Gaza: nuova escalation. Israele ordina l’evacuazione del Nord. Donald Trump invoca un accordo immediato

Di Bruno Di Gioacchino

TEL AVIV. Israele ha ordinato l’evacuazione di vaste aree nel Nord della Striscia di Gaza, includendo Jabalia e gran parte di Gaza City, segnando una nuova fase delle operazioni militari volte alla “distruzione delle capacità operative delle organizzazioni terroristiche”.

Un’immagine della guerra a Gaza

Mentre le Forze Armate israeliane si preparano a un’ulteriore penetrazione verso il centro urbano, nuove ondate di bombardamenti hanno colpito Khan Younis e Gaza City, provocando almeno cinque vittime civili, secondo fonti sanitarie palestinesi.

Questa offensiva rappresenta un’evoluzione nella strategia israeliana, che dall’ottobre 2023 conduce un conflitto ad alta intensità contro Hamas.

Al centro della nuova manovra vi è una logica di assedio e DI logoramento: evacuazioni forzate, pressione militare costante e progressivo controllo territoriale,

in continuità con quanto già visto nei cosiddetti “corridoi di sicurezza” come il Philadelphi Corridor lungo il confine egiziano e il Morag Corridor a sud.

Le autorità israeliane sostengono che l’ampliamento dell’area d’operazioni sia finalizzato anche alla protezione degli ostaggi israeliani ancora detenuti da Hamas.

Miliziani di Hamas

Tuttavia, le evacuazioni forzate di centinaia di migliaia di civili sollevano nuove accuse internazionali di punizione collettiva, aggravando una crisi umanitaria ormai prossima al collasso.

Le zone designate come “sicure”, come l’area costiera di Al-Mawasi, risultano del tutto insufficienti e inadeguate ad accogliere i nuovi sfollati.

L’ambiguità delle garanzie di sicurezza offerte e la natura indiscriminata di alcuni bombardamenti aumentano la preoccupazione tra le organizzazioni umanitarie e giuridiche internazionali.

In questo contesto, l’intervento del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha introdotto una nuova variabile nella dinamica diplomatica.

Trump e Netanyhau

Con un messaggio secco e inequivocabile pubblicato su Truth Social  – “Fate l’accordo a Gaza, riportate indietro gli ostaggi” – Trump ha invocato un cessate il fuoco immediato e ha esortato le parti a raggiungere un’intesa entro una settimana.

Pur mantenendo uno stile comunicativo diretto e informale, il suo ruolo istituzionale conferisce un peso rilevante alle sue parole.

Il suo appello si aggiunge agli sforzi già in corso da parte di Qatar, Egitto e Nazioni Unite per favorire una tregua.

In un panorama geopolitico sempre più polarizzato, la voce di Trump – divisiva ma influente – potrebbe rappresentare un catalizzatore per la pressione internazionale su Israele.

L’escalation nel Nord di Gaza suggerisce due scenari possibili: la distruzione totale delle infrastrutture di Hamas oppure l’instaurazione di un controllo territoriale israeliano stabile, con ricadute giuridiche, politiche e strategiche a lungo termine.

L’apertura di Hamas a un negoziato condizionato a una ritirata israeliana si scontra con l’intransigenza di Tel Aviv sulla completa smilitarizzazione della Striscia.

L’assenza di una posizione unitaria dell’Unione Europea rischia di vanificare gli sforzi diplomatici in corso.

Il protrarsi dei raid e l’aggravarsi della crisi civile potrebbero alimentare una nuova radicalizzazione nella popolazione palestinese, mobilitazioni nei Paesi arabi e possibili azioni destabilizzanti da parte di attori come Hezbollah o l’Iran.

Una fiammata regionale è tutt’altro che remota.

Tra i temi che richiederanno ulteriore approfondimento: le implicazioni a lungo termine dei corridoi di sicurezza e delle infrastrutture militari israeliane a Gaza; le responsabilità politiche e legali dell’Unione Europea, con l’Ufficio dell’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e della Sicurezza impegnato in valutazioni sulle possibili risposte; l’evoluzione dei contatti indiretti tra Hamas e Israele per la liberazione degli ostaggi, anche attraverso mediatori internazionali.

La guerra a Gaza è entrata in una nuova fase: più intensa, più mediatizzata, più polarizzata.

Se da una parte Israele avanza sul campo, dall’altra crescono le pressioni internazionali – anche da parte del Presidente degli Stati Uniti – per interrompere l’escalation e salvare vite umane.

Il tempo stringe. E la finestra per una soluzione politica si riduce ogni giorno di più.

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