Grande Guerra: il sacrificio delle donne. Lutti, sofferenze ma anche tanta voglia di emancipazione

Di Attilio Claudio Borreca*

Roma. L’argomento che sinteticamente illustrerò in questa sede è fuori dagli schemi abituali che normalmente vengono trattati quando si parla della Grande Guerra ma poiché nella Prima Guerra Mondiale, più che nel passato, il prezzo pagato dalle donne fu altissimo ed in considerazione della celebrazione della Festa della Donna, ho voluto render loro omaggio ricordandole in questa mia breve esposizione.

Donna che offre da bere a un soldato

Per le donne il trauma bellico di lunga durata ha certamente significato lutto, sofferenza e ansia materna, ma ha causato senza dubbio anche una frattura dell’ordine familiare e sociale.

Mentre la memoria e l’immagine maschile, che sono in gran parte memoria e immagini dei campi di battaglia, sono caratterizzate generalmente dal senso dell’orrore della violenza, della sofferenza e della tragedia, alcune testimonianze orali di donne, raccolte da numerosi studiosi, lasciano intravedere piuttosto un senso di liberazione e di orgoglio retrospettivo, nonché di accresciuta fiducia in se stesse.

L’allontanamento degli uomini dai loro ruoli quotidiani costrinse infatti la società civile (non senza una buona dose di ostilità e diffidenza) ad affidare compiti significativi alle donne rimaste a casa, assegnando loro attività tipicamente maschili.

Donne al lavoro nell’industria pesante

La guerra si trasformò così in un ottimo contesto per dimostrare le capacità femminili anche in campo lavorativo e per consentire alle donne di abbandonare, anche se momentaneamente, il focolare domestico.

I posti di molti contadini ed operai furono lasciati vuoti e vennero coperti da chi era restato e non sarebbe mai stato chiamato al fronte: appunto le donne.

Si trattò di un momento molto importante per la storia sociale del Paese.

Il loro ruolo, per la prima volta, passò da “angelo del focolare domestico” a componente attivo dell’economia e della società collettiva.

Naturalmente si trattava di una situazione di necessità: nessun uomo avrebbe altrimenti concesso il proprio posto di lavoro a delle donne.

Come disse il Presidente del Consiglio dei Ministri Antonio Salandra: “Chi alla Patria non dà il braccio deve dare la mente, i beni, il cuore, le rinunzie, i sacrifici.

L’enorme consumo di energie umane innescato dalla guerra, il bisogno crescente di manodopera in tutti i settori (specialmente nella produzione bellica) provocarono chiaramente una specie di invasione di campo femminile nelle più diverse realtà professionali.

Le donne si scoprirono tranviere, ferroviere, portalettere, impiegate di banca e dell’amministrazione pubblica, operaie nelle fabbriche di munizioni.

Si arrivò pertanto alla rimozione di tabù e confini tra compiti e ruoli canonici, con una nuova confusione e mescolanza dei sessi.

Il risultato di tale drastica rimozione della “repressione” sociale femminile, fu dunque un inedito anelito di libertà anche se a questa sorta di “emancipazione” lavorativa non corrispose però una maggiore libertà a livello personale.

Nonostante l’assenza degli elementi maschili in età arruolabile, spesso nelle case rimanevano gli anziani i quali, come da tradizione, continuavano ad esercitare il loro ruolo autoritario all’interno della famiglia.

Inoltre non mancavano diffidenze e gli atteggiamenti di rifiuto da parte dei moralisti e tradizionalisti: “Nelle fabbriche metalmeccaniche la presenza femminile era talvolta avvertita, specialmente dai vecchi operai, come un sovvertimento dell’ordine naturale e un attentato alla moralità. (Antonio Gibelli, “La Grande Guerra degli Italiani”, BUR, Milano, 2009)

Rappresentazione iconografica delle donne

Le immagini che più frequentemente rappresentano la donna al tempo della Grande Guerra sono quelle più tradizionali dell’infermiera che sottolinea il ruolo tipicamente femminile di angelo consolatore, di custode, assistente e supplente dell’uomo.

Giornali e riviste si occuparono, solo in seguito, di rappresentarne le altre realtà professionali.

Mentre ai medici professionisti erano affidate diagnosi e terapia, le infermiere venivano quasi sempre relegate al compito materno della cura e della consolazione dei pazienti.

Crocerossine al lavoro

Come scrisse un medico francese: “ai medici la ferita, alle infermiere il ferito”.

Gli sforzi compiuti dalle donne in questa direzione risalivano all’età pionieristica dell’inglese Florence Nightingale, durante la guerra di Crimea.

In Italia, il volontariato femminile, sotto l’egida della Croce Rossa, sorta nel 1864, venne successivamente incentivato da donne del ceto medio-alto come Rita Camperio Meyer, figlia di un ufficiale che aveva svolto una missione in Manciuria al tempo della guerra russo-giapponese del 1904-1905 e aveva avuto modo di apprezzare il contributo delle donne all’organizzazione sanitaria dell’Esercito russo.

La Croce Rossa aveva permesso alla Camperio Meyer di fondare a Milano nel 1908 la prima scuola italiana per infermiere.

Allo scoppio della Grande Guerra l’organizzazione della Croce Rossa mobilitò moltissime infermiere volontarie, che trovarono impiego immediato nelle opere di assistenza sanitaria nelle immediate retrovie, nei treni-ospedale e negli ospedali più grandi, lontani dal fronte.

Nel 1917 le infermiere della Croce Rossa erano quasi 10 mila e altrettante quelle organizzate da altre associazioni di soccorso.

La figura dell’infermiera concretizzava l’impegno femminile avvalendosi dello stereotipo dell’angelo consolatore e donando alla tragica dimensione della guerra e dello sterminio di massa una nota di indiscutibile grazia e di dolcezza.

Nella promiscuità degli ospedali militari, dove le donne erano quotidianamente in contatto con gli uomini (medici e pazienti), il ruolo “angelico” e “materno” delle infermiere serviva anche a rimuovere idealmente quello sessuale, evitando i rischi e le tentazioni della convivenza coatta e quindi del “disordine” morale che poteva scaturirne.

Alle infermiere volontarie ad esempio, venivano affidati i soldati semplici, i quali, essendo di estrazione popolare, non avrebbero osato concepire e men che meno manifestare pulsioni erotiche nei loro confronti.

A riprova di ciò basti consultare le molte lettere indirizzate dai soldati alle infermiere: questi documenti appaiono pervasi da una deferente gratitudine che raramente si abbandona ad atteggiamenti di affettuosa confidenza.

Dunque, appartiene forse più alla letteratura romanzesca e alla fervida immaginazione degli scrittori dell’epoca, più che alla realtà del conflitto, il tema ricorrente dell’amore in guerra, di cui Ernest Hemingway ci ha regalato il suo capolavoro di “Addio alle armi”, al centro del quale c’è appunto la relazione tra un ufficiale ed un infermiera sul fronte italiano.

Ma in guerra altrettanto preziosa fu l’attività di altre valorose donne, le portatrici carniche, che a gruppi, sfidando la morte, rifornivano i soldati in prima linea di cibo, munizioni, medicine e ogni genere di aiuto.

La straordinaria pagina delle Portatrici carniche, scritta tra l’agosto del 1915 e l’ottobre del 1917, è forse unica nella storia dei conflitti armati.

Un’immagine delle portatrici carniche

Operavano, appunto, nella zona della Carnia, ove erano dislocati 31 battaglioni che aveva un’importanza strategica nel quadro generale del fronte.

Erano dotate di un apposito bracciale rosso con stampigliato il numero del reparto dal quale dipendevano e percorrevano anche più di 1.000 metri di dislivello, lungo impervi sentieri di montagna, portando sulle spalle gerle di 30-40 chili. con ogni sorta di rifornimento per gli uomini che combattevano

Ogni viaggio veniva loro pagato una lira e cinquanta centesimi e la loro età variava dai 15 ai 60 anni.

Ore di cammino, evitando le strade principali e affondando nella neve per aggirare il pericolo del fuoco nemico.

Molte di queste donne rimasero ferite e una di loro Maria Plozner Mentil, sposata e madre di quattro figli con il marito al fronte sul Carso, cadde colpita da un cecchino il 15 febbraio 1916.

Maria Plozner Mentil Medaglia d’Oro al Valor Militare

Nel 1997 il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro le ha conferito con “Motu Proprio” la Medaglia d’Oro al Valor ilitare, come rappresentante di tutte le Portatrici.

A Maria Plozner Mentil è intitolata una caserma degli Alpini a Paluzza, paese nell’alta Carnia in provincia di Udine.

Unica infrastruttura militare intitolata ad una donna!

Non manca un altro aspetto, sicuramente meno nobile, dedicato alle donne durante il primo conflitto mondiale ed è quello relativo ai bordelli di guerra conseguenza della miseria nera d’un lato, e dell’abbrutimento in trincea dall’altro.

Furono tante le donne, che finirono per prostituirsi nei casini bellici nati sotto la direttiva del Generale Cadorna, e nelle case di tolleranza (destinate solo alle maggiorenni), con il consueto tariffario e il vano sogno di qualche tenerezza vera.

Assistenzialismo patriottico femminile

Un altro aspetto che coinvolse la sfera femminile durante la Grande Guerra fu quello dell’assistenzialismo, sia di matrice cattolica che laica.

Diverse donne si impegnarono nell’organizzare centri di incontro per la promozione di iniziative a sostegno della guerra come le raccolte di denaro o materiale destinati alle famiglie dei soldati impegnati al fronte oppure l’organizzazione di visite ai soldati stessi quando si trovavano in licenza o nelle retrovie.

Gli inni patriottici, invitando le donne ad esporre bandiere su balconi e davanzali e ad applaudire le truppe che si recavano al fronte, furono strumentali per far uscire in qualche modo dall’ombra l’universo femminile.

Per chiari ed ostentati scopi assistenziali, le donne della propaganda militare tenevano in mano, legata al collo con un nastro tricolore, una cassettina per fare la questua per i regali da inviare ai soldati al fronte e in premio appuntavano un nastrino sul bavero dei donatori.

Analogamente, soprattutto in Gran Bretagna e in Francia, specie all’inizio del conflitto, le donne davano la caccia agli aitanti giovanotti in abiti civili che, durante il passeggio, venivano facilmente “adescati” e convinti ad arruolarsi o… a fuggire a gambe levate, in qualità di presunti imboscati, crudelmente esposti al pubblico ludibrio!

Infaticabili, le donne della propaganda organizzavano balli, lotterie e pesche di beneficenza, e vendevano persino, a ben cento lire, un “bacio patriottico”.

Ci fu anche un volontariato espresso esclusivamente dalle donne di estrazione borghese e aristocratica, dotate di una buona disponibilità economica, le cosiddette “Dame visitatrici” che si mettevano a disposizione dei vari Uffici Assistenza e avevano il compito di recare aiuto, sostegno e conforto alle famiglie dei mobilitati nonché agli stessi soldati quando si trovavano in licenza, nelle retrovie o negli ospedali.

Molte di queste nobildonne, dopo brevi periodi di volontariato, decisero di occuparsi ancor più da vicino dei soldati al fronte, diventando loro stesse infermiere o fondando/finanziando unità mediche di supporto al fronte.

Nel sostegno allo sforzo bellico venivano indiscutibilmente alla luce quell’inventiva e quella capacità di risparmio e “riciclaggio” che erano considerate virtù tipicamente femminili. Si utilizzarono, per farne cappotti, parti di pellicce prelevate da indumenti usati, si promosse allo stesso scopo l’allevamento dei conigli, si inventarono forme di riuso della carta di giornale per riscaldare il rancio nelle gavette, o speciali superfici compresse detti “coltroni” (grandi coltri) che proteggevano i soldati dal vento e dal freddo.

Si inventarono speciali indumenti antiparassitari, contenenti miscele per tener lontani i pidocchi che tormentavano i fanti in trincea.

Si provvide anche ad organizzare la raccolta dei noccioli di vari frutti (pesche, albicocche e prugne) che, opportunamente lavorati, si trasformavano in sapone.

Persino la maschera antigas, simbolo di una guerra combattuta con i mezzi più terrificanti, fu inventata, a quanto pare, dalle donne di un comitato bolognese, prima di essere perfezionata da esperti di chimica e di essere poi prodotta in scala industriale.

Una trincea nella Grande Guerra

Un’altra figura femminile che ebbe un ruolo importantissimo nel momento in cui l’Italia entrò in guerra, fu la maestra.

In un appello del 1915 si chiese ai “70 mila maestri e maestre” presenti in quel momento sul territorio nazionale, di occuparsi dell’organizzazione della coscienza nazionale, nonché del sostegno della vita della comunità nazionale.

Nello specifico poi, il ruolo delle maestre risultò subito molto importante, dal momento che non si limitò al semplice insegnare a leggere e a scrivere ma, in sintonia con il tipico ruolo femminile orientato alla cura amorevole, resero meno dura la realtà ai bambini.

Un significativo aiuto venne offerto dalle vignette del “Corriere dei piccoli” supplemento del Corriere della Sera, per aiutare i bambini a capire i concetti di Patria e di eroismo militare.

Le maestre, quindi seppur ancor poche, diventarono comunque preziose risorse in clima di guerra.

L’urgenza era quella di alfabetizzare il popolo e mantenerlo fedele alla Patria, così il lavoro delle maestre da essere inizialmente un lavoro intellettuale, si trasformò in una sorta di macchina per il sostegno patriottico.

Le docenti, rimaste sole dopo la chiamata alle armi di tutti gli uomini, ebbero fra i loro compiti anche quello di vigilare sul comportamento corretto dei bambini, stando attente alla loro disciplina e al loro attaccamento alle istituzioni.

Le maestre si dedicarono anche alla cura delle questioni sociali, specie nei piccoli centri rurali, dove leggevano la corrispondenza in arrivo e provvedevano anche alle risposte.

Restando in tema di assistenzialismo, ci sono notizie di lettere di matrice scolastica in cui trova sfogo l’impegno patriottico delle maestre che stimolavano intere classi di scolare in questa forma di assistenza spirituale a distanza, una sorta di forma di educazione civica per quell’epoca.

E fu proprio una maestrina, Luigia Ciappi, classe 1894 originaria di Rosarno (Reggio Calabria) e insegnante elementare in una scuola di Montevarchi (Arezzo) che diventò simbolo delle virtù guerriere delle donne in generale e delle maestre in particolare, perché si travestì da uomo e tentò di partire per il fronte come soldato.

La maestrina Luigia Ciappi

Ovviamente fu subito scoperta e mandata a casa.

L’episodio fu riportato in un articolo inserito sull’edizione del 26 maggio 1915 de “Il resto del Carlino”.

Le reazioni dell’opinione pubblica

Con un atteggiamento fin troppo paternalistico, lo scrittore Ugo Ojetti, già corrispondente di guerra del Corriere della Sera, così si esprimeva nel 1917: “La fiumana di donne penetra, gorgogliando e frusciando, nei luoghi degli uomini: campi, fabbriche… Talune, è vero, assomigliano ai bambini, specie quando ancora non ne hanno di propri: si stancano, si distraggono, sospirano, litigano, s’impuntano, scioperano, minacciano, strillano. Ma le più, insomma, lavorano e sono preziose, e s’ha bisogno di loro… La donna è prima di tutto un essere pratico il cui lavoro sociale è utilissimo…”.

A colpire maggiormente l’immaginario collettivo fu soprattutto la comparsa delle donne in occupazioni tradizionalmente inconsuete, in una specie di “mondo alla rovescia”.

Spesso quotidiani e riviste dell’epoca sfoggiavano clamorose fotografie di donne italiane o straniere impegnate come spazzine, tranviere, barbiere, direttrici d’orchestra, boscaiole, ecc., apparendo tanto insolite, quanto preoccupanti nei confronti della “normalità” dettata dalle secolari tradizioni precedenti.

Va da sé che le donne, di fatto, dovettero soprattutto accettare questo genere di responsabilità ed oneri tradizionalmente mascolini, senza poter spesso né scegliere, né godere appieno dei potenziali e presunti benefici che tali posizioni comportavano.

Un tipico esempio è quello delle giovani ragazze impiegate nelle fabbriche di proiettili, il cui sangue venne letalmente inquinato e la salute gravemente compromessa, dopo già pochi mesi di lavoro a contatto con la polvere pirica e le pericolosissime sostanze chimiche adoperate in fabbrica.

Cultura, politica e costume

Durante la guerra aumentò il numero delle donne che frequentavano gli istituti superiori, anche se nel 1918 ci fu una lieve flessione, sebbene il numero rimanesse superiore a quello di prima della guerra.

Ristagnarono invece i progressi nella situazione politica e giuridica della donna, a differenza di altri Paese, ad esempio la Gran Bretagna dove il 28 marzo 1917 venne varato il progetto di legge che concedeva il voto alle donne che avessero compiuto 30 anni.

Tuttavia la questione del voto alle donne cominciò ad imporsi con insistenza nel dibattito politico così come diventò degno di considerazione il problema relativo alla importanza della posizione sociale che doveva essere riconosciuta alla donna dopo la guerra.

Come già detto in precedenza, era scomparsa la divisione del lavoro che voleva affidati agli uomini i compiti più pesanti e impegnativi, compresa la manovra delle macchine agricole, ma nonostante ciò, i rapporti familiari non subirono particolari trasformazioni.

Rimaneva pressoché inalterato il primato maschile e quello di genitori.

La donna giovane doveva rimanere sottomessa, e poiché la fonte dell’autorità – ossia il marito – era lontana al fronte, essa passava spesso ai suoceri.

A dispetto della maggiore severità delle leggi e del tentativo di imporre abitudini austere conformi alla gravità del momento, anche e soprattutto nell’universo femminile, questi primi germogli di emancipazione diedero il via ad un inarrestabile rimescolamento della vita sociale e, contemporaneamente, l’affermazione di nuovi costumi.

Le donne iniziarono a bere alcolici, a fumare, ad uscire di sera e a frequentare locali di divertimento, che prima erano considerati prerogativa dei maschi adulti.

Anche la moda si adeguò al nuovo processo di semplificazione dell’abbigliamento per acquisire quel carattere di praticità compatibile con l’ingresso delle donne nelle fabbriche.

Le stesse pettinature erano più sbrigative, con i capelli tirati indietro e più corti.

Finita la guerra, il tentativo di ripristinare gli ingombranti abiti che avevano vestito le donne qualche anno prima fallì miseramente.

Tale prosaica emancipazione venne chiaramente percepita come irrequietezza diffusa e indisciplina preoccupante, in contrasto con la tradizione di attaccamento al mestiere, di ricerca della stabilità e di etica della perseveranza che si erano sempre predilette e ricercate.

Conclusioni

Il fermento, le novità e la nuova importanza che la donna rivestì durante la Prima Guerra mondiale purtroppo non continuarono nel periodo successivo alla guerra.

Molte donne persero il posto di lavoro in particolare tutte coloro che lavoravano nei laboratori di confezionamento delle uniformi così come le operaie addette alla fabbricazione di munizioni, mentre le donne che riuscirono a conservare la professione dovettero combattere contro una forte ostilità e opposizione, sia ideologica che effettiva, da parte di lavoratori maschi e da parte di una stampa fortemente maschilista.

Comunque la Grande Guerra diede alle donne l’occasione di sperimentare e sperimentarsi, di uscire anche se solo momentaneamente dal focolare domestico per rivestire nuovi ruoli, nuove mansioni e nuove professioni, fino ad allora appannaggio della sfera maschile, e anche la rigidità dei costumi si allentò, tanto che le gonne si erano accorciate e in generale l’abbigliamento femminile era diventato più pratico.

É pur vero che questa sovversione di ruoli ebbe effetti temporanei e mutò, per la maggior parte, subito dopo il termine delle ostilità ma è anche vero che la rivoluzione era ormai iniziata: le prospettive erano cambiate e la consapevolezza delle donne mutata.

Ciò era l’indizio di una linea di tendenza di emancipazione femminile, innescata appunto dalla guerra, che il ritorno alla normalità nel dopoguerra non fu sufficiente a invertire.

 

Generale di Divisione Esercito (Ris) 

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Autore