenti del SIPRI.
È tra i principali esportatori mondiali di tecnologie per la difesa e per la sicurezza cibernetica, ambiti nei quali ha stretto accordi operativi con attori europei e nordamericani.
L’Italia, ad esempio, ha consolidato una partnership tecnologica nel periodo 2012–2022 e accordi nel campo della simulazione militare e della cybersecurity.
L’interdipendenza tecnica e operativa tra Tel Aviv e le capitali occidentali spiega in parte la prudenza diplomatica con cui viene affrontata la questione umanitaria, che, pur sollevando preoccupazioni pubbliche, raramente si traduce in pressioni efficaci sul piano multilaterale.
È in questo spazio ambiguo che la crisi di Gaza rischia di diventare paradigma.
Nel medio periodo si delineano almeno tre possibili scenari.
Il primo prevede un graduale ritorno a un coordinamento umanitario gestito da Agenzie internazionali con il ripristino del pieno accesso UNRWA.

Si tratta dello scenario auspicato da organizzazioni come Oxfam, MSF, Emergency e UNICEF, ma dipende da una significativa inversione di rotta politica.
Il secondo scenario, più probabile, è quello della crisi cronica a bassa intensità, in cui le operazioni umanitarie proseguono in condizioni limitate, mentre l’infrastruttura civile resta in stato di collasso.
In tale contesto, il diritto umanitario viene applicato in modo selettivo e perde efficacia come garanzia.
Il terzo e più critico scenario è quello della normalizzazione dell’eccezione, in cui l’uso selettivo delle norme diventa sistemico e il precedente giuridico che ne deriva mina l’intero impianto dell’ordine internazionale fondato sul diritto.
Gaza diventerebbe così la soglia oltre la quale la forza può prevalere sulla legalità, se sostenuta da adeguate coperture strategiche.
Questo spostamento avrebbe implicazioni ben oltre il contesto mediorientale, introducendo una logica di tolleranza differenziale verso le violazioni umanitarie in base al peso geopolitico degli attori coinvolti.
In questo senso, il caso Gaza non è solo una tragedia umanitaria, ma anche un banco di prova per la tenuta del diritto umanitario nel XXI secolo.

Come ha osservato la segretaria generale di Amnesty International, Agnès Callamard, la sospensione dei finanziamenti a UNRWA colpisce le vittime e non i responsabili.
Il principio di protezione dei civili, sancito dalle Convenzioni di Ginevra e ribadito nelle risoluzioni ONU, rischia di diventare residuale se la sua applicazione viene subordinata a dinamiche strategiche.
La posta in gioco, dunque, non riguarda solo Gaza ma l’intero equilibrio tra potere e regole nel sistema internazionale.
La tenuta del diritto non è garantita dalla sua codificazione, ma dalla volontà politica di farlo rispettare.
Quando questa volontà viene meno, ciò che era impensabile diventa tollerato, e l’eccezione si fa regola.
In un mondo attraversato da conflitti ibridi, guerre non dichiarate e crisi asimmetriche, l’efficacia del diritto umanitario rimane l’unico vero argine alla regressione verso un ordine selettivo e instabile.
Gaza, in questo senso, rappresenta una soglia.
Superarla senza una risposta collettiva significa accettare che la sopravvivenza dei civili possa essere subordinata a valutazioni di opportunità. Il silenzio che ne consegue non è solo morale, ma sistemico.
*Esperta Relazioni internazionali, istituzioni e diritti umani (ONU)
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