Di Giuseppe Gagliano*
KHARTUM. L’attacco delle Forze di Supporto Rapido (RSF) nello Stato del Nilo Azzurro, con l’appoggio di reparti alleati dello SPLA-N di Abdelaziz al-Hilu, va letto come una manovra di “allargamento del fronte” più che come un semplice tentativo di conquista locale.

L’obiettivo non è soltanto avvicinarsi ad Ad-Damazin: è costringere le Forze Armate Sudanesi a redistribuire uomini, munizioni e attenzione in un momento in cui il baricentro dei combattimenti resta nel Kordofan e nel Darfur. In altre parole: creare un secondo problema, nel posto giusto, al momento giusto.
Le versioni sulla provenienza dell’attacco – Sud Sudan, Etiopia, o una combinazione delle due – sono importanti non tanto per la cronaca, quanto per le implicazioni. Se davvero l’asse logistico e operativo passa oltre confine, il Nilo Azzurro diventa una cerniera regionale: un teatro dove la guerra sudanese smette di essere solo sudanese e si intreccia con gli equilibri del Corno d’Africa.
Valutazione militare: logoramento e droni, senza vittoria rapida
La guerra sta scivolando nella sua forma più tipica: attrito prolungato, colpi di mano, assedi e guerra a distanza. L’episodio della guarnigione contesa e la battaglia intorno ai centri rurali non dicono “svolta”, dicono “logoramento”.
Il punto chiave è la profondità: chi riesce a mantenere continuità di rifornimenti regge; chi perde le retrovie prima o poi si sbriciola.
L’uso crescente dei droni, con ricadute sui civili, segnala una doppia evoluzione: da un lato l’abbassamento della soglia di rischio politico-militare, dall’altro l’internazionalizzazione tecnologica del conflitto. Se circolano piattaforme e sistemi d’arma di origine esterna, si allarga anche la rete di interessi esterni. E ogni rete esterna è un vincolo in più sulla pace.
Kordofan e Darfur: la manovra per “rubare risorse”
L’ipotesi che l’offensiva nel Nilo Azzurro serva a sottrarre risorse al Kordofan ha una logica brutale ma coerente.
Se le SAF avanzano e cercano di spezzare assedi, le RSF hanno interesse a diluire lo sforzo nemico: non necessariamente vincere su un fronte, ma impedire la concentrazione decisiva altrove. In questa guerra conta più impedire la vittoria altrui che ottenere una vittoria propria.
Qui emerge un punto spesso sottovalutato: la guerra sudanese è una somma di fronti interconnessi. Una manovra a Est ha senso perché influenza la capacità di tenuta a Ovest. È la strategia della “tensione permanente”: mantenere il nemico in allerta ovunque, così da non concedergli mai un vantaggio stabile.
La Libia come retrovia: la logistica decide il conflitto
Il vero cuore geopolitico del quadro sta a Ovest: la Libia orientale come piattaforma di transito per armi, carburante e combattenti.
Il deserto non è vuoto: è un’infrastruttura.
Piste, punti di appoggio, corridoi nel triangolo di frontiera sono la condizione materiale che rende possibile la resilienza delle RSF dopo i rovesci e che spiega alcune delle loro accelerazioni operative nel Darfur.
La Base di al-Kufra è l’emblema di questa guerra delle retrovie.

La sua funzione non è “tattica”, è strategica: permette di tenere in vita la macchina militare, di rigenerare capacità e di alimentare una campagna lunga. Quando una guerra civile trova una retrovia esterna stabile, smette di essere una guerra civile e diventa un sistema regionale di competizione.
Egitto e Arabia Saudita: contenere gli Emirati e proteggere i confini
Le pressioni di Cairo e Riad su Haftar non sono un dettaglio diplomatico: indicano che il conflitto sudanese minaccia di destabilizzare l’intero perimetro di sicurezza lungo il confine tripartito Egitto-Libia-Sudan.
L’Egitto sostiene le SAF perché legge il Sudan come profondità strategica, come fascia di sicurezza legata anche al dossier del Nilo.
L’Arabia Saudita teme una proiezione incontrollata di potenza altrui nel Mar Rosso e nel suo retrospazio africano.

Il punto è che Haftar è preso in una morsa: da un lato le relazioni e le dipendenze verso Egitto e Arabia Saudita, dall’altro il sostegno e l’influenza degli Emirati.
La figura di Saddam Haftar, con il suo ruolo operativo, diventa il termometro di questa tensione: non è solo una questione familiare o interna libica, è un nodo di equilibrio tra sponsor in competizione.
Scenari economici: porti, corridoi e rendite del Mar Rosso
Dietro l’aspetto militare si muove la dimensione economica. Gli Emirati hanno interessi infrastrutturali e logistici nel Sudan, soprattutto lungo il Mar Rosso.
La cancellazione di un grande progetto portuale e la durezza delle dichiarazioni sudanesi indicano una frattura politica profonda: la guerra non decide solo chi governa oggi, ma chi avrà accesso domani alle rendite di porti, strade e corridoi commerciali.
Questa è la logica geoeconomica del conflitto: non basta controllare un territorio, bisogna controllare gli snodi che trasformano il territorio in potere. Il Sudan, per posizione e per coste sul Mar Rosso, è un potenziale moltiplicatore logistico.
E per questo attira competizione esterna.
Il fattore Pakistan: armi, alleanze e triangolazioni
L’ingresso del Pakistan come fornitore militare di primo piano per l’apparato di Haftar aggiunge un ulteriore livello.
Le grandi commesse non sono solo affari: spostano equilibri, creano dipendenze, costruiscono canali. In un quadro già segnato da embargo e opacità, la dimensione delle forniture suggerisce che la Libia orientale stia diventando non solo corridoio, ma anche mercato strategico, utile a consolidare legami e influenza.
Qui la guerra sudanese si collega a un altro fenomeno: la crescente saldatura tra commercio di difesa e architetture regionali di sicurezza. Dove la politica fatica a costruire istituzioni, l’industria militare costruisce relazioni.
Conclusione
L’offensiva nel Nilo Azzurro è un segnale: la guerra si espande perché la guerra vive di retrovie.
E oggi la retrovia più decisiva è esterna, soprattutto attraverso la Libia orientale.
Il conflitto sudanese non è più solo una lotta per città e province; è una contesa per corridoi, porti, rendite e influenza. Finché quei corridoi resteranno aperti, la guerra resterà sostenibile.
E finché gli sponsor esterni continueranno a competere sul Sudan, la pace sarà sempre una tregua provvisoria, non un esito.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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