Di Bruno Di Gioacchino
TEL AVIV (nostro servizio particolare). Il 13 giugno scorso ha segnato una svolta nel conflitto latente tra Israele e Iran.
L’Operazione “Rising Lion”, condotta dal Mossad con un’inedita sinergia tra intelligence e forze militari, ha colpito con precisione strategica le infrastrutture critiche iraniane: obiettivi nucleari, basi militari e centri di comando.

Il bilancio è pesante per Teheran, con la morte di Generali dell’IRGC e scienziati chiave nel programma nucleare.
Il Mossad ha stabilito una rete operativa clandestina alle porte di Teheran, infiltrando agenti e posizionando sistemi d’attacco tecnologicamente avanzati.
Droni kamikaze e armi a guida precisa hanno permesso di neutralizzare in anticipo le difese aeree iraniane, aprendo la strada agli attacchi aerei dell’IDF.
L’operazione ha visto una perfetta integrazione tra le informazioni d’intelligence e l’azione militare.
Con oltre 200 velivoli impiegati e 330 ordigni sganciati su 100 obiettivi, l’offensiva è stata tra le più articolate della storia recente israeliana.
Il Mossad ha guidato la tempistica dei raid, sincronizzando sabotaggi e attacchi per massimizzare l’effetto sorpresa e minimizzare le perdite.
Tra i bersagli colpiti figurano personalità di primo piano del programma nucleare iraniano – Fereidoun Abbasi e Mohammad Mehdi Tehranchi -oltre a leader militari come Hossein Salami, Mohammad Bagheri e Gholam Ali Rashid.

Israele ha attuato una strategia di decapitation strike, puntando a disarticolare la catena di comando e creare disorientamento all’interno dell’establishment iraniano. Teheran ha risposto con lanci di droni e missili contro Israele, causando vittime civili e accentuando la tensione interna ed esterna.
II colloqui con mediatori internazionali (come l’Oman) sono stati sospesi, mentre i rapporti con Washington hanno subito un tracollo.
L’Iran si ritrova ora in un isolamento crescente, sia politico sia economico.
L’Operazione “Rising Lion” si inserisce nel solco della guerra non convenzionale iniziata con Stuxnet e gli assassinii mirati del decennio scorso, ma ne rappresenta un’evoluzione radicale.

Per la prima volta, Israele ha scelto di esporre apertamente la propria capacità operativa, trasformando l’intelligence da strumento silenzioso a leva geopolitica visibile.
È una svolta dottrinale: la sinergia tra Mossad e IDF non è più episodica, ma strutturale.
Dal punto di vista strategico, il confronto si configura come un nuovo capitolo nello scontro tra democrazie e autocrazie.
Mentre Israele adotta una postura proattiva combinando cyber, intelligence e operazioni militari, l’Iran cerca sostegno da potenze come Cina, Russia e Corea del Nord.
La crisi potrebbe riplasmare l’equilibrio nel Golfo Persico e ridefinire l’asse sunnita moderato.
Israele punta a ritardare il punto di non ritorno del programma nucleare iraniano.
Tuttavia, la resilienza tecnologica e ideologica di Teheran rappresenta un’incognita decisiva.
Il Mossad sta delineando una nuova forma di deterrenza, in cui l’azione preventiva e l’impiego di tecnologia di precisione sostituiscono l’ambiguità strategica del passato.
Hezbollah, milizie sciite irachene e attori come la Siria potrebbero entrare in gioco.
Il coinvolgimento americano, seppur indiretto, resta un’eventualità concreta.
La fine dei negoziati impone un ripensamento multilaterale. Europa e Italia, per la loro posizione intermedia e storicamente dialogante, potrebbero assumere un ruolo di mediazione determinante.
L’intelligence israeliana ha cessato di essere un’ombra e si è trasformata in un attore dichiarato del confronto.
Con la “Rising Lion”, Israele non ha solo colpito il cuore del programma nucleare iraniano, ma ha anche ridefinito il concetto stesso di guerra preventiva, dimostrando come l’intelligence, quando integrata al potere militare, possa riscrivere le regole del confronto internazionale.
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