Di Fabrizio Scarinci
WASHINGTON DC. Iniziato alle 3 ora italiana e durato un’ora e 47 minuti circa, il Discorso sullo Stato dell’Unione tenuto da Donald Trump è stato il più lungo della Storia dal 1964, ossia dall’anno in cui si è cominciato a registrare i record di durata.

Di fronte al Congresso, il Presidente ha affrontato numerose tematiche di politica interna, di politica economica e commerciale e di politica estera e di Difesa.
Con riferimento alle prime, l’accento è stato posto, in modo particolare, sugli sforzi compiuti allo scopo di frenare l’immigrazione clandestina e migliorare i livelli di sicurezza in alcune della maggiori città .
In tale frangente, spiegando come nessun migrante illegale sia entrato negli Stati Uniti nel corso dell’ultimo anno (queste le sue parole), il tycoon ha ottenuto parecchi applausi da parte dei repubblicani, a cui ha, però, fatto da contraltare il visibile disappunto di alcuni democratici, tra cui le deputate Ilhan Omar e Rashida Tlaib, che, urlandogli contro, lo hanno accusato di essere il responsabile della morte di alcuni cittadini americani.
Il riferimento è, ovviamente, ai tragici episodi avutisi nei mesi scorsi durante le violente manifestazioni di immigrati e sinistra radicale contro l’operato dell’ICE, agenzia federale demandata al controllo dell’immigrazione e delle dogane a cui Trump ha giustamente aumentato i finanziamenti, ma forse anche conferito qualche potere di troppo.

In ogni caso, dalla rabbia di queste frange del Partito Democratico a stelle e strisce (oggettivamente caratterizzate da una significativa dose di estremismo) si può, senz’altro, evincere quanto profonde siano le lacerazioni prodottesi nel corso dell’ultimo ventennio in seno alla società americana.
Come dimostrato dall’omicidio di Charlie Kirk, ampiamente ricordato durante il discorso, nonché dai diversi tentativi posti in essere allo scopo di uccidere lo stesso Donald Trump, gli episodi di violenza politica sono ormai all’ordine del giorno.
Anche per tale ragione, in un’America alla disperata ricerca della coesione sociale perduta in vista del più che probabile intensificarsi della sfida con la Cina, il tycoon ha fatto appello affinché il Paese possa rigettarli in maniera inequivocabile.
Riguardo all’economia e al commercio con l’estero (tematica, quest’ultima, che assume anche un forte connotato di carattere strategico), egli ha invece rivendicato non solo la riduzione delle imposte operata negli ultimi mesi, ma anche l’efficacia della politica dei dazi, che, stando alle sue parole, avrebbe comportato numerosi guadagni per il Paese.
Come più volte sottolineato, il principale obiettivo di medio-lungo termine che Trump intende ottenere attraverso lo strumento delle barriere tariffarie è chiaramente rappresentato dal rilancio della produzione manifatturiera del Paese, vista come un fattore cruciale allo scopo di mantenere il massimo livello di indipendenza strategica in uno scenario caratterizzato da una sempre più acuta competizione tra potenze.
Certo, non che questo, poi, non causi dei problemi. Molti democratici, ad esempio, sostengono con forza come le politiche commerciali della nuova amministrazione abbiano, di fatto, costretto le famiglie americane a pagare più di 1.700 dollari ciascuna in dazi doganali, con le piccole imprese e gli agricoltori che sarebbero stati colpiti più di ogni altro.
Cionondimeno, il Presidente sembrerebbe intenzionato a tirare dritto per la sua strada. Basti pensare che, anche nel suo discorso di ieri, egli è tornato a ribadire come, in futuro, i dazi potrebbero comportare una significativa riduzione delle imposte sul reddito, se non, addirittura, la loro totale sostituzione (anche se quest’ultima ipotesi appare, effettivamente, piuttosto inverosimile).
Parlando, invece, della sentenza con cui, alcuni giorni fa, la Corte Suprema ha annullato tutti gli accordi sui dazi stipulati nell’ultimo anno (sentenza a seguito della quale la Casa Bianca ha immediatamente imposto una nuova tariffa globale al 10% in aggiunta a quelle in essere), il tycoon l’ha definita una “decisione infelice”, ribadendo il fatto che i dazi siano stati utilizzati al fine di concludere ottimi accordi a livello economico e di sicurezza nazionale e sottolineando come, ormai, quasi tutti gli altri Paesi intendano mantenere gli accordi già fatti, nella consapevolezza che nuove intese potrebbero prevedere condizioni peggiori.
Per quanto riguarda, poi, le tematiche legate alla politica estera e militare del Paese, oltre a celebrare la scelta di condurre l’operazione volta a destituire il Presidente venezuelano Nicolas Maduro e a rivendicare l’uccisione del boss messicano El Mencho (azioni di grande impatto anche nel campo della sicurezza interna), egli è tornato ad elencare tutti gli otto conflitti nell’ambito dei quali la sua Amministrazione ha svolto un’importante opera di mediazione, confermando la sua volontà di giungere ad una accordo anche al fine di raggiungere un cessate il fuoco in Ucraina.

Venendo, infine, alla possibilità di un attacco nei confronti dell’Iran in caso di mancato accordo sul nucleare (questione che ha, notoriamente, tenuto banco nel corso delle ultime settimane), egli ha dichiarato di voler risolvere la faccenda attraverso la diplomazia.
Ciononostante, ha comunque chiarito come la sua Amministrazione intenda fare di tutto affinché Teheran non arrivi mai a dotarsi della “bomba”, ricordando come, oltre ad essere già in possesso di missili in grado di colpire l’Europa, gli Ayatollah starebbero lavorando anche a vettori in grado di raggiungere gli USA.
Certo, con riferimento alla questione appena citata, si potrebbe benissimo dire che di tale capacità dispongono notoriamente anche russi, cinesi e nord-coreani (sebbene questi ultimi in maniera molto più limitata). Cos’è, quindi, che renderebbe un arsenale iraniano così inaccettabile?
La risposta a questa domanda, a cui non si accenna molto spesso, deve, probabilmente, essere ricercata nel forte legame tra Teheran e molte delle maggiori organizzazioni terroristiche della regione mediorientale.
Un legame da cui derivano almeno due tipologie di rischi. La prima connessa al fatto che un Iran nucleare potrebbe maneggiarle usufruendo di un grado di impunità decisamente maggiore e la seconda, forse anche più terrificante, legata all’ipotesi che, in qualche modo, anch’esse potrebbero finire per avere qualche bomba tra le mani.
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