Di Giuseppe Gagliano*
MIAMI (FLORIDA-STATI UNITI). C’è un luogo, a in Florida, da cui Washington trasforma la propria volontà politica in operazioni, deterrenza, raid, basi e alleanze.

È il Comando Centrale degli Stati Uniti, il CENTCOM: non un semplice quartier generale, ma il vero snodo militare dell’America nello spazio che va dal Nord-Est africano al Medio Oriente fino all’Asia centrale e meridionale.

La sua area di responsabilità comprende 21 Paesi, crocevia di rotte commerciali, corridoi aerei, oleodotti e strettoie marittime decisive per l’economia mondiale. In altri termini: il CENTCOM presidia il cuore geopolitico dell’energia, della sicurezza e della vulnerabilità globale.
La missione ufficiale e quella reale
Sulla carta, il compito è “dirigere ed eseguire operazioni con alleati e partner” per rafforzare sicurezza e stabilità regionale.
Nella realtà, il CENTCOM serve a tre scopi più concreti: contenere l’Iran, mantenere l’accesso militare americano alle principali arterie strategiche e impedire che rivali sistemici come Cina e Russia trasformino la regione in un terreno di arretramento per gli Stati Uniti.
La formula è classica: proteggere il territorio americano il più lontano possibile dai suoi confini. Ma il prezzo è altrettanto classico: ogni crisi locale rischia di diventare un test della credibilità imperiale americana.
Dal Golfo all’Iran, la macchina che esegue
Il CENTCOM non decide la politica, ma la rende irreversibile. È il Comando che traduce una scelta della Casa Bianca in posture navali, missioni aeree, sistemi antimissile, supporto agli alleati e messaggi coercitivi ai nemici.
Ed è qui il punto decisivo: quando la diplomazia fallisce o viene accantonata, il CENTCOM diventa il volto concreto della politica estera americana. Oggi questo meccanismo è tornato al centro dello scenario perché, oggi, Stati Uniti e Israele hanno colpito l’Iran in un’operazione coordinata che ha fatto saltare il fragile equilibrio costruito intorno ai negoziati sul nucleare.
Reuters riferisce che l’attacco è stato preparato da mesi e che Teheran ha già minacciato ritorsioni contro basi americane nella regione. 
Brad Cooper e il ritorno della centralità militare
Al vertice del Comando c’è oggi l’Ammiraglio Brad Cooper, confermato dal sito ufficiale del CENTCOM come Comandante.

Ufficiale di Marina, con forte esperienza operativa nel Golfo e nella Quinta Flotta, Cooper incarna una linea insieme pragmatica e tecnologica: più integrazione tra alleati, più uso di sistemi senza equipaggio, più enfasi sulla rete che sulla massa.
Ma la tecnologia non cancella la realtà strategica: nel Medio Oriente di oggi, la superiorità americana resta imponente, ma non è più assoluta.
Missili balistici, droni a basso costo, milizie alleate dell’Iran, saturazione delle difese e minaccia agli stretti trasformano ogni vantaggio statunitense in una superiorità costosa, non risolutiva.
La valutazione militare: forza di ingresso, debolezza di permanenza
Sul piano strettamente militare, il CENTCOM resta formidabile nella fase d’urto: può concentrare rapidamente fuoco, intelligence, capacità navali e aeree, e coordinare partner regionali in tempi che nessun altro comando al mondo può eguagliare.
Ma il problema non è entrare: è restare, assorbire la risposta, proteggere le basi, tenere aperte le linee logistiche e impedire che il conflitto si allarghi per cerchi concentrici.
Il vero rischio, in caso iraniano, non è l’attacco iniziale: è la campagna successiva, fatta di rappresaglie indirette, minacce agli impianti energetici, pressioni sul traffico marittimo e destabilizzazione dei partner arabi.
La valutazione economica e geoeconomica: il tallone d’Achille è il petrolio
Ogni escalation gestita dal CENTCOM ha una conseguenza immediata: trasforma la sicurezza regionale in una questione di prezzi, assicurazioni, trasporti e fiducia dei mercati.
Lo si vede già oggi: la crisi ha colpito il traffico aereo regionale, con chiusure di spazi aerei e sospensioni di voli su uno dei nodi più trafficati del mondo. Ma il punto più delicato resta l’energia.
Se la regione entra in una spirale di attacchi e contro-attacchi, non saltano solo obiettivi militari: vacillano le rotte del greggio, i premi di rischio, la tenuta degli stretti e la stabilità dei produttori del Golfo.
In questo senso il CENTCOM è anche un custode armato della geoeconomia mondiale: difende non solo basi e alleati, ma il sistema materiale che tiene insieme energia, commercio e finanza.
Il paradosso americano
Il paradosso è semplice: il CENTCOM è potentissimo quando deve colpire, molto meno quando deve ordinare politicamente il dopo. Può distruggere, contenere, ritardare, intimidire.
Può persino stabilizzare per un tratto.
Ma non può cambiare la natura profonda della regione, né sostituirsi alle contraddizioni degli alleati, né trasformare una supremazia tattica in un equilibrio strategico duraturo.
Per questo resta il proconsole armato di Washington: indispensabile per presidiare il Medio Oriente, insufficiente per dominarlo davvero.
E ogni volta che entra nella mischia, la stessa domanda ritorna: gli Stati Uniti sanno ancora vincere il primo giorno. Ma sanno governare il trentesimo?
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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