Guardia di Finanza: a Pordenone indagine su un’azienda operante nella fornitura di droni alle Forze Armate italiane. Denunciati 6 manager per violazione della legge sui materiali d’armamento

Di Marco Lainati

Pordenone. Ha risvolti scottanti l’indagine condotta dai finanzieri del Comando Provinciale di Pordenone, i quali hanno scoperto reconditi interessi sui progetti con i quali vengono realizzati i droni destinati alle Forze Armate italiane; tecnologie che se da un lato rappresentano un indubbio vanto della produzione industriale nazionale del settore (peraltro riconosciuta in tutto il mondo) dall’altro necessitano di opportune cautele che però, come accertato dai militari delle Fiamme Gialle, sono state aggirate.

Le indagini della Guardia di Finanza

Proprio sulla base di tali riscontri, i finanzieri pordenonesi hanno contestato ai responsabili della vicenda violazioni alla legge che regola la movimentazione dei materiali d’armamento, oltre che altre possibili violazioni della specifica normativa (denominata “Golden Power”) introdotta per tutelare le aziende italiane dichiarate d’interesse strategico.

Allo stato sono così sei i manager denunciati (dei quali tre italiani e tre cinesi), implicati in un’inchiesta che ha interessato un’azienda italiana attiva nella produzione di sistemi a pilotaggio remoto ed altri veicoli caratterizzati da un’avanzata tecnologia ma che, stando alle risultanze investigative sin qui emerse, sarebbe stata rilevata – attraverso una società “offshore” – da due importanti società basate in Cina.

La delicatezza della questione risiede nel fatto che l’azienda interessata è fornitrice delle Forze Armate italiane, dunque soggetta a quegli specifici controlli previsti per tutte le compagini aziendali aventi una rilevanza strategica nelle produzioni e nelle tecnologie destinate alla difesa del Paese.

Proprio sul punto, è opportuno evidenziare come l’azienda in questione (che come accennato sopra progetta e produce sistemi a pilotaggio remoto di tipo militare rispondenti alle severe certificazioni previste dalla NATO), fosse già stata oggetto d’indagine da parte della GDF di Pordenone per una presunta violazione dell’embargo internazionale attuato confronti dell’Iran, anche in quel caso per una cessione di droni militari destinati alla citata Repubblica Islamica.

Gli approfondimenti investigativi nel frattempo esperiti, hanno accertato che l’azienda – già nel 2018 – fosse stata acquistata per il 75% da una società estera avente sede ad Hong Kong, nonché valutata con un valore delle proprie quote societarie risultato essere notevolmente rivalutato rispetto a quello nominale (nello specifico per una somma di 3.995.000 euro contro 45 mila euro iniziali).

Per gli stessi investigatori, la società estera acquirente è per di più risultata essere stata appositamente costituita prima dell’acquisto delle quote, oltre che ad essere priva di autonome risorse finanziarie nonostante l’operazione di compravendita ed i conseguenti aumenti di capitale abbiano richiesto, nella provincia di Pordenone, investimenti superiori ai 5.000.000 di euro.

Alla quantomeno nebulosa circostanza di carattere finanziario, si aggiunge anche quella correlata alla prevista comunicazione che andava inviata ai competenti Organi Governativi, tutto ciò mentre la società acquirente – ricorrendo complesse partecipazioni societarie – sarebbe di fatto riconducibile ad importanti società governative della Repubblica Popolare Cinese.

Per gli inquirenti si tratta dunque di un vero e proprio subentro societario dai poco chiari contorni, il quale sarebbe stato perfezionato in modo tale da dissimulare il nuovo socio di maggioranza, peraltro con la non secondaria concomitanza legata ai ritardi avvenuti nelle previste comunicazioni amministrative nonché l’omissione delle dovute informazioni, che come detto sopra andavano preventivamente inoltrate ai competenti Organi della Presidenza del Consiglio dei Ministri; tutto ciò in parallela violazione della legge sulla cosiddetta “Golden Power” la quale attribuisce speciali poteri alle Autorità italiane sugli assetti societari come quello oggetto dell’indagine.

Il sospetto degli inquirenti è dunque legato al fatto che l’acquisto potrebbe non aver avuto normali scopi d’investimento di natura prettamente industriale, bensì l’acquisizione d’un delicato know-how tecnologico e militare sul quale occorre dunque fare piena luce.

A rafforzare le tesi degli investigatori, c’è anche un particolare episodio connesso all’esportazione in Cina – prorogatasi per oltre un anno – di un apparecchio a pilotaggio remoto da esporre presso la “Fiera Internazionale dell’Import” di Shanghai svoltasi nel 2019, che aveva riguardato un’apparecchiatura militare a tutti gli effetti dichiarata, però, agli Uffici Doganali italiani non come sistema U.A.V (Unmanned Aerial Vehicle) o drone d’uso militare bensì nella più “rassicurante” e generica definizione di “modello di aeroplano radiocomandato”.

Sulla vicenda va comunque rilevato come l’azienda finita al centro delle descritte indagini neghi gli addebiti che gli sono stati contestati, nello specifico reati previsti dalla Legge numero 185/1990 “Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”, sottolineando che la cessione delle quote della società è avvenuta in maniera trasparente con riferimento al valore reale della stessa, nonché nel rispetto della normativa fiscale.

Il procedimento penale in questione è comunque al vaglio della Procura della Repubblica di Pordenone, che al più presto convocherà i legali della difesa per un contradditorio dal quale non sono tuttavia da escludersi nuovi quanto interessanti sviluppi.

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