Guerra russo-ucraina: il conflitto ibrido contro la NATO entra nel lessico strategico europeo

Di Giuseppe Gagliano*

KIEV.  Quando da Kiev filtra l’ipotesi che Mosca stia valutando non uno ma tre possibili sviluppi della guerra, il punto più importante non è stabilire se ogni dettaglio sia già operativo. Il punto è capire la direzione del ragionamento strategico russo.

Il Presidente ucraino Voldymyr Zelensky

E la direzione è chiara: l’Ucraina non è più soltanto un teatro di guerra, ma il laboratorio di una trasformazione più ampia del confronto con l’Occidente.

n questa prospettiva, la possibilità di una futura aggressione ibrida contro la NATO, soprattutto nel Baltico, non appare come una fantasia propagandistica, ma come una forma evoluta della pressione russa sul fianco orientale europeo.

Alcune analisi circolate in questi giorni, compreso uno studio ripreso da Defense News, immaginano proprio uno scenario in cui la Russia potrebbe tentare di piegare la Lituania con droni, missili e paralisi sistemica senza un’invasione terrestre classica.

I tre scenari e la logica del Cremlino

Il primo scenario, quello della prosecuzione della guerra su vasta scala in Ucraina, riflette la tentazione russa di continuare a logorare Kiev e l’Occidente nel tempo lungo.

Un Sukhoi Su-57 “Felon” delle Forze Aerospaziali russe in volo

Ma questa ipotesi ha un limite evidente: una guerra protratta fino al 2028 richiederebbe alla Russia uno sforzo umano, industriale e politico ben maggiore, verosimilmente anche una nuova mobilitazione. Il secondo scenario, cioè il congelamento del conflitto, è forse il più realistico dal punto di vista della convenienza russa: fermare la linea del fronte senza rinunciare ai guadagni territoriali, trasformando la guerra aperta in pressione permanente.

Il terzo scenario, il più inquietante, è quello in cui Mosca combina l’escalation in Ucraina con un progressivo spostamento verso azioni ibride contro la NATO, in particolare nei Paesi baltici, sfruttando sabotaggi, droni, cyberattacchi, guerra psicologica e crisi della continuità istituzionale.

È esattamente questa la novità strategica.

La Russia non avrebbe necessariamente bisogno di attraversare un confine con divisioni corazzate per mettere in crisi un piccolo Stato baltico.

Le basterebbe dimostrare che può rendere invivibile, ingestibile e insicuro uno spazio nazionale, colpendo reti elettriche, ponti, ospedali, acqua, comunicazioni e catena di comando politica.

Lo scenario riportato da Defense News non va preso come previsione certa, ma come segnale di allarme: la NATO orientale teme sempre più una guerra di paralisi e non solo una guerra di occupazione.

Il Baltico come laboratorio della guerra senza invasione

La parte più interessante di questa riflessione riguarda i Baltici.

La mappa del Baltico

Per la Russia, Estonia, Lettonia e Lituania non sono semplicemente membri della NATO: sono il test perfetto per verificare la resilienza occidentale.

Sono piccoli, esposti, altamente digitalizzati, vicini al territorio russo e alla Bielorussia, dipendenti da infrastrutture critiche vulnerabili e, soprattutto, simbolicamente decisivi.

Colpire uno di questi Paesi, anche solo in forma ibrida, significherebbe mettere alla prova l’articolo 5 non nella forma classica dell’invasione, ma in quella più ambigua dell’aggressione graduata.

Qui sta il calcolo del Cremlino. Se un gruppo di sabotatori, una campagna di cyberattacchi distruttivi, una raffica di droni a lungo raggio e una tempesta di disinformazione bastassero a gettare nel caos uno Stato baltico senza superare chiaramente la soglia della guerra convenzionale, la NATO si troverebbe davanti al suo dilemma peggiore: reagire militarmente rischiando l’escalation oppure esitare, mostrando che la deterrenza collettiva ha una zona grigia.

La stessa intelligence estone, pur ritenendo improbabile un attacco militare russo diretto contro uno Stato NATO nei prossimi due anni, insiste sul fatto che la minaccia russa resta seria e che la deterrenza europea deve continuare a crescere.

La guerra ibrida come arma della disparità

Dal punto di vista militare, la guerra ibrida è perfetta per una potenza come la Russia, che vuole continuare a intimidire l’Occidente senza entrare subito in collisione frontale con tutta l’Alleanza. Droni, attacchi informatici, sabotaggi a infrastrutture energetiche, pressione sulle minoranze russofone, provocazioni nello spazio aereo e marittimo: sono strumenti che costano meno di una guerra tradizionale e permettono a Mosca di sfruttare ogni esitazione decisionale dell’avversario.

Non è casuale che in parallelo si moltiplichino episodi di intercettazione e allerta sul fronte nordico e baltico.

Il Regno Unito ha fatto decollare i suoi caccia dopo il rilevamento di un possibile bombardiere strategico russo in avvicinamento all’area di difesa aerea settentrionale, mentre i caccia portoghesi schierati in Estonia hanno effettuato la loro prima intercettazione di un velivolo militare russo Il-76 nell’ambito della missione NATO di Air policing.

Sono episodi minori, ma indicano che il confronto si sta intensificando nello spazio della pressione continua, non della battaglia decisiva.

L’Europa orientale corre ai ripari

La risposta europea è ormai visibile. I Paesi dell’Est aumentano la spesa militare, rafforzano le difese territoriali, lavorano sulla continuità di governo, sulla resilienza digitale e sulla protezione delle infrastrutture critiche.

La Germania accelera il proprio radicamento in Lituania, dove entro il 2027 saranno dispiegati circa 5.000 soldati tedeschi.

L’Estonia viene studiata come modello di resilienza digitale. Svezia, Norvegia e Danimarca denunciano una crescita delle attività ostili russe nel cyberspazio.

In altre parole, l’Europa del Nord e dell’Est non si sta preparando solo a respingere carri armati, ma a sopravvivere a una guerra di logoramento sistemico.

Gli scenari geopolitici

Dal punto di vista geopolitico, il vero obiettivo russo non sarebbe necessariamente conquistare i Baltici, ma dividere la NATO e mostrare che l’Occidente non è in grado di proteggere integralmente il proprio spazio.

È una strategia di erosione più che di annientamento.

Se Mosca riuscisse a instillare il dubbio che una capitale baltica può essere paralizzata per settimane senza una risposta risolutiva dell’Alleanza, il danno politico sarebbe immenso. Verrebbe colpita non solo la sicurezza del fianco orientale, ma l’intera credibilità strategica americana in Europa.

Ecco perché la questione baltica va letta insieme al contesto più ampio: guerra lunga in Ucraina, consumo di scorte occidentali, tensioni in Medio Oriente, crescita dei movimenti sovranisti in Europa, pressione energetica e vulnerabilità informatiche.

La Russia ragiona sempre più in termini sistemici. Sa che non deve necessariamente vincere su tutti i fronti. Le basta aprire abbastanza falle da costringere l’Occidente a disperdere le sue risorse e a dubitare di se stesso.

La vera domanda per l’Europa

La vera domanda non è se la Russia attaccherà domani la NATO.

La vera domanda è se l’Europa saprà colmare in tempo le proprie zone grigie: successione istituzionale, protezione civile, cyberdifesa, difesa aerea, resilienza energetica, capacità industriale e rapidità politica.

Perché la guerra del futuro, almeno sul fianco orientale, potrebbe non cominciare con una colonna di carri armati, ma con il buio, il panico, il blocco delle reti e l’incertezza su chi comanda.

È qui che il ragionamento russo diventa pericoloso. Non perché annunci una guerra inevitabile, ma perché individua con lucidità il punto debole dell’Occidente: la sua difficoltà a reagire in modo unitario quando l’aggressione resta sotto la soglia formale della guerra totale.

IL Presidente russo Vladimir Putin

E se il Cremlino crede davvero di poter sfruttare questa ambiguità entro il 2028, allora il problema per l’Europa non è più soltanto militare.

È politico, istituzionale e perfino psicologico. Perché le guerre ibride si combattono prima di tutto sulla fiducia delle società.

E una società che dubita della propria capacità di reggere il colpo è già, in parte, una società colpita.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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