L’Iraq torna a essere un fronte secondario capace di incendiare l’intero Medio Oriente

Di Giuseppe Gagliano*

BAGDAD. L’attacco con droni che ha ferito sei soldati francesi nella regione di Erbil non deve essere letto come un episodio periferico né come un semplice incidente di teatro. Indica invece che la guerra innescata dai bombardamenti israelo-americani contro l’Iran continua a propagare le sue onde d’urto in tutta la profondità strategica del Medio Oriente. Il Kurdistan iracheno, a lungo presentato come una zona relativamente stabile rispetto al resto dell’Iraq, torna oggi a essere uno spazio vulnerabile, attraversato da rivalità regionali, logiche di rappresaglia indiretta e dalla crescente capacità d’azione degli attori armati legati all’orbita iraniana.

Un drone iraniano Shahed catturato in Ucraina

Il fatto che i militari francesi colpiti fossero impegnati in attività di addestramento alla lotta contro il terrorismo è di per sé rivelatore.

Significa che anche i dispositivi occidentali ufficialmente destinati alla stabilizzazione, alla formazione e al sostegno dei partner locali sono ormai esposti a una dinamica di guerra che supera ampiamente il solo quadro iracheno. L’Iraq non è più soltanto un teatro antijihadista.

Torna a essere uno spazio di confronto tra potenze, milizie alleate, strategie di segnalazione militare e pressioni incrociate tra Washington, Teheran, Israele e i rispettivi partner.

Erbil, da santuario relativo a zona di pressione militare

Per anni Erbil ha rappresentato per gli occidentali un punto d’appoggio più sicuro rispetto ad altre aree dell’Iraq.

La presenza di contingenti stranieri, italiani, francesi e di altri Paesi impegnati nella coalizione guidata dagli Stati Uniti, si fondava sull’idea che il Kurdistan iracheno offrisse un ambiente più controllabile.

Ora questa ipotesi appare sempre più fragile. L’attacco che ha colpito una base a Mala Qara, dopo un’altra incursione contro un’installazione italiana, dimostra che la geografia della minaccia si sta allargando e che i gruppi filo-iraniani cercano ormai di mostrare che nessuna presenza occidentale è del tutto al riparo.

Sul piano militare, l’uso del drone non è un dettaglio.

Esprime una guerra di logoramento a basso costo, ad alto rendimento politico e con una firma tattica sfuggente.

Il drone consente di aggirare in parte la superiorità convenzionale occidentale, di mantenere una pressione psicologica continua e di moltiplicare gli incidenti senza precipitare subito in uno scontro frontale aperto.

È l’arma ideale per quegli attori che vogliono colpire, testare le difese avversarie, disturbare i dispiegamenti stranieri e inviare un messaggio senza assumersi apertamente il peso di un’escalation totale.

L’addestramento per i militari curdi da parte dei soldati italiani della missione Prima Parthica

La Francia davanti al ritorno del rischio iracheno

Per Parigi questo episodio ha una portata molto più ampia del semplice ferimento di sei soldati. Ricorda brutalmente che il dispositivo francese nella regione, anche se presentato come difensivo, è ormai inserito in un ambiente strategico molto più pericoloso.

Emmanuel Macron ha insistito in questi giorni sul ruolo di protezione svolto dalla Francia in Medio Oriente, sia per i propri cittadini sia per i propri partner, dal Libano alle monarchie arabe del Golfo. Ma la realtà geopolitica è più dura: nel momento in cui un Paese dispiega mezzi aeronavali, istruttori, capacità di sostegno e forze di presenza in uno spazio tanto infiammabile, smette di essere percepito come un semplice osservatore.

La Francia è oggi impegnata in una logica di protezione, certo, ma questa protezione si inserisce in un’architettura di guerra regionale nella quale le percezioni contano quanto le intenzioni. Agli occhi delle milizie filo-iraniane, delle fazioni radicali o di coloro che vogliono colpire gli alleati occidentali, la distinzione tra missione di addestramento, postura difensiva e partecipazione indiretta al fronte anti-iraniano diventa sempre più sfumata.

Ed è questo il pericolo principale: nelle guerre regionali contemporanee non si viene colpiti solo per ciò che si fa, ma anche per ciò che si rappresenta.

Un’estensione del conflitto per cerchi concentrici

L’attacco di Erbil conferma soprattutto una logica già visibile sin dall’inizio della guerra: quella dell’estensione per cerchi concentrici.

Lo scontro iniziale tra Israele, Stati Uniti e Iran non resta confinato a questi soli attori. Si diffonde attraverso le reti di partner, le basi avanzate, i punti d’appoggio logistici, le vie marittime e i territori dove esistono già equilibri precari.

L’Iraq, in particolare, è uno degli anelli più fragili di questa catena, perché combina tre vulnerabilità: una sovranità incompleta, una forte penetrazione dei gruppi armati filo-iraniani e una presenza occidentale che resta simbolicamente e militarmente esposta.

In questo contesto, ogni attacco contro una base straniera svolge una triplice funzione. Prima di tutto una funzione militare, perché mette alla prova i dispositivi di difesa e costringe l’avversario a disperdere i propri mezzi.

Poi una funzione politica, perché mostra alle opinioni pubbliche locali e regionali che le potenze occidentali non controllano completamente il terreno.

Infine una funzione strategica, perché mira ad ampliare il costo del conflitto per gli alleati di Washington e a trasformare ogni teatro secondario in una leva di pressione sulla coalizione occidentale.

Una Fremm della Marina francese (foto defense.gouv.fr)

La fragilità del modello occidentale di stabilizzazione

L’episodio mette anche in luce l’esaurimento del modello occidentale di stabilizzazione fondato su formazione e accompagnamento. Da anni le coalizioni occidentali giustificano la loro presenza in Iraq con la lotta al terrorismo, il sostegno alle forze locali e la prevenzione del ritorno jihadista.

Ma questo schema si scontra ormai con una realtà nuova: basi, istruttori e missioni di cooperazione diventano essi stessi bersagli in un confronto regionale più ampio. In altri termini, ciò che era stato pensato come uno strumento di stabilizzazione si trasforma progressivamente in un fattore di vulnerabilità.

Questo non significa che la missione abbia perso ogni utilità, ma che non può più essere pensata con le categorie di ieri.

Finché l’Iraq resterà attraversato dalla rivalità tra Iran e Stati Uniti, finché i bombardamenti israeliani e americani contro l’Iran continueranno a produrre effetti a catena e finché le milizie conserveranno una capacità di azione autonoma o semiautonoma, ogni presenza militare occidentale sarà esposta a un rischio crescente di logoramento, di trascinamento e di ridefinizione politica.

Verso una militarizzazione durevole dell’arco Iraq-Golfo

Il dispiegamento francese attorno alla Charles-de-Gaulle, con fregate e portaelicotteri anfibi in uno spazio che va dal Mediterraneo orientale al Mar Rosso e allo stretto di Hormuz, mostra che Parigi si prepara a un ambiente regionale militarizzato in modo duraturo.

La portaerei francese Charles de Gaulle

Non siamo più davanti a una crisi puntuale, ma a una riconfigurazione del teatro mediorientale. Le linee del fronte non sono più fisse. Si spostano, si sovrappongono e si allargano man mano che gli attori regionali e internazionali cercano di proteggere i propri interessi, di dissuadere gli avversari e di mantenere la propria credibilità.

In questo quadro, l’attacco contro i soldati francesi nel Kurdistan iracheno assume un significato strategico chiaro: il conflitto non risparmia più le zone considerate fino a ieri periferiche e le potenze europee non possono più illudersi di restare militarmente presenti nella regione senza essere a loro volta risucchiate nella logica della guerra. L’Iraq torna così a essere ciò che spesso è stato nella storia recente del Medio Oriente: non un semplice terreno locale, ma uno spazio di proiezione dei rapporti di forza regionali e internazionali.

Il ferimento di sei militari francesi non è dunque un fatto di cronaca militare. È un avvertimento. Ricorda che nelle guerre di oggi i fronti non si limitano mai alle capitali bombardate né ai grandi stretti strategici. Passano anche per le basi arretrate, le missioni di addestramento, le enclave ritenute sicure e i territori intermedi dove le grandi potenze scoprono, spesso troppo tardi, che la stabilità che credevano di gestire non era altro che una sospensione provvisoria del caos.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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