Guardia di Finanza: Il G.I.C.O. di Palermo e il contrasto a Cosa Nostra. La nuova “mafia imprenditrice” adotta modelli manageriali per la gestione delle risorse

Palermo (dal nostro inviato). “Segui il denaro e troverai Cosa Nostra”. La celeberrima frase di Giovanni Falcone, ucciso dalla mafia a Capaci (Palermo) il 23 maggio 1992 insieme alla moglie Francesca Morvillo e alla sua scorta è ben stampata nelle menti di tutto coloro che lottano contro tutte le mafie.

La scena del delitto di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e della scorta

Soprattutto in quelle dei Finanzieri del Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata (G.I.C.O.) del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Palermo che, comandati dal Tenente Colonnello Fabrizio Buonadonna, mettono quotidianamente al servizio del Paese e dei cittadini le proprie competenze specialistiche per il contrasto alle mafie e a Cosa Nostra, per impedirne ogni tentativo d’infiltrazione nell’economia e nelle istituzioni.

Report Difesa lo ha intervistato.

Comandante, la mafia sta cambiando pelle?

Cosa Nostra palermitana, benché duramente colpita da una strutturata azione di contrasto, si presenta ancora come un’organizzazione criminale unitaria e verticistica legata fortemente alle proprie radici territoriali, ma anche proiettata oltre i confini nazionali.

Il traffico e lo spaccio di “stupefacenti” e l’imposizione del “pizzo”, oltre a confermarsi come i “reati spia” per eccellenza della presenza e del controllo mafioso sul territorio, restano fonti primarie dell’attività criminale perché hanno generato e continuano a generare un forte afflusso di denaro contante.

Un’operazione della GdF contro la criminalità organizzata

I mafiosi, quindi, hanno sempre la necessità di reimpiegare questi capitali liquidi non soltanto in ulteriori attività illecite ma anche in “attività inserite nell’economia legale” che consentono di produrre velocemente ingenti profitti, spesso grazie anche ad una sistematica violazione della normativa economico-finanziaria.

È il nuovo modello di “mafia imprenditrice” che adotta modelli manageriali per la gestione delle risorse e che si avvale di un capitale relazionale composito, che si mimetizza nella società civile e costituisce quell’area grigia ove affari leciti e illeciti tendono a fondersi.

L’effetto distorto che si ottiene è l’alterazione delle regole del mercato, ai danni dei cittadini e degli imprenditori onesti.

Oggi si sente parlare di mafia dei colletti bianchi.

Per infiltrarsi nell’economia legale, i mafiosi ricorrono a “imprenditori prestati alla mafia” e che si mettono a disposizione dei criminali per fungere da “prestanome” e si avvalgono anche di “professionisti collusi”, che grazie alle loro qualità professionali agevolano il riciclaggio dei capitali illeciti e diventano complici di Cosa Nostra.

Proprio per questo, oggi, più che in passato, la complessità delle indagini per la ricostruzione dell’origine illecita dei patrimoni accumulati dalle mafie, richiede le specialistiche competenze e professionalità degli uomini e delle donne della Guardia di Finanza.

Per combattere la mafia e contrastarne il potere, quindi bisogna seguire la traccia dei soldi?

Una delle principali attività del G.I.C.O. è costituita dal costante monitoraggio dei flussi finanziari. È uno dei metodi più efficaci per individuare i capitali di origine illecita, per disvelare le operazioni di riciclaggio e di reimpiego dei capitali illecitamente accumulati dalle organizzazioni criminali e per impedire ogni tentativo di infiltrazione delle mafie nell’economia legale.

L’obiettivo di questo tipo di indagini è la sistematica aggressione dei sodalizi sul versante patrimoniale, vale a dire il sequestro e la confisca dei proventi e dei beni ottenuti dalle attività delittuose, nonché delle aziende finanziate con capitali mafiosi e di quelle realizzate attraverso prestanome e società schermo o con imprenditori “subordinati” o “collusi” rispetto al potere mafioso.

Quali sono state le ultime indagini del G.I.C.O. sui clan mafiosi?

Nel mese di giugno scorso, il G.I.C.O. del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Palermo, a conclusione delle indagini dell’operazione “All-in” coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) della Procura di Palermo, ha eseguito un provvedimento cautelare nei confronti di 10 soggetti, accusati di partecipazione e di concorso esterno nell’associazione di stampo mafioso “Cosa nostra”, riciclaggio e trasferimento fraudolento di valori, questi ultimi reati aggravati dalla finalità di aver favorito le articolazioni mafiose cittadine.

Uno degli arrestati per l’Operazione ALL IN

Le investigazioni, eseguite con l’esame dei flussi finanziari e l’ausilio di intercettazioni telefoniche e ambientali, appostamenti, pedinamenti, videoriprese ha fornito una plastica dimostrazione della sistematica ricerca del potere economico da parte di Cosa Nostra, con particolare riferimento all’acquisizione del controllo del lucroso settore economico della gestione dei giochi e delle scommesse sportive.

A conclusione delle complesse indagini, il GIP del Tribunale di Palermo ha ordinato anche il sequestro preventivo dell’intero capitale sociale e del relativo complesso aziendale di 8 imprese, con sede in Sicilia, Lombardia, Lazio e Campania, cinque delle quali titolari di concessioni governative per la gestione delle agenzie scommesse. Il valore complessivo del sequestro è stato stimato in circa 40 milioni di euro.

L’Autorità Giudiziaria, sulla base delle risultanze investigative, ha affermato che le attività economiche coinvolte erano riconducibili al paradigma dell’impresa mafiosa, in quanto strategicamente dirette da soggetti appartenenti e contigui a Cosa Nostra nonché finanziate da risorse economiche provento del delitto associativo di stampo mafioso.

Le risultanze delle indagini hanno consentito di osservare le metodologie attraverso cui l’organizzazione indagata è riuscita ad infiltrarsi nell’economia legale fino a giungere al controllo di imprese che detengono, anche a seguito della partecipazione a bandi pubblici, le concessioni statali rilasciate dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli per la raccolta di giochi e scommesse sportive, sviluppando nel tempo una strategia operativa di stampo aziendalistico protesa alla massimizzazione dei profitti.

Questo ambizioso progetto aziendale mafioso ha beneficiato di finanziamenti provenienti dalle “casse” di due diversi mandamenti mafiosi cittadini.

L’inchiesta ha dimostrato che negli anni, grazie alla loro abilità imprenditoriale e ai vantaggi derivanti dalla “vicinanza” ai clan, gli indagati avevano acquisito la disponibilità di un numero sempre maggiore di licenze e di concessioni per l’esercizio della raccolta delle scommesse, fino alla creazione di un “impero economico” costituito da imprese – formalmente intestate a prestanome compiacenti – che complessivamente nel tempo sono giunte a gestire volumi di gioco per circa 100 milioni di euro.

Comandante, qual è l’impegno del G.I.C.O. nel settore delle misure di prevenzione?

L’azione che la Guardia di Finanza svolge applicando le misure di prevenzione patrimoniali previste dal “Codice Antimafia”, nell’ambito delle indagini delegate dalla Procura della Repubblica, ha la duplice finalità di disarticolare in maniera radicale le organizzazioni criminali mediante l’aggressione delle ricchezze illecitamente accumulate e di liberare l’economia legale dalle indebite infiltrazioni.

Vengono poste in essere tutte le indagini necessarie per pervenire al sequestro e alla confisca dei proventi e dei beni ottenuti dalle attività delittuose, con lo scopo di restituirli alla collettività.

Sono accertamenti complessi ed articolati in linea con i compiti attribuiti al Corpo e con la professionalità e l’esperienza maturata nel ruolo di polizia economico-finanziaria, che richiedono, tra l’altro, l’esame della documentazione amministrativo-contabile, la ricostruzione dei flussi finanziari e la verifica della congruità della situazione patrimoniale effettiva con quella reddituale dichiarata.

Recentemente, in applicazione della normativa antimafia, il G.I.C.O. di Palermo ha concluso attività investigative ed accertamenti economico-patrimoniali che hanno permesso di individuare e sequestrare un ingente patrimonio ad un imprenditore, leader in città nella commercializzazione di pneumatici e revisioni auto.

Come emerso da una ricostruzione derivante da una sistematica lettura degli atti giudiziari e di mirati accertamenti economici/finanziari/patrimoniali, risultava vicino a Cosa Nostra, segnatamente alla famiglia dell’Acquasanta: l’imprenditore, come è stato rilevato dal recupero di atti clericali, era anche testimone di nozze di un esponente di quell’articolazione mafiosa palermitana”.     

L’operazione è quella conclusa nel maggio scorso dai Finanzieri del Comando Provinciale di Palermo con un provvedimento, che faceva seguito ad altri, emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo e con cui è stato disposto il sequestro di un’azienda e i conti correnti, per un valore complessivo di oltre 2 milioni di euro, nei confronti di un noto imprenditore palermitano.

A questi, nel novembre 2019, era stato sottoposto a sequestro un patrimonio di circa 17 milioni di euro, ricostruito dalle investigazioni economico-patrimoniali del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza palermitana e segnalate alla locale Procura della Repubblica.

Il soggetto è stato ritenuto “contiguo” alla criminalità organizzata anche alla luce delle dichiarazioni rese, nel corso degli anni, da numerosi collaboratori di giustizia che lo hanno indicato come quello che si prestava ad occultare nelle proprie attività commerciali risorse di provenienza illecita delle famiglie mafiose dei Galatolo e dei Fontana.

Con i provvedimenti di prevenzione antimafia emessi nei confronti nei confronti del proposto, è stato disposto il sequestro di cinque punti vendita, di numerosi immobili, autovetture nonché rapporti bancari e polizze assicurative nonché della parte delle quote societarie detenute in un Consorzio operante nel settore della revisione dei veicoli.

Tutte le imprese oggetto del sequestro hanno continuato regolarmente la loro attività e sono state affidate a un amministratore giudiziario che le gestisce nell’interesse della collettività.

La penetrazione mafiosa oltre che nell’economia, tende anche alle istituzioni come dimostra l’operazione “Passe-partout”, nell’ambito della quale, a novembre dello scorso anno, è stato eseguito dal G.I.C.O. e dal R.O.S. di Palermo un fermo di indiziato di delitto, emesso dalla DDA di palermitana, nei confronti di 5 soggetti, ritenuti a vario titolo responsabili di partecipazione ad associazione mafiosa, estorsione e favoreggiamento con l’aggravante di agevolare Cosa Nostra.

Come è stata avviata l’attività investigativa?

L’attività è stata avviata dal monitoraggio di un uomo che, negli anni ’90, per conto della famiglia di Sciacca aveva avuto un ruolo centrale nello sviluppo di dinamiche associative ultra-provinciali, mantenendo contatti e veicolando “pizzini” con i corleonesi, in particolare con Salvatore Riina e Giovanni Brusca.

L’inchiesta ha rivelato come esponenti della famiglia mafiosa di Sciacca (Agrigento) non solo avessero operato meccanismi di intimidazione ai danni di imprenditori per subentrare nel possesso delle attività economiche, ma anche tentato di esercitare influenza su di un esponente politico, al fine di ottenere condizioni di vita carceraria migliori per i propri sodali, incidendo sui regimi detentivi speciali, per indebolire il presidio di contrasto alla criminalità organizzata.

Le investigazioni oltre a documentare i rapporti intrattenuti da affiliati a Cosa nostra di Sciacca con altri mafiosi della Sicilia occidentale e con taluni personaggi contigui alla famiglia mafiosa Gambino di New York, ha infatti anche disvelato i rapporti intessuti, dai primi mesi del 2019 da parte di un indagato, con un parlamentare al fine di poter accedere all’interno di alcune “carceri” italiane – avendo in questo modo contatti con alcuni reclusi di Cosa nostra – con l’intento di incidere sulla gestione del sistema carcerario.

Il “progetto” criminale, in definitiva, non si limitava al proposito di mantenere i contatti con i mafiosi detenuti “…ma anche quello, ben più ambizioso, di interferire nella gestione del sistema carcerario italiano al fine (di) ridimensionarne la portata afflittiva, ufficialmente per scopi nobili ma, in realtà, per alleggerire l’espiazione della pena ai propri sodali…”.

In quali altri settori si concentra l’azione del G.I.C.O. di Palermo?

Il G.I.C.O. di Palermo, da anni, è particolarmente impegnato anche nel contrasto a associazioni criminali straniere che, operando sull’asse Nord Africa – Sicilia, promuovono, organizzano ed effettuano trasporti di migranti e di tabacchi lavorati esteri (TLE), utilizzando gommoni veloci o imbarcazioni di media grandezza, tipo pescherecci.

Indagini della Guardia di Finanza contro il traffico di tabacchi esteri

Le attività sviluppate nel tempo hanno consentito un’importante aggressione e una vasta conoscenza del fenomeno, grazie ad una sinergica collaborazione con i reparti territoriali e il comparto aeronavale del Corpo – fondamentale presidio delle acque territoriali e contigue, per la sorveglianza e il controllo del mare e dello spazio aereo sovrastante e per il monitoraggio della frontiera marittima – nonché al costante coordinamento del Comando Generale della Guardia di Finanza.

Nel mese di novembre scorso è stata portata a termine un’operazione che ha portato all’arresto di 17 soggetti – italiani, libici ed egiziani – e al sequestro di 8 imbarcazioni utilizzate per il trasporto di 6,7 tonnellate di tabacchi lavorati esteri provenienti dalla Tunisia.

In particolare sono state “fermate” due “navi madre” gestite dalla medesima organizzazione criminale, dirette la prima verso il basso trapanese e la seconda in direzione di Siracusa, che avevano effettuato, poco prima del limite delle acque territoriali nazionali, il trasbordo del carico illecito su piccoli gommoni che avevano il compito di portare a terra il carico illecito così parcellizzato.

Le perquisizioni effettuate subito dopo l’abbordaggio hanno consentito di rinvenire e sequestrare a bordo di uno dei pescherecci, nascosti in un anfratto, 170 mila euro in contanti, il pagamento della fornitura illecita.

L’operazione è quella effettuata nella notte tra il 21 e il 22 novembre 2019 dalla Guardia di Finanza di Palermo, insieme alla componente aeronavale del Corpo e con il supporto dei Reparti territoriali di Trapani e Siracusa, nell’ambito di un articolato dispositivo di contrasto ai traffici illeciti via mare, che interessano in modo significativo il territorio siciliano.

Gli interventi, condotti in contemporanea, con l’impiego di numerosi mezzi aerei e navali, costieri e alturieri, dei Reparti aeronavali del Corpo, in coordinamento con gli investigatori del Nucleo di Polizia economico finanziaria, hanno interessato i tratti di mare prospicienti le coste del Trapanese e del Siracusano.

In particolare, un aereo ATR 42 del Gruppo di Esplorazione Marittima della Guardia di Finanza di Pratica di Mare (Roma) in servizio di ricognizione nel canale di Sicilia, ha rilevato e documentato le rotte anomale di due imbarcazioni al largo di Lampedusa (Agrigento) che dapprima navigavano affiancate per poi dirigere verso i due estremi meridionali dell’Isola, ovvero al largo di Mazara del Vallo (Trapani) e Siracusa.

I Reparti Aeronavali della Guardia di Finanza hanno, quindi, dislocato diverse unità, anche sulla base delle prime analisi investigative degli specialisti del GICO del Nucleo di Polizia economico finanziaria di Palermo.

Lo sviluppo dello scenario operativo ha così potuto accertare che le due imbarcazioni, ciascuna di oltre 20 metri, adottando lo stesso schema illecito, stazionavano ai limiti delle acque territoriali ove aspettavano imbarcazioni veloci, provenienti dalla costa, per il trasbordo delle casse di sigarette.

Il dispositivo integrato di contrasto approntato si attivava nel momento in cui i gommoni facevano rientro all’interno delle 12 miglia, ove venivano fermati dalle imbarcazioni del Corpo, che poi si mettevano all’inseguimento delle “navi madri” che nel frattempo stavano cercando, senza successo, di riprendere il largo in direzione Nord Africa.

Tutte le imbarcazioni contrabbandiere venivano abbordate e condotte a terra nei porti di Mazara del Vallo e di Siracusa.

Sono stati arrestati i membri dell’equipaggio delle due imbarcazioni nordafricane, di nazionalità egiziana e libica e 6 italiani, acquirenti delle sigarette estere di contrabbando, originari del Trapanese e del Siracusano.

I tempestivi accertamenti svolti dalle Fiamme Gialle consentirono di appurare che uno dei trapanesi arrestati, ufficialmente disoccupato e senza reddito, dal mese di giugno scorso percepiva il reddito di cittadinanza per un ammontare di 1.000 euro mensili.

Le circa 7 tonnellate di sigarette, destinate a rifornire i mercati siciliani e in particolare la piazza di Palermo avrebbero fruttato all’organizzazione criminale introiti per oltre 1 milione di euro.

Insomma, la Guardia di Finanza, in questa occasione, ha svolto il suo ruolo esclusivo di “polizia del mare”, potendo sfruttare le potenzialità di un dispositivo integrato tra la componente investigativa territoriale e quella aeronavale, costiera e di altura, tanto per il controllo delle frontiere esterne, quanto per la difesa degli interessi economico-finanziari del Paese e dell’Unione Europea.

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