Guardia di Finanza e Carabinieri: operazione “Penalty” a Reggio Calabria, scoperto un giro di scommesse su partite pesantemente influenzate da arbitraggi pilotati. Arrestate 5 persone

Di Pierluca Cassano

REGGIO CALABRIA. È stata denominata “Penalty” la nuova operazione congiunta tra Guardia di Finanza e Carabinieri, che stamani ha visto l’esecuzione di 5 arresti nei confronti di altrettanti soggetti indagati per il reato di associazione a delinquere finalizzata alle frodi sportive.

Ad operare nella circostanza i militari dell’Arma in forza al Comando Provinciale Reggino, unitamente ai loro colleghi delle fiamme gialle appartenenti al Nucleo Speciale Polizia Valutaria (NSPV), con i quali dallo scorso gennaio – sotto l’efficace direzione della locale Procura della Repubblica – hanno avviato serrate indagini originate da una segnalazione dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM); segnalazione nella quale si evidenziava un flusso alquanto anomalo di scommesse inerente ad una partita calcistica disputata nella categoria “Primavera”.

Militari dell’Arma e delle Fiamme Gialle durante un’attività congiunta (immagine di repertorio)

Le conseguenti indagini non ci hanno messo molto ad evidenziare gravi elementi indiziari circa l’esistenza di un sodalizio criminale specializzato nelle frodi sportive, e che al suo interno vedeva la presenza di un arbitro della Sezione di Reggio Calabria, abilitato alla direzione d’incontri calcistici delle categorie “Primavera”, “Primavera 2” nonché della serie “C”.

Un direttore di gara che – stando a quanto emerso delle indagini – indirizzava pesantemente l’andamento delle partite al fine di determinare risultati favorevoli ad un certo andamento di determinate scommesse, effettuate queste da altri membri della medesima associazione criminosa.

A seguito della sospensione in cui lo stesso arbitro era intanto incappato per effetto di alcuni provvedimenti emanati della giustizia sportiva, l’andazzo frodatorio non si era comunque placato giacché l’uomo si era già attivato nella ricerca di altri arbitri compiacenti ai quali – in cambio di un arbitraggio “indirizzato” per favorire precisi risultati – devolveva somme che potevano arrivare fino ai 10.000 euro a partita.

Tale sistema, confermato dal GIP del Tribunale Reggino, vedeva altresì la partecipazione di ulteriori soggetti i quali, oltre a fornire supporto morale e materiale all’arbitro corrotto (nonché corruttore), raccoglievano e investivano somme di denaro al fine di massimizzare gli incassi, chiaramente derivanti da partite il cui risultato era stato pesantemente “viziato” da condotte arbitrali giudicate finanche imbarazzanti.

Da notare come il medesimo arbitro riuscisse altresì a far in modo che le partite terminassero con un numero di gol tale da garantire il c.d. risultato “over”, ovvero il superamento di reti totali per ogni match.

Per ottenere ciò si ricorreva alla concessione di un numero elevato di rigori, molto spesso inesistenti, oppure procedendo ad espulsioni sistematiche dei giocatori della squadra che “doveva” perdere l’incontro.

Con tali presupposti chiaramente fraudolenti vien da sé che il risultato delle partite non fosse corrispondente ai reali valori espressi in campo dalle squadre, il che rendeva praticamente vinta ogni puntata scommessa dai sodali del gruppo criminoso in questione.

Da notare come tra i “finanziatori” di tale sistema figurino anche due imprenditori toscani (rispettivamente padre e figlio), titolari di un’agenzia di scommesse nel Fiorentino ed anche loro finiti agli arresti.

Da evidenziare inoltre i complessi accertamenti bancari eseguiti dai finanzieri del NSPV, che sono stati indirizzati sui conti di gioco utilizzati dagli indagati e che riguardavano provider di sommesse esteri; quest’ultimi risultati non-autorizzati ad operare sul territorio dell’Unione europea.

Uno stratagemma che per gli stessi investigatori serviva a non destare sospetti sui corposi flussi di denaro originati da tali scommesse.

Il procedimento penale instaurato sulla vicenda si trova comunque nella sua fase preliminare ed è altresì suscettibile d’impugnazione. Per tale motivo a ciascuno degli indagati va al momento riconosciuta la presunzione d’innocenza, sino ad intervenuta sentenza definitiva e irrevocabile di condanna.

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