Guerra all’Iran: Teheran nel mirino ma la prima vittima è sempre la verità. Le voci sulla decapitazione del vertice iraniano corrono più veloci delle conferme

Di Giuseppe Gagliano*

TEHERAN.  Nelle ore di una guerra aperta, i missili distruggono infrastrutture, ma le notizie – vere, mezze vere o fabbricate – colpiscono la tenuta psicologica di un sistema.

È esattamente ciò che sta accadendo oggi intorno all’Iran.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi

Sui circuiti israeliani, su canali militanti e su una parte dell’ecosistema informativo vicino al fronte anti-Teheran, hanno iniziato a circolare indiscrezioni sulla possibile eliminazione di alcune figure centrali dell’apparato iraniano: Gholam-Hossein Mohseni-Ejei, capo del potere giudiziario, il Generale Mohammad Pakpour, Comandante dei Guardiani della Rivoluzione e Amir Hatami, indicato impropriamente da molti come ministro della Difesa.

Gholam-Hossein Mohseni-Ejei

Ma, allo stato dei fatti, la linea che separa l’informazione dalla guerra psicologica resta sottile e pericolosamente mobile.

Reuters conferma che i raid hanno preso di mira figure di vertice del sistema iraniano e che una fonte vicina all’establishment ha parlato di alti comandanti e dirigenti politici uccisi. Ma la stessa agenzia precisa che tali informazioni non sono state verificate in modo indipendente.

È un dettaglio decisivo, non una nota a margine.

In una crisi di questo livello, il semplice fatto che un nome venga fatto circolare può essere già parte dell’operazione: creare smarrimento, testare reazioni, alimentare l’idea che la catena di comando iraniana stia collassando.

Mohseni-Ejei, il potere giudiziario usato come bersaglio simbolico

Sul nome di Gholam-Hossein Mohseni-Ejei, uno dei pilastri istituzionali del sistema iraniano, non esiste al momento una conferma solida da fonti ufficiali né iraniane né internazionali di primo livello.

Il suo nome appartiene per ora al regno delle voci.

E questo conta molto, perché colpire o anche solo far credere di aver colpito il capo del potere giudiziario significa mandare un messaggio preciso: non si starebbe attaccando soltanto la macchina militare, ma l’architettura stessa del regime.

È il classico salto di qualità che trasforma un’azione militare in un tentativo di destabilizzazione politica.

Ma finché non esistono conferme formali, parlarne come fatto accertato sarebbe un errore analitico.

Reuters, pur riferendo di leadership iraniane finite nel mirino, non conferma il nome di Mohseni-Ejei tra le vittime.

Pakpour, il caso più credibile ma non ancora definitivo

Diverso è il discorso sul Generale Mohammad Pakpour.

Il Generale iraniano Mohammad Pakpour

Qui il livello di attendibilità è più alto, ma non ancora sufficiente a chiudere il caso.

Il Times of Israel riferisce che, secondo valutazioni di funzionari israeliani, Pakpour sarebbe stato probabilmente ucciso nei raid.

La formula conta: “probabilmente”.

Non “certamente”, non “ufficialmente”.

Significa che Israele ritiene di aver centrato un obiettivo di altissimo valore, ma che manca ancora la validazione finale che solo conferme indipendenti o ammissioni iraniane potrebbero dare. In una guerra moderna, questa fase intermedia è cruciale: serve a capitalizzare l’effetto politico dell’annuncio senza esporsi del tutto al rischio di una smentita.

Se Pakpour fosse davvero stato eliminato, il colpo sarebbe serio: non solo per il valore simbolico del comandante dei Pasdaran, ma perché i Guardiani della Rivoluzione sono il vero nervo armato e ideologico del regime.

Pasdaran iraniani

Colpirne il vertice significa tentare di scuotere il centro di gravità del potere iraniano. Ma, allo stato attuale, resta una valutazione israeliana, non una certezza condivisa.

Amir Hatami, qui la smentita pesa più della voce

Sul nome di Amir Hatami, invece, il quadro è più netto. Le notizie sulla sua morte sono già state smentite dall’esercito iraniano, secondo quanto riportato da APA citando Tasnim.

La versione diffusa da Teheran è che Hatami sia vivo e continui a svolgere le proprie funzioni. C’è anche un elemento importante di precisione: Hatami non va descritto, in questo contesto, come ministro della Difesa in carica.

Amir Atami

Le fonti recenti lo indicano come Comandante dell’Esercito iraniano.

Questo non è un dettaglio nominale: in piena crisi, attribuire un incarico errato contribuisce a confondere il quadro e ad amplificare la nebbia della guerra.

Dunque, nel suo caso, non siamo davanti a una semplice mancanza di conferme, ma a una smentita esplicita che impone prudenza.

La diagnosi strategica: se confermata, sarebbe una decapitazione parziale

Il punto che conta davvero è questo: se una parte significativa di queste eliminazioni venisse confermata, ci troveremmo davanti a una decapitazione parziale dell’apparato politico-militare iraniano.

Non più soltanto attacchi a basi, siti missilistici o infrastrutture strategiche, ma un’azione diretta contro la continuità della catena di comando.

In termini strategici, sarebbe un cambio di scala netto.

Significherebbe che Washington e Tel Aviv non stanno cercando solo di degradare capacità militari, ma di compromettere la tenuta interna del potere iraniano, aprendo la strada a una fase di disordine controllato o, più realisticamente, a un’escalation difficile da contenere.

Reuters conferma che questa campagna è stata concepita con l’obiettivo di colpire la leadership e indebolire il sistema, non solo i suoi strumenti militari. Questo dà peso all’ipotesi che i target di vertice facessero parte dell’architettura dell’operazione.

Ma tra la volontà di colpire la testa del sistema e la prova di averla davvero recisa c’è ancora distanza.

Il punto cieco: in guerra la disinformazione non accompagna il conflitto, è il conflitto

Qui sta il vero nodo. In una guerra di questa intensità, la disinformazione non è un effetto collaterale: è un’arma organica. Far credere di aver eliminato un vertice può produrre tre effetti immediati.

Primo, destabilizzare la base interna del nemico.

Secondo, rassicurare o galvanizzare il proprio fronte politico.

Terzo, influenzare il comportamento di attori terzi: alleati regionali, mercati energetici, opinione pubblica internazionale. In sostanza, la notizia stessa diventa munizione.

È per questo che le informazioni provenienti da canali militanti o da circuiti apertamente schierati vanno trattate come indicatori, non come prove. Possono segnalare una direzione, una narrativa, un obiettivo psicologico.

Ma non bastano a fondare una valutazione conclusiva.

Nel Medio Oriente, spesso, la prima battaglia non è per il territorio ma per la percezione del rapporto di forza. E chi impone il racconto, nelle prime ore, spesso condiziona anche la lettura politica delle ore successive.

Il test decisivo non è il necrologio, ma la capacità di risposta

Per capire se l’Iran sia davvero stato colpito al cuore, bisogna guardare meno ai nomi che circolano e più ai segnali di funzionamento del sistema.

Tre indicatori sono essenziali.

Il primo: la continuità della catena di comando, cioè la capacità di Teheran di parlare con voce coerente e di mantenere attive le proprie strutture di sicurezza. Il secondo: la qualità e la coordinazione della rappresaglia.

Il terzo: la tenuta politica interna, cioè la capacità del regime di evitare il panico, le fratture e la paralisi.

Su questo punto, i dati iniziali indicano che la risposta iraniana esiste ed è operativa.

Reuters e altre fonti riferiscono che Teheran ha già lanciato missili contro Israele e contro obiettivi legati agli Stati Uniti e ai partner del Golfo.

Questo non significa che il sistema non sia stato colpito duramente.

Significa, però, che la capacità di reagire non è stata annullata nella prima fase.

E finché la macchina della rappresaglia resta in funzione, parlare di decapitazione compiuta è prematuro. Si può parlare, al massimo, di tentativo di decapitazione o di colpo severo al vertice. Non ancora di collasso.

La soglia del conflitto aperto

La conclusione, per ora, dev’essere fredda. Mohammad Pakpour appare il nome più esposto e quello per cui l’ipotesi di eliminazione è più consistente, ma resta appesa a valutazioni israeliane.

Mohseni-Ejei appartiene ancora al campo delle voci non confermate.

Amir Hatami, invece, risulta al momento smentito come vittima.

Ma al di là del destino dei singoli, il dato politico è già sotto gli occhi: il conflitto è entrato in una fase in cui il bersaglio non è più soltanto l’arsenale iraniano, bensì la struttura stessa del potere.

E quando una guerra comincia a puntare la testa del sistema, la regione non è più davanti a una semplice escalation.

È alla soglia di una confrontazione aperta maggiore, in cui ogni eliminazione reale o presunta diventa un acceleratore strategico.

Il problema, da ora in poi, non è solo sapere chi è caduto.

È capire quanto a lungo il sistema iraniano riesca ancora a restare in piedi

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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