DIFESA: SULLA PERCENTUALE DI PIL PER LE SPESE NO AD UN APPROCCIO SOLO RAGIONIERISTICO

Di Giuseppe Santomartino*

ROMA. Da alcuni giorni assistiamo ad accesi dibattiti circa il tema del “5% del PIL per la Difesa” così concordato nel recentissimo Summit NATO de L’ Aja.

Zelensky con Ursula von del Leyen e Mark Rutte

Tema di assoluta rilevanza per il nostro futuro ma che forse meriterebbe una narrativa più ampia ed articolata sui presupposti epistemologici, prima che analitici e contabili, e ciò a prescindere dalle varie posture politiche.

Le carenze  narrative sono a mio avviso quattro:

  • Un’ oggettiva, e quindi non ideologica, panoramica del possibile scenario di minaccia verso l’ Europa Occidentale nel medio-lungo termine, la definizione di tale scenario è presupposto imprescindibile per ogni valutazione in materia di Difesa e non può essere contaminata dalle suggestive banalizzazioni veicolate dalle controparti (ad esempio Cognitive Influence russa)
  • Una chiara rivalutazione del principio di solidarietà euro atlantica ( presupposto storico fondamentale dell’ Alleanza di cui la NATO è “solo” l’ espressione organizzativa)
  • Una valutazione del valore aggiunto, in termini di credibilità geopolitica, deterrenza ed economie di scala, derivante nel medio-lungo termine da una “Difesa UE” che non può che derivare da una “vera” prospettiva federale in un’Unione Europea con buona pace delle ricorrenti banalizzazioni e “surrogati” finora visti in materia
  • Un’adeguata informazione sui livelli globali di conflittualità e del fenomeno “violenza” ad ampio spettro nel mondo con approccio che, è bene dirlo subito, dovrebbe andare ben al di là dei volumi di spesa in termini assoluti e di percentuali del PIL.

Questa breve nota ha l’ ambizione di contribuire, seppure con taglio molto sintetico, a colmare quest’ ultima lacuna  con indicatori analitici, poco noti, ma con notevole valenza olistica e utili quindi a meglio catturare la complessità geopolitica di questo secolo e, conseguentemente, la “traiettoria” temporale citata proprio nel documento finale del Summit NATO di qualche giorno fa.

Va premesso che i dati e gli elementi di analisi in parola possono variare fra le varie fonti, qui si è scelto di riferirsi al recentissimo Rapporto annuale del Global Peace Index  (GPI) edito dall’Institute for Economics & Peace di Sydney, che analizza ben 23 indicatori incidenti sui livelli di peacefulness, instabilità e conflittualità (i dettagli della metodologia analitica impiegata possono desumersi dal GPI Report 2025 disponibile in rete).

Il Global Peace Index analizza ben 23 indicatori incidenti sui livelli di peacefulness, instabilità e conflittualità

I principali elementi che emergono sono così riepilogabili:

  • Andamento dei 23 indicatori in esame conferma un generale costante peggioramento del livello di peacefulness e stabilità globale dal 2008 ad oggi, con sole due eccezioni di lievi miglioramenti nel 2011 e 2013  (fig. 1);
  • Una sempre maggiore “geopolitcal fragmentation” derivante dall’ enorme aumento del numero dei Paesi con “sostanziale influenza” su altri paesi ( 34 al 2024 a fronte di 6 nel 1970);
  • Il costante preoccupante aumento dei rifugiati e Internally Dispersed Persons ( IDP’s) a livello globale , oltre 120 milioni nel 2024, dovuti in gran parte ad un intreccio di conflittualità, fragilità politico-istituzionali, terrorismo, crisi ambientali e food unsecurity; il fenomeno presenta un aumento globale di oltre il 200% dal 2000 al 2024 e ha generato , fra l’altro, il nuovo drammatico epifenomeno del “Weaponization of Migration” dagli esiti ancora imprevedibili
  • Un preoccupante trend del “Peace Inequality Gap (PIG)” (differenziale fra i GPI dei 25 Paesi più stabili ed instabili) che continua a crescere dal 2010 generando (Fig.2 ) una significativa “forcella” fra Global North e Global South che rischia di sfociare in gravi spinte “compensatrici” in cui quelle dei rifugiati-IDP’s e degli estremismi anti-occidentali costituiscono solo gli epifenomeni più evidenti.
Un preoccupante trend del “Peace Inequality Gap (PIG)” (differenziale fra i GPI dei 25 Paesi più stabili ed instabili) che continua a crescere dal 2010

 

  • La crescita del debito pubblico nella maggioranza delle Low Income Countries (LIC’s), specie nelle aree già caratterizzate dai maggiori indici di instabilità ( es. Africa sub-sahariana e Medio Oriente “allargato”), tale fenomeno sta portando molti LIC’s a dover ormai dedicare oltre il 40 % delle proprie entrate a supportare il debito e , specie in “sinergia” con gli indicatori ed i fenomeni sopracitati, sta spingendo il Global South su derive geopolitiche di sempre maggiore instabilità e fragilità politico-istituzionali; parallelamente alla crescita del debito è in forte espansione il cosiddetto Debt Trap ( Trappola del Debito), specie di origine cinese, verso il Global South.

Il Rapporto GPI propone poi, senza scadere nella retorica del pacifismo massimalista o del disarmo “a prescindere”, una chiave di lettura molto più ampia al tema dei costi globalmente associabili alla “violenza” (i confitti costituiscono solo la parte generalmente associabile alla categoria “violenza politica” basata o meno sul concetto di “guerra giusta” e sui principi del diritto internazionale).

L’ indicatore proposto, anch’ esso con notevole valenza olistica, è denominato “Economic Impact of Violence ( EIV)” in cui vengono consolidati tutti i costi globali comunque associati alle varie forme di violenza nel mondo, inclusi, come già detto, i costi per la Difesa.

Tale EIV (Fig.3) avrebbe ormai raggiunto i 20 trilioni di dollari, una cifra enorme, pari a circa l’ 11,6 % del PIL mondiale.

L’Economic Impact of Violence ha raggiunto ormai i 20 trilioni di dollari

L’EIV in alcuni Paesi, quali Afghanistan, Ucraina e Corea del Nord, arriva a punte di circa il 40% dei rispettivi PIL.

Tale indicatore evidenzia poi che la parte di Military Expenditure globale è pari al 45%, quindi meno della metà, dell’ EIV mondiale.

Ma parallelamente la componente che presenta la maggiore crescita in tale EIV è costituita proprio dai costi degli armed conflicts (Fig. 4).

La componente che presenta la maggiore crescita in tale EIV è costituita proprio dai costi degli Armed Conflicts

 

Questa, sia pur sintetica, panoramica di indicatori geopolitici correlati al GPI, con le rispettive  valenze olistiche, evidenzia che il tema dei costi per la Difesa va inserito, anche nei confronti dell’ opinione pubblica, in contesti analitici ben più ampi dei “semplici” volumi assoluti o percentuali di PIL, esigenza che la complessità geopolitica di questo secolo rende ancora più imprescindibile.

Prima di chiudere alcune considerazioni finali estratte dal Rapporto sopracitato:  “The world has become less peaceful in the last 17 years… and many factors that precede major conflicts are higher than they have been since the end of WWII competing speres of influence are creating the conditions for the onset of large scale conflict , and the associated economic distruction”.

* Generale di Divisione (ris). E’ laureato in Scienze Strategiche e Scienze Politiche – Indirizzo islamico presso l’Istituto Universitario Orientale. E’ stato Addetto per la Difesa presso le Ambasciate in Amman e Baghdad, capo delegazione italiana presso lo US Centcom e capo Dipartimento presso l’European Union Military Staff in Bruxelles. Ha pubblicato testi sul Jihadismo e la geopolitica del XXI secolo. E’ docente di Intelligence presso la facoltà di  Science Politiche dell’ Università della  Tuscia e presso il Master di Intelligence dell’ Università di Udine.

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