Di Paola Ducci*
SAIGON (nostro servizio particolare). Durante la notte del Capodanno vietnamita (Tết Nguyên Ðán), tra il 30 e il 31 gennaio 1968, 80 mila vietcong scatenano un violento attacco a sorpresa e fanno irruzione in oltre 100 città su vietnamite tra cui Saigon, cogliendo del tutto impreparate le forze statunitensi e sud vietnamite.
Inizia in questo modo l’Offensiva del Têt.

Tutto accade proprio durante le celebrazioni del Capodanno: una serie di attacchi avvengono simultaneamente nelle principali città del Sud del Vietnam come se fosse l’inizio di un’ insurrezione nazionale generale, modus operandi che corrisponde ai principi della guerra del popolo vietcong.

Questa è una data spartiacque per la società americana nella sua percezione della guerra in Vietnam, mentre i vertici governativi e militari continuavano a propagandare una veloce vittoria di tutto il conflitto.
L’offensiva del Tet modifica e consolida una condizione di opposizione e malessere presente già in alcuni strati della popolazione e la diffonde a tutto il Paese.
Fino a quel momento il governo americano e sud vietnamita avevano continuato ad affermare che avrebbero presto vinto la guerra nonostante negli ambienti più giovani della società il malcontento fosse già evidente, pensiamo alle contestazioni nei campus americani. L’opinione pubblica statunitense però continuava a seguire il Governo e ad appoggiarlo, ma dopo la notte del Capodanno vietnamita del 1968 il distacco diverrà evidente.
Gli effetti dell’offensiva del Têt furono devastanti per l’opinione pubblica americana: le forze statunitensi furono prese completamente di sorpresa e nella stessa capitale Saigon i vietcong attaccarono l’Ambasciata americana.

Fu un momento decisivo: nonostante il mancato successo militare, l’Offensiva costituì una grande vittoria morale e propagandistica per i vietcong e il Vietnam del Nord e provocò una grave crisi politica e psicologica negli Stati Uniti.
Inoltre “quella in Vietnam fu la prima guerra trasmessa “in diretta” e senza censura perché i media proponevano ciò che vedevano senza filtri e dagli Stati Uniti chiunque poteva assistere all’orrore dei morti, dei combattimenti, dei bombardamenti con il napalm e le stragi dei civili.
Nulla a che vedere con le trasmissioni belliche contemporanee che, dagli anni ’80 in poi, sono pesantemente censurate e controllate dai media stessi” (Diego Grossi).
La trasparenza dell’informazione, non ancora allenata alle censure e ammaestrata dalla propaganda, e le immagini crude e dirette che faranno il giro del mondo attraverso i notiziari Tv, permettevano di capire davvero cosa stesse accadendo e di mobilitare milioni di persone non solo negli USA per protestare e chiedere la fine delle atrocità.
Ci furono conseguenze di vario ordine da ambo le parti in seguito all’attacco dei vietcong.

Gli Stati Uniti ottennero una grande vittoria: le forze statunitensi riuscirono ad evitare l’insurrezione generale e l’offensiva del Têt si rivelò un errore dei vietcong perché li fece uscire in campo aperto dove gli americani avevano la supremazia.
Dopo il Têt i comunisti del FNL come elemento sul campo scomparvero pressoché del tutto e dal 1968 chi continuò la guerra fu l’Esercito del Nord Vietnam.
Gran parte della struttura logistica, dei quadri dirigenti, dei rifornimenti vennero distrutti ma, dal punto di vista politico, negli USA le conseguenze furono disastrose: il Têt mise in luce la mancanza di credibilità del Governo Johnson che, dopo mesi di promesse di vittoria, si era fatto sorprendere da una manciata di guerriglieri arrivati fino all’Ambasciata.
Ma, oltre ai dati statistici, il pubblico americano si rese conto delle perdite sul campo dei loro giovani soldati direttamente attraverso i rapporti dei media statunitensi sulla battaglia, che descrivevano la violenza degli scontri e l’audacia e l’aggressività del nemico.
Tutto questo determinò un’ondata di sdegno e proteste del pubblico americano finalmente consapevole dell’ingente perdita di vite umane e della massiccia propaganda manipolatoria attraverso gli ottimistici rapporti dei dirigenti politico-militari che per anni avevano parlato di “progressi”, “vittorie” e “demoralizzazione dei comunisti”.
Entro poche settimane dall’offensiva il Presidente Lyndon B. Johnson decise di ritirarsi dalla vita politica e di arrestare l’escalation, dando inizio a colloqui di pace che furono portati a termine dal Consigliere per la Sicurezza Nazionale statunitense Henry Kissinger, durante la successiva amministrazione di Richard Nixon.
*Editor per l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa
© RIPRODUZIONE RISERVATA

