Governare la mobilitazione: l’emergere di un ecosistema transnazionale di controllo dell’informazione

Di Gulia Botta

ROMA. La gestione dell’informazione spesso risulta in una più cooperazione tra regimi autoritari, dove la connettività non è più semplicemente controllata entro i confini nazionali, ma progressivamente neutralizzata come vettore di mobilitazione sociale.

In questo contesto, gli Stati non mirano più soltanto a limitare l’accesso all’informazione, ma a ridurre la capacità dell’informazione di tradursi in azione collettiva.

Ne conseguono pratiche condivise, volte a gestire l’accesso alla connettività e a limitarne il potenziale mobilitante.

Il dominio informativo diventa oggetto di governance strategica

 

Il dominio informativo diventa oggetto di governance strategica: non più solo spazio comunicativo, ma infrastruttura critica per la stabilità politica.

Il caso iraniano rappresenta un esempio emblematico di questa evoluzione

Il sistema di controllo di Internet si fonda in parte su tecnologie e pratiche sviluppate nel contesto cinese, consentendo alle autorità di isolare la popolazione dalla rete globale durante momenti di crisi, come le proteste antigovernative di gennaio.

Un recente report (Tightening the Net: China’s Infrastructure of Oppression in Iran) evidenzia come la cooperazione tra Cina ed Iran, abbia contribuito alla costruzione di uno dei sistemi di controllo digitale più restrittivi al mondo.

Una manifestazione di iraniani

Dopo la repressione delle recenti mobilitazioni, l’accesso alla Rete non si è pienamente ristabilito.

Al contrario, emerge un sistema di censura sempre più radicato, costruito nel tempo attraverso cooperazione tecnica e infrastrutturale, con l’obiettivo di consolidare il controllo statale sul traffico informativo interno.

Le interruzioni della connettività durante le proteste non sono una novità, ma quelle più recenti, hanno mostrato un livello di blocco senza precedenti per portata ed efficacia.

A queste misure si sono affiancati strumenti di sorveglianza fisica – come droni e controlli porta a porta – evidenziando una crescente integrazione tra repressione digitale e coercizione tradizionale.

Questo approccio ibrido rappresenta una caratteristica distintiva di uno stato autoritario contemporaneo: il controllo dello spazio informativo si combina con la gestione della mobilitazione sociale.

In contesti repressivi, lo spazio digitale ha storicamente rappresentato uno dei pochi ambiti in cui la società civile poteva organizzarsi ed esprimersi.

Rafforzando il controllo su tale dominio attraverso modelli sviluppati altrove, come il sistema cinese di sovranità digitale e filtraggio centralizzato, l’Iran ha accresciuto la propria capacità di gestione del dissenso.

Questa dinamica segnala un processo di apprendimento autoritario, volto a trasformare l’accesso all’informazione da fattore di attivazione collettiva a spazio controllato di gestione del consenso.

In tale contesto, la narrativa di assedio esterno svolge una funzione legittimante: la mobilitazione interna può essere presentata come strumentalizzazione straniera, mentre le misure di controllo vengono giustificate come necessarie alla difesa della sovranità.

Il dominio informativo diventa simultaneamente sia strumento di stabilizzazione interna che campo di competizione geopolitica

La cooperazione tra Stati autoritari segnala, quindi, un passaggio da politiche di censura reattiva a strategie proattive di gestione del comportamento collettivo, il cui obiettivo non è solo limitare l’informazione, ma prevenire la sua traduzione in azione.

Ne consegue, quindi, un passaggio dal controllo del contenuto al controllo delle conseguenze cognitive

Il dominio informativo non rappresenta più soltanto uno spazio di comunicazione o propaganda, ma uno strumento di governance comportamentale, collocandosi al centro delle strategie di resilienza dei regimi e della competizione geopolitica contemporanea.

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