Di Francesco Maria Ceravolo*
ROMA. La crisi che fa da sfondo agli interventi italiani nel Golfo prende forma con la rivoluzione iraniana del 1978 e 1979, che abbatte la monarchia dei Pahlavi e apre una repubblica islamica costruita anche sulla contestazione dell’influenza occidentale; la presa dell’ambasciata statunitense di Teheran nel novembre 1979 e la lunga crisi degli ostaggi trasformano quella rottura in un antagonismo strutturale, tanto che la sicurezza del Golfo torna a essere un problema centrale per gli Stati industriali dipendenti dalle rotte energetiche e dai passaggi marittimi che collegano il Golfo Persico all’Oceano Indiano.

La guerra tra Iran e Iraq, iniziata il 22 settembre 1980 con l’attacco iracheno, radicalizza ulteriormente il quadro perché dal logoramento terrestre si passa progressivamente alla dimensione marittima, dove la cosiddetta guerra delle petroliere investe terminali, naviglio commerciale, rotte di esportazione e dispositivi di scorta, mentre la minaccia delle mine e degli attacchi contro traffici neutrali rende evidente che il controllo del mare non è un corollario del conflitto bensì uno dei suoi centri di gravità.
La scelta che mi ha portato a leggere in un solo continuum il Golfo Persico, Hormuz, il Mar Arabico settentrionale e il Mar Rosso dipende proprio da questo dato, dal momento che le fonti europee più recenti descrivono ancora oggi un sistema di linee di comunicazione interdipendenti, esposte alla stessa logica di interdizione marittima, di pressione missilistica e di tutela del traffico mercantile che già negli anni Ottanta aveva imposto una presenza navale stabile e credibile delle marine occidentali.
LE OPERAZIONI DEL GOLFO
Dentro questo quadro l’Operazione Golfo 1 del 1987 e 1988 rappresenta il primo vero banco di prova della presenza militare italiana nel quadrante, poiché dopo l’attacco contro la nave mercantile italiana Jolly Rubino, avvenuto nella notte tra il 2 e il 3 settembre 1987, l’Italia decide l’invio del diciottesimo Gruppo navale, composto da fregate, cacciamine, una nave rifornitrice di squadra e una nave appoggio, con il compito di proteggere il traffico battente bandiera nazionale e concorrere alla bonifica della minaccia mine in un ambiente operativo ormai saturo di rischi asimmetrici e convenzionali insieme.

La rilevanza tecnico militare della missione, a ben vedere, sta nel fatto che essa impone alla Marina Militare una postura fuori area continuativa, un’architettura logistica robusta, una stretta integrazione tra unità di scorta e contromisure mine e una disciplina di comando capace di reggere la frizione di un teatro lontano, congestionato e politicamente delicato, dove la semplice presenza in mare non basta e deve tradursi in protezione effettiva delle linee di comunicazione marittima.
L’ Operazione Golfo 1, dunque, va letta meno come episodio isolato e più come il momento in cui la Marina italiana verifica su scala reale la possibilità di combinare deterrenza, accompagnamento del naviglio, sorveglianza e supporto logistico in un contesto che non era ancora guerra aperta per l’Italia, ma già esigeva competenze da forza navale pronta al combattimento e capace di tenere il mare sotto pressione strategica prolungata.
La crisi del Kuwait nel 1990 amplia e irrigidisce questa traiettoria, perché l’invasione irachena del 2 agosto apre una fase in cui l’Italia concorre sia sul mare sia nel dominio aerotattico, e proprio questa combinazione tra componente navale e componente aerea mostra un salto di qualità nello strumento militare nazionale; sul versante marittimo il ventesimo Gruppo navale viene costituito nell’agosto 1990, raggiunge l’area di operazione il 30 agosto e resta impegnato fino al 23 agosto 1991 per far rispettare l’embargo sancito dalle risoluzioni delle Nazioni Unite e poi per concorrere all’applicazione della risoluzione 678, dentro un dispositivo multinazionale che richiede pattugliamento, controllo del traffico, presenza dissuasiva e sostenibilità logistica continua.
Sul versante aereo l’Operazione Locusta, avviata il 25 settembre 1990 con il rischieramento dei Tornado italiani ad Al Dhafra, costituisce il primo coinvolgimento operativo reale dell’Aeronautica Militare dalla fine della seconda guerra mondiale e assegna ai reparti italiani compiti che richiedono penetrazione in ambiente ostile, capacità di interdizione, adattamento ai ritmi dell’air tasking order di coalizione e gestione del rischio in uno scenario a elevata densità di difese e minacce, mentre la stessa storia operativa del Tornado continua a essere ricordata dalla Forza Armata come una tappa fondativa del proprio impiego expeditionary.

La prima guerra del Golfo, per l’Italia, non coincide quindi soltanto con una scelta politica di collocazione internazionale, perché rivela in modo molto concreto la possibilità di integrare sea control, maritime interdiction e potenza aerea tattica dentro un’unica campagna di coalizione, evidenziando che credibilità militare significa interoperabilità, resistenza psicologica degli equipaggi, affidabilità dei sistemi d’arma e capacità di sostenere il ritmo operativo imposto da partner più grandi senza diventare presenza simbolica o accessoria .
L’Operazione Airone del 1991 segna un altro tornante importante, perché dopo il cessate il fuoco la repressione irachena contro la popolazione curda sposta il baricentro dall’offensiva convenzionale alla protezione umanitaria in ambiente instabile, e il contributo italiano si inserisce nella missione Provide Comfort con un dispositivo che parte tra il 3 maggio e l’autunno 1991 e che, nelle ricostruzioni dell’Esercito, combina comando di contingente, presenza paracadutista, supporto logistico, capacità sanitarie e controllo di un settore operativo in cui sicurezza e soccorso restano inseparabili.
Credo pertanto che proprio Airone meriti di essere rimessa al centro della sequenza storica, dal momento che qui emerge con chiarezza una modalità d’impiego destinata a diventare familiare negli anni successivi, vale a dire un’operazione in cui la finalità umanitaria richiede comunque disciplina di forza, protezione armata, mobilità tattica, capacità di aviosbarco e tenuta logistica, senza le quali l’assistenza resta vulnerabile e il controllo dell’area assegnata si dissolverebbe al primo incremento di violenza locale..
Airone, in altre parole che però voglio tenere ancorate ai documenti e non alla retorica, mostra che lo strumento militare italiano sta già transitando verso forme di presenza expeditionary nelle quali la distinzione rigida tra missione di combattimento e missione umanitaria perde molta della sua utilità descrittiva, perché sul terreno la tutela dei civili, la cornice di sicurezza, la cooperazione multinazionale e la gestione del territorio si presentano come elementi sinergici della stessa funzione operativa.

Il passaggio successivo, quello di Antica Babilonia tra il 2003 e il 2006, si colloca ormai nella fase post bellica irachena e porta con sé un mutamento ancora più netto delle esigenze operative, poiché dopo il rovesciamento del regime di Saddam Hussein il problema centrale non è la sconfitta di forze regolari ma la stabilizzazione di uno spazio politico e urbano fratturato, che la risoluzione 1483 del Consiglio di Sicurezza invita la comunità internazionale a sostenere in termini di sicurezza e ricostruzione istituzionale, mentre il dispositivo italiano si struttura per controllo del territorio, protezione di infrastrutture, supporto alla ricostruzione del comparto sicurezza, ordine pubblico, bonifica ordigni e attività specialistiche che arrivano fino agli ambiti del Genio e del CBRN.
Tenuto in considerazione ciò mi sento di evidenziare che Antica Babilonia non possa essere compressa nella formula generica della missione di pace, perché i documenti dell’Esercito e le memorie ufficiali sulle battaglie dei ponti di Nassiriya ricordano una realtà ben più ruvida, nella quale il contingente italiano deve misurarsi con combattimento urbano, azioni ostili di milizie irregolari, difesa di snodi sul fiume Eufrate e necessità di tenere insieme forza, mediazione e continuità della presenza, cioè esattamente quella miscela che caratterizza le operazioni di stabilizzazione più complesse.
Da qui deriva una lezione che considero decisiva per leggere l’evoluzione delle Forze Armate italiane, poiché in Iraq la professionalità richiesta non riguarda soltanto l’efficienza tattica del reparto, ma anche la capacità di fondere intelligence, protezione della forza, interazione con autorità civili, sostegno logistico avanzato e adattamento rapido a una minaccia ibrida che sfugge ai modelli lineari della guerra convenzionale classica .
Con l’Operatione Inherent Resolve, cui il contributo nazionale si collega dal 2014 e che sul piano italiano prende la forma di Prima Parthica, si entra in una stagione diversa ancora, nella quale la lotta contro Daesh obbliga a pensare la sicurezza irachena come risultato di un lavoro esteso di addestramento, advisory, supporto aereo, logistica, raccolta informativa e sviluppo di capacità locali, dentro una coalizione che la Difesa italiana e il Senato descrivono come costruita sulla richiesta di aiuto presentata dall’Iraq e sul quadro delle risoluzioni 2170 e 2178 del Consiglio di Sicurezza.
Le schede parlamentari e i materiali ufficiali della Difesa insistono sul progressivo incremento delle attività di training, advise e assist, sulla presenza di una componente aerea incaricata di ricognizione, contraviazione difensiva, rifornimento in volo, raccolta informativa ed effetti nel dominio elettromagnetico, oltre che sul sostegno logistico e sanitario che permette all’intero dispositivo di restare credibile nel tempo, e proprio questa architettura conferma che il risultato strategico viene cercato soprattutto nel rafforzamento delle forze partner e nel contenimento della minaccia prima che questa riconquisti profondità territoriale e consenso coercitiv.
L’aspetto più interessante, a mio giudizio, è che Prima Parthica rende visibile una maturazione piena dello strumento militare italiano in senso interforze e multilivello, dal momento che la missione non premia il reparto più esposto sul piano simbolico ma la tenuta di una catena complessa fatta di formazione, mobilità aerea, comunicazioni, supporto tecnico amministrativo, cooperazione civile militare e capacità di trasformare l’assistenza in un moltiplicatore di sicurezza locale misurabile nel medio periodo.

EUNAVFOR Aspides, lanciata nel febbraio 2024 in risposta agli attacchi Houthi contro il traffico commerciale, riporta con forza il ragionamento italiano dentro il dominio marittimo, ma con una differenza significativa rispetto alla fine degli anni Ottanta, perché oggi la minaccia combina missili, droni, interdizione irregolare e pressione sulle rotte che collegano Bab el Mandeb, Golfo di Aden, Mar Arabico, Golfo di Oman, Hormuz e Golfo Persico, cioè un arco operativo che le decisioni del Consiglio dell’Unione europea definiscono con precisione e che va difeso per ripristinare e salvaguardare la libertà di navigazione.

Il mandato resta difensivo e comprende maritime situational awareness, accompagnamento del naviglio, protezione delle unità mercantili contro attacchi multidominio e coordinamento con partner presenti in area, mentre l’Italia assume fin dall’avvio un ruolo di primo piano con il comando tattico iniziale affidato a un ammiraglio italiano, con Nave Duilio prima flagship dell’operazione e con una continuità di presenza che la Marina Militare, a un anno dall’avvio, lega a oltre trecentosettanta attività di protezione ravvicinata del traffico in transito, dato che rende molto concreta la funzione di sicurezza esercitata dal dispositivo europeo.

Ho ritenuto necessario sviluppare questo passaggio più di quanto facesse il testo originario, perché Aspides mostra in modo quasi didascalico la lunga durata dell’esperienza italiana nel Golfo allargato, nel senso che la tradizione di scorta, presenza e tutela del traffico commerciale costruita con Golfo 1 e Golfo 2 riemerge in forma aggiornata dentro una missione europea che richiede oggi sensori, difesa antimissile, prontezza decisionale e un quadro giuridico multilaterale assai più sofisticato, ma risponde ancora alla stessa domanda di fondo, vale a dire garantire che le linee di comunicazione marittima restino aperte anche quando il contesto regionale tenta di trasformarle in strumenti di ricatto strategico.
A questo punto risulta calzante osservare la sequenza complessiva delle missioni italiane non come una somma episodica di interventi, bensì come una traiettoria coerente di apprendimento operativo, che parte dalla protezione del traffico marittimo e dalle contromisure mine, attraversa la guerra aerea di coalizione, sperimenta la saldatura tra sicurezza e soccorso in Airone, affronta la stabilizzazione armata e il combattimento urbano in Iraq, quindi approda alle missioni di capacity building e di sicurezza marittima europea contro minacce ibride e dronistiche, con una continuità professionale che emerge nitidamente dalle fonti ufficiali delle singole Forze Armate e dalle decisioni nazionali e sovranazionali che le hanno accompagnate.
Possiamo d’altronde affermare che il tratto costante dell’intervento italiano nel Golfo non risieda in un’unica specialità, perché la cifra ricorrente sta piuttosto nella capacità di collocarsi utilmente dentro coalizioni complesse offrendo contributi riconoscibili nel dominio navale, aerotattico, terrestre e addestrativo, con una notevole predisposizione alla funzione di raccordo tra dimensione tattica e obiettivo politico operativo, tanto che il valore aggiunto nazionale emerge spesso proprio nei segmenti in cui interoperabilità, affidabilità procedurale e continuità del dispositivo contano quanto, e talvolta più, del volume numerico delle forze schierate.
Il Golfo, evidentemente, resta uno dei laboratori strategici più severi per l’Italia, perché costringe a misurare la proiezione esterna dello Stato non nelle formule astratte della politica di sicurezza ma nella concretezza di convogli da proteggere, spazi aerei da condividere, città da stabilizzare, partner da addestrare e rotte da mantenere aperte sotto minaccia, ed è proprio in questa prova reiterata che si coglie il significato più profondo della presenza italiana nell’area, presenza che negli ultimi quarant’anni ha progressivamente smesso di essere eccezione per diventare una competenza strutturale della Difesa nazionale.
*Generale di Divisione (aus) dell’Esercito italiano
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