Guerra Israele-Hamas: l’indignazione selettiva e il rischio di un antisemitismo velato

Di Bruno Di Gioacchino

TEL AVIV. Nell’attuale scenario internazionale, i conflitti armati attivi sono oltre 60, più che in qualsiasi altro periodo dalla Seconda Guerra mondiale, e includono guerre sanguinose in Sudan, Myanmar, Sahel, Yemen, Ucraina e Gaza.

Rifugiati sudanesi accampati in tende di fortuna alla periferia di Al Kufra, in Libia. © UNHCR/Ahmed Elshamikh

 

Nonostante questo, i media e l’opinione pubblica occidentale sembrano concentrare l’attenzione solo su alcuni Teatri, e tra tutti, il conflitto israelo-palestinese riceve una copertura sproporzionata.

Ed è proprio qui che si pone una domanda fondamentale: perché le vittime palestinesi vengono spesso considerate come l’emblema della sofferenza umana, mentre quelle in Sudan o nello Yemen – con decine di migliaia di morti e milioni di sfollati – restano invisibili?

Azioni di guerra in Yemen

Analogamente, perché i soldati israeliani vengono caricati di simbolismi estremi e paragonati ai nazisti, mentre crimini compiuti da altri attori restano “contestualizzati” o ignorati?

Questo squilibrio non è casuale.

Esso riflette una dinamica ideologica e mediatica sempre più polarizzante: un doppiopesismo morale che finisce per delegittimare una narrazione equilibrata.

Quando si equiparano vittime e carnefici in modo asimmetrico, o si amplifica la sofferenza di alcune popolazioni minimizzandone altre, non si compie un atto di empatia, ma un’operazione di selezione ideologica.

Il punto non è difendere in modo acritico nessuna delle due parti, bensì rivendicare il diritto di ogni vittima a essere riconosciuta come tale.

È importante ricordare che dietro ogni numero, ogni cronaca, c’è una persona, una famiglia, una vita spezzata.

Le narrazioni polarizzate rischiano di produrre – anche involontariamente – un antisemitismo velato, un sentimento che non usa la violenza verbale esplicita, ma che, per motivazioni ideologiche, piega la compassione.

Un antisemitismo “soft”, ma non meno reale, che passa attraverso l’indifferenza selettiva e la delegittimazione della sofferenza israeliana o ebraica.

Non serve alzare i toni.

Serve chiedersi con onestà:

  • Perché alcune vittime contano di più, e altre no?
  • Perché il dolore palestinese è sempre in primo piano, mentre quello del Sudan no?
  • Perché chi difende un popolo viene spesso trasfigurato in mostro, mentre chi attacca è “resistente”?

Un atteggiamento critico e rispettoso del dolore altrui non è ideologia: è coscienza morale.

L’empatia non deve essere a geometria variabile.

Se diventa esclusiva per alcuni, se condiziona l’agenda informativa, allora stiamo perdendo qualcosa di essenziale: la capacità di guardare all’umanità nella sua interezza.

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