Di Giuseppe Gagliano*
TEHERAN. Nel cuore del potere americano si sta consumando una battaglia invisibile ma decisiva: non quella contro l’Iran, già sufficientemente cruenta sul terreno, ma quella interna agli Stati Uniti.
Due apparati strategici, la CIA e il Pentagono, si contendono il ruolo di regia nell’escalation mediorientale.

Il palcoscenico è l’Iran; l’oggetto del contendere, la mente di Donald Trump.
Perché da quella mente – volubile, calcolatrice, imprevedibile – passa il destino di un conflitto che rischia di travolgere l’intero equilibrio globale.
La prima fase della guerra, quella dei raid israeliani ad altissima precisione e degli omicidi mirati contro i vertici militari iraniani, porta chiaramente l’impronta della CIA.
Gli attacchi non sono partiti da Israele, ma da basi in Iraq, da territori frontalieri, e persino dall’interno dell’Iran, grazie a una rete consolidata di infiltrazioni.
I droni, le cellule dormienti, le tecnologie di triangolazione del bersaglio sono tutti strumenti della guerra segreta, quella che Langley sa maneggiare da decenni.
Accanto alla CIA, si muovono come da copione il Mossad e il MI6.

I tre Servizi, in sinergia, hanno decapitato i vertici delle Forze Quds e delle milizie rivoluzionarie, lasciando intendere che il vero obiettivo non era una rappresaglia, ma il collasso controllato del regime.

Il piano, nella sua versione più estrema, è stato rivelato con sconcertante dettaglio da fonti ben inserite nei circuiti del potere profondo americano.
Si parla apertamente di un via libera presidenziale per bombardamenti massicci su installazioni governative, centrali di Polizia, archivi di dissidenti, basi dei Pasdaran.

La CIA spera che il colpo psicologico produca una rivolta delle minoranze etniche – azèri, baluci, curdi – già da tempo in contatto con l’intelligence statunitense.
L’obiettivo finale non è solo militare, ma sistemico: scardinare l’apparato statale iraniano e incoraggiare una transizione violenta.
Ma è proprio qui che si insinua la frattura interna all’apparato americano.
Perché se la CIA tesse la tela della guerra asimmetrica, il Pentagono osserva con scetticismo crescente.
Da tempo, i vertici militari non vedono di buon occhio le “avventure” progettate dall’intelligence, specie quando comportano il rischio di un coinvolgimento diretto delle Forze Armate.
In questo caso, la posta è ancora più alta.
Bombardare l’Iran, colpire le installazioni sotterranee come quelle di Fordow, significa entrare in un gioco pericoloso, in cui i missili antiaerei iraniani potrebbero abbattere velivoli americani, compromettendo il prestigio globale degli Stati Uniti.
Il Pentagono spinge per una strategia alternativa: guerra ibrida e per procura. In sostanza, un “modello Ucraina” applicato al Medio Oriente.
Supporto tecnologico, trasferimento di armamenti, intelligence condivisa con Israele, ma nessuna esposizione diretta.
Una logica di logoramento, non di scontro frontale. E una guerra lunga, per indebolire l’Iran nel tempo, contando sull’erosione interna più che sulla vittoria lampo.
In mezzo a questo braccio di ferro, si muove Donald Trump.

Da una parte, accarezza l’idea di una vittoria internazionale da sbandierare in campagna elettorale. Dall’altra, teme le conseguenze di un fallimento. Per lui, la memoria dell’Afghanistan resta una lezione.
L’ultima cosa che vuole è passare alla storia come il presidente di un altro pantano militare.
Per questo tergiversa, ritarda le decisioni, prende tempo. Ha autorizzato preparativi, ma ha dichiarato pubblicamente di non aver ancora deciso. Un’ambiguità calcolata, che riflette la lotta tra i due poteri che lo circondano.
E così, mentre il Pentagono soffia sul fuoco del dubbio e la CIA alimenta la fiamma dell’azione, il Presidente resta prigioniero della sua stessa oscillazione.
Ha chiesto due settimane per decidere. Poi sono diventate due giorni.
Basterebbe un peggioramento della situazione militare di Israele per fargli cambiare idea ancora una volta.
In realtà, ciò che si gioca in questa fase non è solo il futuro dell’Iran, ma l’assetto stesso del potere decisionale a Washington.
Chi comanda davvero in politica estera? Il Presidente, i Generali, o gli architetti invisibili delle guerre segrete?
L’Iran, in questa prospettiva, è solo l’ultima incarnazione di un paradigma americano che si ripete da settant’anni: la guerra come strumento di ingegneria politica, con attori interni in costante lotta per impadronirsene.
Ma questa volta, a differenza del passato, il gioco è più rischioso.
Perché il fronte eurasiatico è compatto, perché l’Iran ha partner globali, perché la stabilità del sistema-mondo è già erosa da conflitti irrisolti.
E perché, infine, lo scontro interno tra i pilastri della potenza americana rischia di rendere la guerra più instabile di quanto già non sia.
In attesa del primo bombardamento, resta la domanda sospesa: chi deciderà davvero quando – e se – comincerà la guerra?
*Presidente Centro Studi Cestudec
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