Di Giuseppe Gagliano*
ATENE. La Grecia ha approvato l’acquisto di un sistema di difesa aerea multilivello del valore massimo di 3,5 miliardi di euro, destinato a proteggere il territorio nazionale da missili balistici, velivoli, droni e altre minacce provenienti dall’aria.

Il programma, battezzato “Scudo d’Achille”, avrà come elemento centrale radar e missili prodotti dalle società israeliane Rafael e Industrie aerospaziali israeliane.
Il Consiglio governativo per gli affari esteri e la difesa aveva già concesso un primo assenso politico nei mesi scorsi. Ora è arrivata l’approvazione dei contratti, annunciata dal ministro della Difesa Nikos Dendias.
Il piano comprende anche l’acquisto di diversi tipi di velivoli senza pilota e dell’aereo da trasporto militare KC-390 prodotto dalla società brasiliana Embraer.

Non si tratta soltanto di una modernizzazione tecnica.
Atene sta costruendo una nuova architettura militare, pensata per affrontare contemporaneamente minacce convenzionali, attacchi missilistici, sciami di droni e operazioni ibride.
Le guerre in Ucraina e in Medio Oriente hanno dimostrato che anche sistemi relativamente economici possono mettere sotto pressione aeroporti, basi navali, centrali energetiche e centri di comando.
Una risposta alla superiorità numerica turca
La principale preoccupazione strategica greca resta la Turchia. Atene e Ankara sono alleate nella stessa organizzazione militare occidentale, ma continuano a confrontarsi sulla delimitazione delle acque territoriali, sulle zone economiche esclusive, sullo spazio aereo dell’Egeo e sul futuro di Cipro.

La Grecia non può competere con la Turchia sul piano della popolazione, della profondità territoriale e della capacità industriale.
Cerca quindi di compensare la propria inferiorità quantitativa attraverso una superiorità tecnologica e una rete difensiva capace di rendere molto costosa qualsiasi iniziativa militare avversaria.
Lo” Scudo d’Achille” dovrà proteggere il territorio continentale, le isole dell’Egeo, le basi militari e le infrastrutture strategiche.
La sua efficacia dipenderà però dalla capacità di integrare radar, missili intercettori, aviazione, marina e sistemi di comando.
Una difesa frammentata avrebbe un valore limitato; una rete coordinata potrebbe invece individuare le minacce, assegnare gli obiettivi e scegliere in pochi secondi l’arma più adatta per neutralizzarli.
L’acquisto dei KC-390 risponde a un’altra esigenza.
La Grecia deve poter trasferire rapidamente soldati, mezzi e rifornimenti tra il continente, le isole e le missioni all’estero.
In un teatro geografico disperso come quello dell’Egeo, la mobilità logistica è parte essenziale della capacità di combattimento.
Il costo della sicurezza e le ricadute economiche
Un investimento fino a 3,5 miliardi di euro rappresenta un impegno rilevante per le finanze greche. Il governo dovrà sostenere non soltanto il prezzo iniziale dei sistemi, ma anche le spese per manutenzione, addestramento, munizioni, aggiornamenti informatici e infrastrutture.
La convenienza economica dipenderà quindi dalle condizioni dei contratti. Atene cercherà probabilmente di ottenere partecipazioni dell’industria nazionale, produzione locale di componenti, manutenzione sul territorio greco e trasferimento di competenze.
Senza queste compensazioni, una parte consistente della spesa pubblica si tradurrebbe soprattutto in entrate per le imprese straniere.
Il programma può però generare lavoro qualificato, rafforzare le aziende elettroniche e aerospaziali greche e favorire l’inserimento del Paese nelle catene produttive internazionali della difesa.
La sicurezza militare diventa così anche politica industriale, purché lo Stato riesca a trasformare gli acquisti in capacità tecnologica duratura.
L’asse tra Grecia e Israele
La scelta di affidare il cuore del sistema a società israeliane conferma il consolidamento dei rapporti tra Atene e Israele.
I due Paesi condividono interessi nel Mediterraneo orientale, collaborano nell’addestramento militare e guardano con attenzione alla politica regionale turca.
Israele possiede un’esperienza operativa difficilmente eguagliabile nella difesa contro missili e droni. Per la Grecia, acquistare tecnologia israeliana significa accedere a sistemi già sperimentati in condizioni di guerra.
Per Israele, il contratto rappresenta un successo industriale e un ulteriore ingresso nel mercato europeo della difesa.
La collaborazione ha anche una dimensione energetica. Grecia, Cipro e Israele sono interessati alla sicurezza delle rotte marittime, dei giacimenti di gas e dei futuri collegamenti elettrici nel Mediterraneo orientale.
Proteggere porti, terminali e infrastrutture sottomarine significa difendere non soltanto il territorio, ma anche la possibilità di trasformare la regione in un corridoio energetico verso l’Europa.
Il Mediterraneo si arma
Lo Scudo d’Achille è parte di una tendenza più ampia.
Turchia, Israele, Egitto, Italia e altri Paesi della regione stanno aumentando gli investimenti in missili, droni, navi e sistemi di sorveglianza.
Il Mediterraneo orientale, un tempo considerato un’area periferica, è diventato un punto di incontro tra competizione energetica, crisi mediorientali, confronto con la Russia e controllo delle rotte commerciali.
Atene presenta il programma come uno strumento difensivo.

Ma ogni rafforzamento militare modifica le percezioni degli altri attori e può alimentare una nuova corsa agli armamenti. Ankara potrebbe interpretare il sistema come un tentativo di ridurre l’efficacia delle proprie capacità missilistiche e reagire sviluppando armi più numerose, veloci o difficili da intercettare.
La Grecia cerca sicurezza attraverso la tecnologia e alleanze sempre più strette con Israele, Francia e Stati Uniti.
È una scelta comprensibile, ma costosa.
Lo Scudo d’Achille proteggerà il Paese solo se sarà accompagnato da una strategia diplomatica capace di evitare che l’Egeo diventi il luogo in cui due alleati formalmente uniti preparano, con sistemi sempre più sofisticati, la possibilità di combattersi.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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