Guerra russo-ucraina: Donetsk, il punto che blocca la pace e svela la vera posta in gioco

Di Giuseppe Gagliano*

MOSCA. Marco Rubio prova a mettere ordine nel caos del negoziato dicendo che la questione decisiva è una: Donetsk.

Marco Rubio

 

È una frase che ha il sapore della svolta, ma anche quello della manovra comunicativa.

Ridurre la guerra a un contenzioso territoriale serve a far credere che la distanza tra Mosca e Kiev sia ormai misurabile, che esista un perimetro entro cui trovare un compromesso. In realtà, proprio il fatto che tutto si concentri su Donetsk  dimostra l’opposto: non siamo davanti a un dettaglio finale, ma davanti al nodo che decide il dopo.

L’area di Donetsk

Per la Russia, la richiesta che Kiev ceda anche la porzione di Donetsk ancora sotto controllo ucraino non è un aggiustamento di linea: è la pretesa di trasformare un risultato militare incompleto in un titolo politico definitivo.

È il passaggio dalla conquista al riconoscimento.

Per l’Ucraina, invece, rinunciare significherebbe legittimare l’idea che la guerra paga, e soprattutto fissare un precedente: oggi Donetsk, domani il resto.

Valutazione militare: una linea sulla mappa è una profondità strategica

Donetsk non è solo territorio. È un dispositivo. È un corridoio logistico, un arco difensivo, una profondità che rende più o meno difendibile l’intero fronte orientale. È anche un terreno dove il controllo delle città e delle vie di comunicazione conta quanto le trincee.

Quando si dice che la Russia controlla la maggior parte del Donbass, si sta dicendo che Mosca ha già una base solida per stabilizzare il fronte a suo vantaggio e, se necessario, riprendere l’iniziativa.

La frase di Vladimir Putin, secondo cui il Donbass sarà preso “in un modo o nell’altro”, è una dottrina travestita da minaccia: se non lo ottiene con l’accordo, lo terrà come obiettivo politico-militare permanente.

Scene di guerra nel Donbass

Ed è precisamente per questo che Zelensky insiste sul rifiuto di cedere: perché teme che una rinuncia oggi diventi la premessa operativa di una nuova offensiva domani, con l’Ucraina più stanca, più povera e più sola.

Il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky

Scenari economici: carbone, industria e ricostruzione con una gamba sola

Il Donbass è anche un pezzo di economia reale: bacino carbonifero, infrastrutture, tessuto industriale, reti energetiche.

Per un Paese che deve immaginare una ripresa postbellica, perdere stabilmente quell’area significa ridurre la base produttiva e aumentare la dipendenza dagli aiuti esterni. Qui si capisce perché la pace viene trattata insieme alla ricostruzione: la geografia decide i costi.

Se l’accordo implica un’Ucraina amputata, la ricostruzione diventa più cara e più lunga. E diventa più politica: chi finanzia chiederà condizioni, priorità, garanzie, riforme. La pace, insomma, rischia di trasformarsi in un sistema di dipendenze economiche e di tutela esterna.

Garanzie di sicurezza: promessa rinviata o deterrenza vera?

Rubio parla di garanzie “concordate dalla nostra parte”, ma introduce subito la clausola decisiva: la dinamica russa.

È il punto fragile del modello americano: le garanzie entrerebbero in gioco dopo la fine del conflitto.

Ma una garanzia che arriva dopo è un premio, non una deterrenza. E se Mosca non si fida, o se vuole tenere aperta la possibilità di riprendere il confronto, quel “dopo” diventa infinito.

Il riferimento alla pressione su Kiev perché firmi un accordo per ottenere garanzie americane aggiunge un elemento ulteriore: la pace non come equilibrio negoziato tra due parti, ma come contratto triangolare in cui Washington usa leva politica e finanziaria per indirizzare la scelta ucraina.

Non è necessariamente cinico: è il modo in cui le grandi potenze gestiscono i conflitti. Ma per Kiev è un rischio esistenziale, perché sposta il baricentro della decisione.

Diplomazia ad Abu Dhab (Emirati Arabi Uniti)i: negoziato in cornice transazionale

Il fatto che i colloqui si svolgano ad Abu Dhabi e che cambino i protagonisti americani indica un processo più flessibile, meno istituzionale, più orientato al risultato rapido.

Si cerca una formula che chiuda un capitolo, anche se lascia aperte ambiguità. È il metodo del compromesso possibile, non del trattato definitivo.

Ma Donetsk è il punto che non accetta ambiguità: o è Ucraina, o non lo è.

O lo cedi, o lo difendi. Ed è per questo che Rubio lo chiama “ponte non attraversato”: perché è un salto politico, non una rifinitura tecnica.

Conclusione

La questione Donetsk blocca l’accordo perché contiene la vera posta in gioco: il principio secondo cui i confini si cambiano con la forza, e la sicurezza futura dell’Ucraina.

Se Kiev cede, paga la pace con una ferita strategica; se non cede, prolunga una guerra che logora.

È la serratura della trattativa: tutti parlano di pace, ma nessuno vuole consegnare all’altro la chiave del futuro.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna in alto