Guardia di Finanza: scoperta una nuova frode plurimilionaria nel commercio dei carburanti. Eseguito un sequestro di beni “per equivalente” da 15 milioni e 500.000 euro

Di Alessandro Margottini               

ANCONA. Ammonta a 15 milioni e 500mila euro il sequestro di beni “per equivalente” che, proprio in queste ore, i finanzieri del Comando Provinciale di Ancona – Nucleo Polizia Economico Finanziaria (PEF) stanno eseguendo al termine d’una complessa indagine, che ha consentito di scoprire l’ennesima maxi-frode perpetrata nel settore del commercio dei carburanti.

Le citate attività di sequestro, che i militari della GDF anconetana stanno completando con l’ausilio dei colleghi in forza ai Reparti del Corpo territorialmente competenti, interessano le province di Ascoli Piceno, Teramo, Pescara, Barletta, Pistoia, Reggio Emilia e Sassari.

Autopattuglie della GDF di Ancona in azione

A coordinare il tutto sono gli inquirenti della Procura della Repubblica di Trani che, sulla base del quadro probatorio fornito loro dai finanzieri del capoluogo marchigiano, sono riusciti a disarticolare un’organizzazione criminale al cui vertice figura un quarantenne imprenditore d’origini pugliesi, ritenuto essere il principale artefice della frode oltre che il dominus del successivo reinvestimento di capitali illeciti in attività immobiliari.

Lo schema frodatorio messo a nudo dagli investigatori non è certo inedito ma tuttavia ancora piuttosto efficace in queste circostanze. In buona sostanza gli indagati ricorrevano a c.d. “società di comodo” o “società-fantasma” con le quali utilizzare lo strumento dell’acquisto intracomunitario dei carburanti.

Acquisizione commerciale che avveniva presso varie raffinerie e che gli consentiva l’approvvigionamento di grossi stock di carburante non gravati da IVA al momento dell’acquisto.

Gli approvvigionamenti di prodotto petrolifero avvenuti con tale sistema venivano ad essere successivamente ceduti omettendo però le relative dichiarazioni annuali IVA oltre che dei redditi, ovvero presentando tali dichiarazioni senza però riportare mai l’IVA oppure i ricavi ottenuti da tali operazioni.

Il prodotto petrolifero oggetto di tale “business” proveniva principalmente dalla Slovenia e veniva dapprima ceduto – solo sulla carta – a tre società, di fatto inesistenti formalmente situate in Bulgaria e nella Repubblica Ceca, mentre la fatturazione dello stesso prodotto era curata da altre sette società italiane, anche queste esistenti solo sulla carta, ma che dopo breve vita sparivano nel nulla senza versare un solo euro d’imposta dovuta all’Erario pur incassandola dai clienti italiani.

Al termine dei vari passaggi cartolari, gli stessi carburanti ottenuti in evasione dell’IVA venivano quindi rivenduti sottocosto a titolari di distributori stradali o di depositi commerciali; imprenditori spesso riconducibili (o addirittura coincidenti) agli stessi soggetti che avevano messo in piedi le “società-fantasma” in questione, fattore che gli consentiva d’ottenere un ulteriore vantaggio dato dalla possibilità di vendere tali prodotti a prezzi oltremodo competitivi e semplicemente impraticabili per la concorrenza, questo proprio grazie all’omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto che, di fatto, costituiva il più diretto e sostanziale profitto dell’attività criminale posta in essere.

I finanzieri anconetani mentre procedono al sequestro d’un impianto di distribuzione

Secondo gli investigatori della GDF di Ancona, l’imponente frode fiscale portata alla luce avrebbe riguardato un approvvigionamento (illecito) e la conseguente vendita d’oltre 133 milioni di litri di carburante, una quantità tale che avrebbe paradossalmente consentito di riempire di carburante più di 53 piscine olimpioniche, e che ha realmente permesso agli indagati d’intascare guadagni per oltre 15.000.000 di euro.

Nello sviluppo delle indagini gli stessi investigatori hanno altresì condotto paralleli accertamenti di natura tributaria, a seguito dei quali è stato proposto il recupero a tassazione proventi illeciti per oltre 109.000.000 di euro.

Da notare inoltre come il rintraccio dei beni finiti sotto i sigilli dell’Autorità Giudiziaria (formalmente intestati agli immancabili “prestanome” e società immobiliari ma comunque nella disponibilità del principale indagato) sia stato reso possibile dal meticoloso lavoro dei finanzieri del Nucleo PEF di Ancona, i quali hanno letteralmente passato al setaccio centinaia di conti correnti, negozi giuridici e trascrizioni immobiliari, delineando così natura ed entità d’un patrimonio costituito da decine di immobili (tra cui un hotel e un resort situati nel comune di Arzachena (SS), località Baia Sardinia), impianti di distribuzione stradale ed anche imbarcazioni.

Rimane comunque opportuno ricordare che, nel rispetto del principio della presunzione d’innocenza, la colpevolezza delle persone sottoposte ad indagine sarà definitivamente accertata solo ad eventuale, e intervenuta, sentenza irrevocabile di condanna.

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