Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON D.C. I rapporti fra Stati Uniti e Iran non sono mai stati una semplice sequenza di crisi diplomatiche, di sanzioni o di picchi di tensione militare.
Sono stati, in realtà, una guerra lunga, intermittente, spesso indiretta, quasi mai dichiarata ma quasi mai sospesa.
Una guerra combattuta con strumenti diversi a seconda delle fasi storiche: pressione politica, isolamento economico, operazioni clandestine, guerra navale, sabotaggi, missili, milizie alleate, omicidi mirati, propaganda, infiltrazione informativa e logoramento strategico.
Per capirla davvero, non basta seguire i nomi dei Presidenti americani.
Bisogna vedere il filo profondo che lega tutte le amministrazioni, da Carter a Biden: impedire che l’Iran trasformi la propria posizione geografica, la propria ideologia e la propria capacità militare asimmetrica in una forma di egemonia regionale capace di minacciare il Golfo, Israele, le monarchie arabe e i flussi energetici mondiali.

Dall’altra parte, Teheran ha perseguito un obiettivo speculare: impedire che gli Stati Uniti ripristinassero, sotto nuove forme, quell’ordine regionale che la rivoluzione del 1979 aveva spezzato.
In questo senso, la storia dei rapporti tra Washington e Teheran è la storia di un conflitto di sistema: gli Stati Uniti ragionano in termini di predominio e stabilità sotto tutela americana; l’Iran ragiona in termini di sopravvivenza del regime, profondità strategica e negazione del predominio altrui.
Carter: il trauma del 1979 e la nascita del conflitto moderno. La caduta dello scià e la perdita del pilastro iraniano
Con Jimmy Carter si consuma la frattura originaria.
Fino al 1979, l’Iran dello scià Mohammad Reza Pahlavi era uno dei pilastri dell’architettura americana nel Golfo.
Era un alleato centrale contro l’Unione Sovietica, un grande acquirente di armamenti occidentali, un perno di stabilità regionale e una piattaforma di osservazione strategica di enorme valore.
La rivoluzione islamica guidata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini abbatte in pochi mesi questo intero impianto. Washington perde un alleato, una testa di ponte e una parte rilevante della propria capacità di influenza nel cuore del Golfo.

Il 4 novembre 1979, l’occupazione dell’ambasciata americana a Teheran e il sequestro di 52 ostaggi trasformano il crollo politico in umiliazione strategica. I 444 giorni della crisi diventano il trauma fondativo dei rapporti moderni tra Stati Uniti e Iran.
Il fallimento della missione di salvataggio del 24-25 aprile 1980, nel deserto iraniano, aggrava ulteriormente la percezione di vulnerabilità americana. Sul piano simbolico, è il momento in cui la nuova Repubblica islamica comunica al mondo che l’America non è più intoccabile in quel teatro.
Sul piano strategico, è il momento in cui Washington comprende che il Golfo non è più un’area periferica, ma uno spazio vitale.
La dottrina Carter e il Golfo come interesse vitale
Da qui nasce la dottrina Carter: ogni tentativo ostile di controllare il Golfo Persico verrà considerato una minaccia agli interessi vitali degli Stati Uniti. È una svolta cruciale, perché fissa il principio che dominerà tutte le amministrazioni successive.
Il Golfo non è più semplicemente un’area di influenza: diventa un cardine della sicurezza energetica e della credibilità globale americana.
L’intelligence dopo la rivoluzione: da teatro penetrabile a sistema opaco
La rivoluzione produce anche una rottura sul piano informativo.
Prima del 1979, gli Stati Uniti disponevano di contatti, reti e canali consolidati. Dopo la nascita della Repubblica islamica, l’Iran diventa un sistema opaco, diffidente, ideologico, impermeabile.
Da quel momento, la Central Intelligence Agency (CIA non deve più gestire un alleato problematico, ma decifrare un avversario strutturalmente ostile, protetto da una cultura della clandestinità e del sospetto.
Per Teheran, il conflitto con Washington non è solo geopolitica: è legittimazione interna. L’antiamericanismo diventa uno dei pilastri identitari del nuovo regime.
Reagan: guerra Iran-Iraq, Golfo militarizzato e primo scontro diretto. L’Iran rivoluzionario come minaccia prioritaria
Con Ronald Reagan, la rivalità entra in una fase più dura ma anche più ambigua. Durante la guerra Iran-Iraq, Washington considera l’espansione della rivoluzione khomeinista una minaccia più pericolosa della stessa brutalità di Saddam Hussein.
L’obiettivo americano è impedire che Teheran travolga l’Iraq e, da lì, destabilizzi l’intero Golfo, mettendo in pericolo Arabia Saudita, Kuwait, Emirati e l’ordine petrolifero regionale.

Per questo, gli Stati Uniti finiscono col favorire l’Iraq come argine strategico, anche senza trasformare quel sostegno in una vera alleanza totale e trasparente.
Il doppio gioco: il caso Iran-Contra
Ma la fase reaganiana mostra anche l’ambiguità tipica del Medio Oriente.
Lo scandalo Iran-Contra rivela che, mentre pubblicamente l’Iran resta il nemico, esistono canali opachi attraverso cui settori dell’apparato americano accettano di trattare con Teheran.
Non è una contraddizione apparente: è il segno di un confronto in cui l’ostilità non esclude mai del tutto il pragmatismo clandestino.
La guerra delle petroliere e l’operazione del 1988
Il salto militare decisivo arriva con la guerra delle petroliere. Quando il conflitto Iran-Iraq si trasferisce sul traffico marittimo, il Golfo diventa un fronte strategico diretto. Attacchi a navi, minacce alle esportazioni, rischio di blocco delle rotte energetiche: tutto ciò obbliga Washington ad assumere una presenza navale sempre più attiva.
Il 14 aprile 1988 la Fregata americana “USS Samuel B. Roberts” colpisce una mina nel Golfo.
La risposta americana arriva il 18 aprile con l’operazione Praying Mantis.
È il più grande scontro navale sostenuto dagli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale. Le forze americane colpiscono piattaforme iraniane usate anche come punti di comando e controllo, affondano o neutralizzano unità navali come la Sahand e il mezzo d’attacco Joshan, e mettono fuori combattimento la Sabalan.
Sul piano tattico, il messaggio è inequivocabile: la superiorità convenzionale americana in mare è schiacciante. Ma sul piano strategico, Teheran trae la lezione opposta a quella che Washington avrebbe voluto imporre: non bisogna cercare la battaglia classica contro una superpotenza, bisogna trasformare il Golfo in un ambiente di attrito continuo, fatto di mine, motoscafi veloci, saturazione, minacce disperse, pressione costiera.
Nasce la dottrina asimmetrica iraniana
È qui che prende forma la futura logica militare iraniana: non vincere frontalmente, ma alzare il costo della sicurezza per il nemico. In questa fase si consolidano anche i Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran, come struttura parallela allo Stato tradizionale e come futuro cuore dell’espansione regionale iraniana.
Bush padre e Clinton: il contenimento diventa struttura. Dopo la guerra fredda, l’Iran come attore da logorare
Con George H. W. Bush e poi con Bill Clinton, la fine della guerra fredda non apre alcuna normalizzazione. Al contrario, libera Washington dal vincolo bipolare e la spinge a costruire un ordine regionale quasi unipolare.
In questo quadro, l’Iran appare come un attore strutturalmente destabilizzante: antiamericano, anti-israeliano, capace di agire attraverso reti non statali, ostile all’ordine mediorientale voluto dagli Stati Uniti.
Nasce così la strategia del doppio contenimento: tenere sotto pressione, simultaneamente, Iraq e Iran.
Le sanzioni come arma permanente
Con Clinton, le sanzioni non sono più una punizione episodica ma una vera architettura di guerra economica.

L’obiettivo è colpire il settore energetico, impedire investimenti stranieri, limitare il trasferimento di tecnologia e ridurre la capacità del regime iraniano di trasformare la rendita petrolifera in potenza militare e consenso interno.
Qui comincia davvero la lunga guerra geoeconomica contro Teheran.
Il dollaro, il sistema finanziario internazionale, la capacità americana di imporre sanzioni secondarie diventano strumenti strategici non meno importanti delle portaerei.
La profondità strategica iraniana
Teheran risponde costruendo la propria profondità strategica.
Non potendo competere in termini di aviazione avanzata, marina oceanica o alleanze globali, l’Iran investe su tre strumenti: missili, apparati di sicurezza e reti regionali.
È in questi anni che Hezbollah assume un valore decisivo non solo per la politica libanese, ma come leva strategica iraniana nel Levante.

L’idea è semplice e potentissima: se non si può colpire direttamente il cuore del sistema americano, si può però costruire una cintura di pressione lungo i suoi alleati e le sue linee di influenza.
Servizi Segreti e controllo del sistema
Sul piano informativo, negli anni Novanta l’Iran rafforza la combinazione tra il Ministero dell’Intelligenza e della Sicurezza e l’universo dei Pasdaran.
Da una parte c’è la sicurezza statale, dall’altra il circuito rivoluzionario, più duro, più ideologico e più orientato alla proiezione esterna.
La sorveglianza della diaspora, il controllo interno, la repressione dei dissidenti e la difesa dalle infiltrazioni diventano parte di una stessa logica: sopravvivere a una pressione americana che non passa solo dalla diplomazia, ma dalla penetrazione continua.
George W. Bush: l’asse del male e il grande paradosso iracheno. Dall’11 settembre alla ri-ideologizzazione dello scontro
Dopo l’11 settembre 2001, si apre per un attimo una finestra tattica.
Iran e Stati Uniti hanno un nemico comune nei talebani. Ma la finestra si richiude quasi subito.
Il 29 gennaio 2002 George W. Bush inserisce l’Iran nell’“asse del male”, accanto a Iraq e Corea del Nord. Da quel momento, Teheran viene ridefinita come nemico strategico pieno: sponsor del terrorismo, minaccia revisionista, potenziale rischio nucleare.

Figure come Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz e una parte decisiva dell’apparato di sicurezza americano leggono ormai il dossier iraniano non come una questione regionale da gestire, ma come un elemento centrale del ridisegno mediorientale.
La guerra in Iraq e il regalo involontario a Teheran
Ed è qui che si apre il grande paradosso. L’invasione americana dell’Iraq nel 2003 abbatte Saddam Hussein, cioè il principale contrappeso arabo e militare all’Iran. In termini operativi, Washington vince l’invasione. In termini strategici, altera l’equilibrio regionale a vantaggio del suo principale rivale.
Il nuovo Iraq, a maggioranza sciita, attraversato da partiti, milizie, clerici e reti con forti legami con Teheran, diventa lo spazio in cui l’Iran espande la propria influenza. La Repubblica islamica non è più una potenza chiusa nel Golfo: acquisisce una nuova profondità in Mesopotamia, un corridoio verso la Siria e, indirettamente, verso il Libano e il Mediterraneo.
La guerra per procura contro gli Stati Uniti
Sul terreno iracheno, lo scontro assume la forma della guerra indiretta. Milizie sciite, reti armate, ordigni improvvisati, infiltrazioni e logoramento rendono evidente che gli Stati Uniti si stanno confrontando con una forma nuova di potere iraniano: non una guerra frontale, ma una pressione costante e dispersa capace di colpire le truppe americane senza offrire un bersaglio lineare.
Per Washington, Teheran è il regista o il facilitatore di questa usura strategica. Per Teheran, è la dimostrazione che la presenza americana nel suo spazio vicino può essere resa sempre più costosa.
Nucleare e guerra clandestina
Con George W. Bush, il dossier nucleare entra nella fase di massima allerta. Il problema non è più solo se l’Iran voglia dotarsi di capacità atomica, ma se il tempo per impedirlo stia diminuendo. Da qui nasce una guerra ombra sempre più intensa: monitoraggio dei siti, pressione sui circuiti tecnologici, sorveglianza degli scienziati, sabotaggi, raccolta informativa tecnica.
È qui che si salda sempre più nettamente il triangolo fra Central Intelligence Agency, Mossad e apparati iraniani: Ministero dell’Intelligenza e della Sicurezza, intelligence dei Pasdaran, Forza Quds.
Obama: il realismo del contenimento negoziato. L’accordo sul nucleare come tregua tecnica
Con Barack Obama cambia il tono, non la natura del conflitto.

La Casa Bianca comprende che una guerra diretta contro l’Iran avrebbe costi enormi e conseguenze regionali potenzialmente devastanti. Per questo tenta una strategia più sofisticata: contenere l’Iran, ma al tempo stesso negoziare sul dossier più esplosivo, quello nucleare.
Il 14 luglio 2015 si arriva all’accordo sul nucleare. Il 16 gennaio 2016, dopo le verifiche internazionali, entra in vigore la fase operativa. Ma quell’intesa non è una pace. È una tregua tecnica. Gli Stati Uniti cercano di congelare, monitorare e rallentare il rischio di un salto atomico iraniano. L’Iran ottiene alleggerimento sanzionatorio e un riconoscimento implicito del proprio rango negoziale.
Obama, John Kerry e il loro impianto diplomatico non cercano l’amicizia con Teheran. Cercano la gestione del rischio.
Siria e Iraq: cooperazione tattica impossibile, competizione strategica reale
Nel frattempo, però, la rivalità continua altrove. In Iraq e in Siria, la guerra contro il jihadismo produce una situazione paradossale. Stati Uniti e Iran si trovano talvolta a combattere lo stesso nemico, ma per costruire due ordini opposti.
Washington vuole colpire il terrorismo senza consegnare la regione all’influenza iraniana. Teheran vuole usare la guerra al terrorismo per legittimare le proprie milizie, consolidare i propri alleati e saldare il corridoio strategico Iran-Iraq-Siria-Libano.
La guerra cibernetica e il sabotaggio invisibile
Con Obama, il confronto entra ancora di più nella fase della guerra tecnologica e clandestina. Attacchi informatici, operazioni di sabotaggio industriale, infiltrazione delle filiere tecnologiche, raccolta di dati tecnico-scientifici: il conflitto si sposta sempre di più nei laboratori, nelle reti, nelle infrastrutture invisibili.
In questa fase, la guerra d’intelligence diventa ancora più centrale. Non si tratta solo di conoscere l’avversario, ma di rallentarne i programmi, alterarne i tempi, renderne più fragile la resilienza.
Trump: massima pressione, massima instabilità. La rottura dell’accordo e la coercizione frontale
Con Donald Trump, il pendolo torna indietro con violenza.

Gli Stati Uniti escono dall’accordo sul nucleare e reintroducono sanzioni molto più aggressive. La cosiddetta massima pressione punta a strangolare l’economia iraniana, ridurre le entrate petrolifere, forzare Teheran a negoziare da una posizione di debolezza su un pacchetto più ampio: nucleare, missili, politica regionale.
Ma questa strategia non produce capitolazione. Produce escalation.
Hormuz come leva strategica globale
Nel Golfo, l’Iran rilancia il suo messaggio di fondo: se viene strangolato economicamente, può a sua volta minacciare il sistema energetico globale. Lo stretto di Hormuz torna a essere il centro nervoso del confronto. Qui passa una quota decisiva del traffico energetico mondiale. Basta aumentare il rischio, anche senza bloccare davvero il transito, per influenzare prezzi, premi assicurativi, percezione di sicurezza e credibilità americana.
È il punto in cui l’inferiorità convenzionale iraniana si trasforma in potere di interdizione strategica.
L’uccisione di Qassem Soleimani
Il 3 gennaio 2020, a Baghdad, gli Stati Uniti uccidono il Generale Qassem Soleimani, comandante della Forza Quds.

Sul piano operativo, è un colpo pesantissimo al cuore della proiezione regionale iraniana. Soleimani era molto più di un comandante: era il grande coordinatore della rete di milizie, alleati e apparati che tenevano insieme la strategia iraniana dal Levante al Golfo.
Sul piano politico e psicologico, l’operazione segna una soglia nuova. Washington dimostra di essere disposta a colpire direttamente il vertice del dispositivo iraniano. Teheran risponde con un attacco missilistico contro basi americane in Iraq.
Qui si vede con chiarezza la natura del rapporto: entrambe le parti vogliono mostrarsi risolute, ma entrambe cercano di fermarsi un passo prima della guerra totale.
L’intelligence come guerra dei fantasmi
Sotto Trump, il confronto clandestino si intensifica ulteriormente. Sorveglianza, penetrazione di reti, protezione delle catene decisionali, operazioni coperte, tracciamento dei flussi logistici e finanziari: l’intelligence non è più la preparazione del conflitto, ma il conflitto stesso, combattuto giorno per giorno.
Biden: contenere senza far esplodere il sistema. Diplomazia bloccata e deterrenza armata
Joe Biden eredita un quadro già deteriorato. All’inizio tenta di riaprire il negoziato sul nucleare, ma trova un contesto molto più rigido: sfiducia reciproca, avanzamento tecnico iraniano, peso crescente di Israele e delle tensioni regionali, minore spazio politico per un compromesso.

La sua amministrazione si muove così su due binari: tenere formalmente aperta la diplomazia e, allo stesso tempo, mantenere alta la pressione di contenimento.
Iraq, Siria e rotte marittime
Gli Stati Uniti continuano a colpire obiettivi collegati a milizie filoiraniane in Iraq e in Siria per impedire che il logoramento delle forze americane diventi strutturale. Parallelamente, la protezione delle rotte marittime resta una priorità assoluta. Per Washington, il mare rimane il punto in cui si misura la credibilità strategica americana. Per Teheran, rimane il punto in cui si può far sentire la vulnerabilità del sistema avversario.
L’Iran come potenza della guerra asimmetrica
Sotto Biden, è ormai evidente che l’Iran ha completato la propria trasformazione in potenza della guerra asimmetrica regionale. Missili balistici, droni, saturazione, pressione navale costiera, alleati armati, capacità di moltiplicare i fronti: tutto il suo apparato è costruito per impedire che la superiorità tecnologica americana si traduca in dominio politico incontestato.
La guerra dei Servizi Segreti: il fronte invisibile
Central Intelligence Agency, Mossad, Ministero dell’Intelligenza e della Sicurezza, Pasdaran
Se c’è un elemento che attraversa tutte le presidenze, è il ruolo crescente dell’intelligence. La Central Intelligence Agency, il Mossad israeliano, il Ministero dell’Intelligenza e della Sicurezza iraniano e il comparto di sicurezza dei Pasdaran, in particolare la Forza Quds, hanno combattuto una guerra parallela e spesso decisiva.
Gli americani hanno cercato di capire, penetrare, rallentare, disarticolare. Gli iraniani hanno cercato di proteggere, opacizzare, disperdere, vendicare. Gli israeliani hanno puntato soprattutto sulla neutralizzazione operativa delle capacità sensibili iraniane. Il risultato è stato un confronto continuo fatto di sorveglianza, controspionaggio, sabotaggio, depistaggio, operazioni coperte, eliminazioni mirate e guerra informativa.
In questo quadro, l’Iran ha sviluppato una struttura di sicurezza duplice: una più statale, incarnata dal Ministero dell’Intelligenza e della Sicurezza, e una più rivoluzionaria, incarnata dal sistema dei Pasdaran.
Questo dualismo ha reso il Paese più difficile da penetrare e ha complicato enormemente il lavoro occidentale.
Ma la difficoltà è reciproca. Anche per Teheran, capire l’avversario significa muoversi contro una macchina che combina apparati americani, alleanze regionali, superiorità tecnologica e, spesso, stretta cooperazione con Israele.
Hormuz: il luogo dove si misura davvero il rapporto di forza
Lo stretto di Hormuz è la sintesi perfetta del conflitto. In quel braccio di mare si incontrano la superiorità americana e la capacità iraniana di sabotare l’ordine del mare senza dominare il mare. Gli Stati Uniti possono presidiare, colpire, scortare, proteggere.

L’Iran può minacciare, saturare, minare, disturbare, far crescere i costi e l’incertezza.
La grande forza di Teheran non è mai stata quella di poter vincere una battaglia navale classica contro Washington. È stata la capacità di trasformare il Golfo in un ambiente dove ogni crisi diventa immediatamente economica, strategica e psicologica.
Il nucleare: la questione che contiene tutte le altre
Il programma nucleare è stato il centro simbolico e strategico dello scontro.
Per gli Stati Uniti, un Iran vicino alla soglia atomica significherebbe un moltiplicatore di instabilità e una minaccia alla credibilità americana. Per l’Iran, il nucleare è stato insieme prestigio, strumento negoziale, simbolo di sovranità e leva di deterrenza indiretta.
Per questo il dossier nucleare ha sempre superato la dimensione tecnica. Non si è mai trattato solo di centrifughe o arricchimento, ma del rapporto complessivo di forza fra Stati Uniti e Iran.
Da Carter a Biden: più continuità che svolte
Le differenze tra i presidenti americani sono reali, ma la continuità strategica è ancora più impressionante. Carter prende atto della frattura e definisce il Golfo come interesse vitale. Reagan sperimenta il primo scontro diretto e la militarizzazione navale.
Bush padre e Clinton costruiscono il contenimento sistemico e la guerra economica.
George W. Bush radicalizza la lettura ideologica ma, con l’invasione dell’Iraq, rafforza indirettamente Teheran. Obama tenta la tregua tecnica sul nucleare. Trump riporta il conflitto a una coercizione frontale. Biden cerca di contenere e gestire, senza poter davvero ricostruire un equilibrio stabile.
La ragione è semplice: gli Stati Uniti possono colpire l’Iran, ma piegarlo senza incendiare il Medio Oriente è molto più difficile di quanto spesso si immagini. L’Iran può logorare gli Stati Uniti e i loro alleati, ma non può espellerli davvero dal sistema regionale.
La verità finale: una guerra che cambia volto ma non finisce
Ecco perché i rapporti tra Washington e Teheran non hanno mai trovato una conclusione. Non siamo davanti a una crisi che si trascina. Siamo davanti a una guerra lunga che cambia forma: talvolta economica, talvolta navale, talvolta clandestina, talvolta missilistica, talvolta diplomatica solo in apparenza.
Gli Stati Uniti hanno puntato su superiorità militare, controllo del mare, sanzioni, alleanze, tecnologia e intelligence. L’Iran ha risposto con profondità strategica, apparati paralleli, missili, guerra per procura, pressione marittima e resilienza.
È questa la vera struttura del conflitto: una superpotenza che non riesce a imporre una soluzione definitiva e una potenza regionale che non riesce a vincere ma sa rendere la vittoria altrui sempre più costosa. In mezzo, il Medio Oriente come campo di prova permanente.
Le guerre per procura: il vero campo di battaglia fra Washington e Teheran
Se il confronto fra Stati Uniti e Iran fosse rimasto confinato ai comunicati della Casa Bianca, alle minacce di Teheran, alle sanzioni e ai dossier nucleari, sarebbe stato grave ma tutto sommato lineare.
Invece il cuore vero dello scontro si è spostato altrove: nei fronti secondari diventati fronti principali, negli attori non statali diventati strumenti di potenza, nelle milizie trasformate in leve strategiche.
È qui che la rivalità ha trovato la sua forma più efficace e più pericolosa: la guerra per procura.
La ragione è semplice.
Gli Stati Uniti dispongono di una superiorità convenzionale schiacciante, ma non possono trasformarla automaticamente in controllo politico stabile. L’Iran, al contrario, non può vincere una guerra classica contro Washington, ma può logorarne la presenza, colpire i suoi alleati, alzare il prezzo della deterrenza e aprire più fronti contemporaneamente. Le guerre per procura sono state il punto d’incontro di queste due verità.
Libano: il laboratorio originario
Il primo grande laboratorio della strategia iraniana è il Libano. Hezbollah nasce nel 1982, nel pieno della guerra civile libanese e dopo l’invasione israeliana, con sostegno logistico, politico e militare iraniano; già negli anni Ottanta si afferma come il principale strumento della proiezione iraniana nel Levante.
Qui si colloca anche il trauma che segna in profondità la memoria strategica americana. Il 23 ottobre 1983 due attentati suicidi a Beirut colpiscono quasi simultaneamente la caserma dei Marines statunitensi e quella dei paracadutisti francesi: 241 militari americani e 58 francesi vengono uccisi. L’attacco segue di pochi mesi il bombamento del 18 aprile 1983 contro l’ambasciata americana a Beirut, che uccise 63 persone, fra cui 17 americani, e devastò anche il dispositivo della CIA in Libano.
Politicamente, quello è il momento in cui Washington comprende due cose.
La prima: un attore armato non statale, sostenuto dall’Iran, può infliggere perdite strategiche tali da modificare la postura americana.
La seconda: il Libano non è un teatro periferico, ma il modello di una nuova guerra in cui il nemico non si presenta con bandiera e uniforme regolare. Il ritiro dei Marines, completato il 26 febbraio 1984, resta per Teheran una prova precoce del fatto che la pressione indiretta può produrre effetti politici superiori a quelli ottenibili con uno scontro frontale.
Negli anni successivi Hezbollah, sostenuto da Teheran e coordinato anche attraverso la rete dei Pasdaran, evolve da semplice milizia a vero attore ibrido: partito, apparato sociale, struttura di sicurezza e forza militare.
Negli anni Novanta intensifica la guerriglia contro Israele nel Sud del Libano; nel 2000 rivendica come vittoria il ritiro israeliano dal Libano meridionale; nel 2006 combatte una guerra di 34 giorni con Israele, consolidando la sua immagine di forza armata non statale ma strategicamente centrale.
Dal punto di vista americano, Hezbollah diventa il prototipo della potenza iraniana denegabile: formalmente libanese, sostanzialmente integrata nell’asse di Teheran. Dal punto di vista iraniano, il Libano diventa la dimostrazione che una milizia ben armata e politicamente radicata può servire da deterrenza avanzata contro Israele e, indirettamente, contro gli Stati Uniti.
Iraq: il paradosso strategico di Washington
Il secondo teatro decisivo è l’Iraq, dove gli Stati Uniti finiscono per aprire all’Iran uno spazio che prima non esisteva.
La caduta di Saddam Hussein nel 2003 elimina il principale contrappeso arabo e militare alla Repubblica islamica.
Da quel momento l’Iran non ha più davanti un Iraq ostile e centralizzato, ma uno Stato frammentato, attraversato da partiti sciiti, clerici, reti armate e apparati sempre più penetrabili. Questa è la grande ironia strategica dell’era George W. Bush: Washington vince militarmente l’invasione e perde geopoliticamente l’equilibrio regionale.
Fra il 2003 e il 2011 il confronto prende la forma della guerra indiretta contro la presenza americana. Milizie sciite, reti armate e gruppi sostenuti o influenzati dall’Iran moltiplicano la pressione sulle forze statunitensi. In questo contesto assumono peso crescente formazioni come Kataib Hezbollah, che gli Stati Uniti designano organizzazione terroristica il 2 luglio 2009.
Kataib Hezbollah non è solo una sigla militante: è uno degli strumenti con cui Teheran dimostra di poter colpire indirettamente il dispositivo americano sul terreno iracheno.
Figura centrale di questo universo è Abu Mahdi al-Muhandis, veterano delle reti sciite filo-iraniane, comandante di Kataib Hezbollah e, dal 2014, vicecapo operativo delle Forze di mobilitazione popolare irachene.
Il 2014 è un altro passaggio decisivo.
Dopo il collasso di Mosul sotto l’urto dello Stato islamico, nascono o si riorganizzano le Forze di mobilitazione popolare, costituite nel giugno 2014 e poi formalizzate dentro l’architettura di sicurezza irachena.
In teoria sono una struttura statale; in pratica, molte delle loro componenti più forti restano profondamente legate all’Iran e alla Forza Quds.
Nel 2016 il premier Haidar al-Abadi ne sancisce il carattere di formazione militare indipendente ma parte delle Forze Armate.
Per Washington, questo significa che la lotta contro lo Stato islamico produce un effetto collaterale strategico: per battere il jihadismo, gli Stati Uniti si trovano a operare in un ambiente in cui le milizie più efficaci sul terreno sono spesso proprio quelle integrate, sostenute o coordinate da Teheran.
In altri termini, Iraq e lotta all’ISIS costringono gli Stati Uniti a convivere, almeno tatticamente, con l’espansione dell’influenza iraniana.
Il 3 gennaio 2020 questa contraddizione esplode simbolicamente e militarmente insieme.
A Baghdad, un attacco americano uccide Qassem Soleimani, comandante della Forza Quds, e Abu Mahdi al-Muhandis.
Sul piano operativo, Washington colpisce i due uomini che più incarnavano il ponte fra apparato iraniano e milizie irachene.
Sul piano strategico, il messaggio è brutale: gli Stati Uniti non intendono più limitarsi a colpire le periferie del sistema, ma sono pronti a colpire il vertice della sua architettura regionale.
Siria: la saldatura del corridoio iraniano
Se l’Iraq apre all’Iran la porta mesopotamica, la Siria gli offre la continuità territoriale verso il Levante. Con lo scoppio della guerra civile siriana nel 2011, il regime di Bashar al-Assad rischia il collasso. Per Teheran, però, la Siria non è un alleato qualsiasi: è il ponte verso Hezbollah, è il cardine del corridoio strategico che collega Iran, Iraq, Siria e Libano, ed è il perno della deterrenza regionale contro Israele.
Per questo l’Iran interviene progressivamente in modo sempre più strutturato: consiglieri, Pasdaran, Forza Quds, Hezbollah libanese e milizie sciite irachene, afghane e di altra provenienza vengono integrati in uno stesso sforzo di tenuta del regime siriano. Fonti aperte mostrano come già entro il 2013-2015 Teheran consideri il teatro siriano uno spazio vitale e come, nell’offensiva di Aleppo dell’ottobre-dicembre 2015, Qassem Soleimani compaia direttamente associato al coordinamento di reparti siriani, Hezbollah e milizie sciite irachene.
Per gli Stati Uniti, la Siria diventa il teatro della massima ambiguità.
Washington vuole contenere Assad, limitare l’Iran, evitare l’espansione del jihadismo e al tempo stesso non farsi trascinare in un’altra occupazione regionale. Ma questi obiettivi, sul terreno, si contraddicono spesso tra loro. L’Iran, al contrario, ragiona in modo più lineare: la Siria va tenuta, perché perdere Damasco significherebbe spezzare il corridoio verso il Mediterraneo e mettere a rischio tutta la struttura della deterrenza per procura.
Sul piano militare, la Siria segna un salto qualitativo nella strategia iraniana.
Non più solo sostegno a una milizia come in Libano, ma gestione di una vera guerra multilivello: consiglieri, milizie straniere, coordinamento con eserciti regolari, logistica transnazionale, consolidamento territoriale. In termini di dottrina, la Siria è il punto in cui l’Iran trasforma la propria esperienza di guerra indiretta in una architettura regionale di guerra ibrida.
Gaza: sostegno, influenza, ma non pieno controllo
Il teatro di Gaza è diverso da Libano, Iraq e Siria perché qui il legame con Teheran è reale ma meno lineare. Gli Stati Uniti classificano Hamas come organizzazione terroristica dal 1997, e il National Counterterrorism Center indica esplicitamente che il gruppo beneficia di sostegno iraniano, anche finanziario.

Tuttavia Gaza non è il Libano.
Hamas non è una creatura iraniana nel senso stretto in cui Hezbollah è parte organica dell’asse costruito da Teheran.
Il rapporto è più pragmatico, più oscillante, più legato alle convenienze strategiche del momento.
L’Iran usa Gaza per tenere aperta una pressione costante su Israele e per inserire il fronte palestinese dentro una più ampia strategia di saturazione regionale.
Ma non esercita un controllo totale e lineare come quello che riesce a sviluppare, ad esempio, su Hezbollah o su alcune milizie irachene.
Dal punto di vista americano, questo rende il dossier ancora più complicato.
Washington vede in Gaza un fronte dove il sostegno iraniano contribuisce ad alimentare instabilità e capacità militare anti-israeliana, ma sa anche che non tutto ciò che avviene a Gaza è direttamente ordinato da Teheran.
L’Iran, insomma, sfrutta il fronte palestinese come moltiplicatore strategico, ma senza poterne sempre dettare tempi, forme e intensità in modo assoluto.
Yemen: la leva meridionale contro il sistema del Golfo
Il quinto teatro è lo Yemen, dove il rapporto con gli Houthi offre all’Iran un’altra forma di pressione indiretta.

Gli Houthi conquistano Sana’a nel settembre 2014; nel gennaio 2015 arrivano a occupare il palazzo presidenziale, spingendo il Presidente Abdrabbuh Mansur Hadi alle dimissioni.
Per Teheran, lo Yemen è strategicamente prezioso per almeno tre ragioni.
Primo: obbliga l’Arabia Saudita a consumare risorse, attenzione e capitale politico sul proprio confine meridionale.
Secondo: inserisce una leva filoiraniana a ridosso del Mar Rosso e delle rotte marittime che collegano Mediterraneo, Suez, Bab el-Mandeb e Oceano Indiano.
Terzo: dimostra che il modello della guerra asimmetrica può funzionare anche nella Penisola arabica, cioè nello spazio che i sauditi consideravano il proprio retroterra di sicurezza.
Gli Houthi non sono Hezbollah: il loro legame con Teheran è diverso per storia, struttura e autonomia.
Ma, nella logica strategica iraniana, lo Yemen è perfetto come fronte di logoramento.
Mentre gli Stati Uniti e i loro alleati cercano di proteggere il sistema del Golfo e delle rotte energetiche, l’Iran può aggiungere un ulteriore punto di pressione, a basso costo relativo e ad alta resa geopolitica.
La logica comune dei cinque fronti
Libano, Iraq, Siria, Gaza, Yemen: teatri diversi, attori diversi, livelli diversi di controllo iraniano.
Eppure il disegno di fondo è lo stesso. Teheran non cerca di replicare la potenza americana; cerca di neutralizzarla per dispersione.
Non prova a battere gli Stati Uniti in uno scontro unico e decisivo; li costringe a presidiare più fronti, a difendere più alleati, a gestire crisi simultanee, a spendere molto per rispondere a minacce relativamente meno costose.
Washington, di conseguenza, si trova sempre nella stessa situazione: militarmente più forte, strategicamente più esposta. Può colpire una milizia, una base, un convoglio, un comandante. Ma ogni volta deve chiedersi se quel colpo chiuda il problema o lo moltiplichi su altri teatri.
È qui che si comprende davvero il senso delle guerre per procura nel rapporto tra Stati Uniti e Iran.
Non sono un aspetto collaterale del conflitto. Sono il conflitto, nella sua forma più efficace. E spiegano perché, da Carter a Biden, nessuna amministrazione americana sia riuscita a trasformare la superiorità militare in una soluzione politica definitiva.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
©RIPRODUZIONE RISERVATA

