Di Gianluca Filippi
VARESE. Rischia il carcere un cittadino italiano, ora a processo con rito immediato di fronte al Tribunale di Milano, accusato di aver importato 3 litri di GBL ((acronimo di gammabutirrolattone) e meglio conosciuta alle cronache come “droga dello stupro”), il quale era stato fermato dai finanzieri del Comando provinciale di Varese.

La spedizione del pericoloso stupefacente – proveniente dalla Cina – era giunta nell’area “Cargo City” dell’Aeroporto di Malpensa (VA), ma è stata intercettata dai finanzieri del locale Gruppo durante una delle loro continue attività di monitoraggio e analisi sulle merci che ogni giorno transitano nell’importante hub lombardo.
Acquisita la suddetta spedizione – dietro autorizzazione della competente Autorità Giudiziaria – i militari delle fiamme gialle hanno dunque proceduto ad una “consegna controllata” della droga, con l’obiettivo di fornire ulteriori fonti di prova sull’illecito traffico e individuare i relativi responsabili.
Il soggetto “importatore” era stato arrestato in flagranza di reato e susseguentemente posto ai domiciliari, mentre i 3 litri di GBL sono stati ovviamente sequestrati.
Stando a quanto accertato dagli inquirenti la particolare droga, in grado di inibire la volontà in chi la assume e che nel mercato clandestino è chiamata anche “Gisella” o “Geena”, veniva introdotta in Italia per essere successivamente assunta oppure ceduta, utilizzando nel secondo caso servizi di corrieri a richiesta.
Dai primi accertamenti era peraltro emerso come l’acquirente finito a processo acquistasse lo stupefacente on-line pagandolo in moneta cryptovaluta, espediente al quale anche le organizzazioni criminali del settore fanno sempre più ricorso ma su cui la Guardia di finanza ha adottato adeguate contromisure di carattere operativo ed investigativo.
Va in ogni caso sottolineato che il GBL è stato inserito nell’elenco delle sostanze sottoposte a controllo, la cui pericolosità viene peraltro a rafforzarsi dal fenomeno del “misslabeling”, ossia dell’errata e/o equivoca etichettatura apposta sui prodotti al fine di eludere i controlli; proprio come avvenuto nel caso qui descritto con la spedizione di droga dichiarata come innocuo silicone, ma che – una volta suddivisa in almeno 3 mila dosi e rivenduta – avrebbe potuto fruttare un ricavo stimabile in circa 30 mila euro.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

