Di Giuseppe Gagliano*
ATENE/SOFIA. Dietro la competizione tra Grecia e Bulgaria per proporsi come nuovi hub regionali del gas naturale liquefatto statunitense non c’è soltanto una questione di infrastrutture. C’è il tentativo di ridefinire i rapporti di forza nell’Europa sudorientale dopo il ridimensionamento del ruolo energetico russo. In apparenza si discute di terminali, interconnessioni e corridoi di transito. In realtà si decide chi controllerà una delle principali leve del potere continentale nei prossimi anni: la capacità di ricevere, ridistribuire e politicizzare l’energia.
Il vertice di Washington sul Corridoio Verticale ha mostrato con chiarezza che il gas non è più solo una materia prima. È diventato un capitolo della sicurezza strategica euro-atlantica. La dichiarazione firmata da dodici Paesi europei con gli Stati Uniti non è soltanto un’intesa commerciale: è l’ennesimo passaggio della grande riconfigurazione energetica imposta dalla guerra in Ucraina. La linea è netta: ridurre ulteriormente la presenza russa, aumentare il peso del gas americano e costruire un’architettura infrastrutturale che renda questo nuovo assetto il più stabile possibile.

Il Corridoio Verticale e la centralità del Sud-Est europeo
Il Corridoio Verticale non va letto come una semplice opera tecnica. Non è un unico gasdotto, ma una rete di connessioni che collega i punti di ingresso del gas nel Mediterraneo orientale con Bulgaria, Romania e quindi con l’Europa centrale e orientale. In questo schema, Grecia e Bulgaria puntano entrambe a diventare snodi indispensabili.
La Grecia parte con un vantaggio geografico e politico importante. I terminali di rigassificazione, i collegamenti transfrontalieri e l’interconnettore con la Bulgaria le consentono di presentarsi come porta meridionale del nuovo sistema. Atene vuole trasformare la propria posizione marittima in un vantaggio geopolitico duraturo. Non a caso insiste sul fatto che le infrastrutture energetiche siano ormai una prosecuzione della politica estera.
La Bulgaria, però, non intende restare retrovia. Sofia punta sulla propria funzione di cerniera territoriale tra Balcani, Mar Nero ed Europa centrale. Se la Grecia ambisce a essere il punto d’ingresso, la Bulgaria vuole essere il crocevia della redistribuzione. In altre parole: una riceve, l’altra smista. E in mezzo c’è una concorrenza silenziosa ma reale per attrarre investimenti, influenza politica e rendite di transito.
La posta economica: investimenti, rendite e costi nascosti
Dal punto di vista economico, il progetto promette capitali, occupazione e nuova centralità. Per Grecia e Bulgaria, candidarsi a hub significa attirare fondi per terminali, ampliamenti di rete, stoccaggi e servizi logistici. Significa anche rafforzare il peso dei grandi operatori energetici e agganciare le economie nazionali a una filiera che va dal gas importato fino alla distribuzione regionale.
Ma il quadro non è privo di contraddizioni. Il gas naturale liquefatto, in linea generale, presenta costi complessivi più elevati rispetto a quello trasportato via gasdotto. Ciò implica che la nuova indipendenza energetica europea abbia un prezzo. Non è detto che sia insostenibile, ma è certo che sia più onerosa. Questo significa che la sostituzione del gas russo con quello statunitense non risponde soltanto a criteri di convenienza economica: risponde soprattutto a una gerarchia politica e strategica.
Qui sta il nodo geoeconomico. L’Europa sta accettando di pagare di più in cambio di una maggiore coerenza geopolitica con il campo atlantico. Grecia e Bulgaria cercano di trasformare questo costo in opportunità nazionale. Ma il rischio è evidente: investire massicciamente in nuove infrastrutture del gas proprio mentre la domanda futura resta incerta, le politiche climatiche europee si fanno più stringenti e il mercato energetico continentale potrebbe cambiare rapidamente.
Washington detta la linea, i Balcani eseguono
La cornice di tutto questo resta americana. Il fatto che il vertice si sia svolto a Washington e che al centro vi sia il GNL proveniente in gran parte dagli Stati Uniti dice molto. Gli Stati Uniti non vendono solo gas: vendono sicurezza, allineamento politico e dipendenza strutturale da una filiera energetica che rafforza il legame transatlantico.
Per i Paesi dell’Europa sudorientale, aderire a questa strategia significa ottenere copertura politica, accesso privilegiato a nuove rotte e un ruolo più visibile nella mappa energetica continentale. Ma significa anche inserirsi in una logica in cui il mercato non è più sovrano. La scelta delle fonti, delle rotte e perfino dei tempi di riconversione non nasce solo dalla concorrenza economica, bensì da una decisione politica superiore: sottrarre l’Europa a qualunque residua dipendenza russa e ancorarla ancora di più alla struttura atlantica.
Il commento di chi osserva che ormai “la politica conta più del mercato” coglie nel segno. Il mercato non è morto, ma è subordinato. Il prezzo, l’efficienza e la competitività restano fattori importanti, ma non sono più quelli decisivi. Oggi conta soprattutto l’affidabilità politica del fornitore e la coerenza strategica del corridoio..
Mediterraneo orientale e ambizioni greche
Atene guarda oltre il semplice transito del gas americano. L’interesse di grandi gruppi energetici nelle aree offshore greche rafforza l’idea che la Grecia voglia spostarsi dalla periferia al centro del dibattito energetico europeo. Se a questa rete si aggiungono esplorazioni nel Mediterraneo orientale, terminali di rigassificazione e nuove interconnessioni, la Grecia può ambire a un doppio ruolo: piattaforma di ingresso del GNL e potenziale produttore regionale.
È un progetto ambizioso e politicamente intelligente. Ma resta esposto a due incognite: l’instabilità geopolitica del Mediterraneo orientale e la possibilità che la transizione energetica europea riduca, nel medio periodo, la redditività di investimenti pensati per il gas.
Conclusione: una nuova centralità costruita sulla crisi
Grecia e Bulgaria non stanno solo competendo per qualche quota di mercato. Stanno cercando di sfruttare una frattura storica, quella aperta dalla guerra in Ucraina, per ridefinire la propria posizione dentro l’Europa. Il gas liquefatto americano diventa così il veicolo di una nuova gerarchia energetica, in cui chi controlla i nodi infrastrutturali acquisisce peso politico.
La verità è che questa partita conferma una trasformazione più profonda: l’energia europea non è più governata principalmente dalla logica del minor costo, ma da quella del massimo allineamento strategico. Grecia e Bulgaria provano a guadagnarci. Resta da vedere se questa nuova centralità sarà durevole o se, col tempo, si rivelerà soltanto il prodotto temporaneo di una lunga crisi geopolitica.
Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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