Guerra US-Iran: un conflitto che Washington non può sostenere a lungo. Le scorte di missili si assottigliano

Di Giuseppe Gagliano*

WASHINGTON D.C. Gli Stati Uniti possono colpire l’Iran, ma potrebbero non essere in grado di sostenere a lungo una guerra totale. È questa la contraddizione che emerge dalle valutazioni interne all’amministrazione americana:

Imbarcazioni veloci della Marina iraniana in fiamme dopo essere state colpite dai raid statunitensi

Washington dispone di una forza aerea superiore, di basi distribuite in tutto il Medio Oriente e di una rete di alleanze senza paragoni, ma non possiede scorte illimitate di missili, intercettori e munizioni a lunga gittata.

Dopo settimane di operazioni, il problema non è più soltanto individuare e distruggere gli obiettivi iraniani. Occorre proteggere le basi americane, difendere Israele, garantire la sicurezza delle monarchie del Golfo e mantenere aperte le rotte energetiche.

Ogni missile iraniano lanciato contro una base, un aeroporto o un’infrastruttura petrolifera obbliga gli Stati Uniti a consumare sistemi difensivi molto più costosi del mezzo impiegato da Teheran.

La guerra, dunque, assume la forma di una competizione industriale. E in questa competizione la superiorità tecnologica non coincide automaticamente con la capacità di resistere nel tempo.

Il limite delle scorte

Le campagne militari americane degli ultimi anni hanno mostrato un dato spesso ignorato: i sistemi più sofisticati richiedono tempi lunghi di produzione. Missili da crociera, intercettori antiaerei e munizioni di precisione non possono essere sostituiti con rapidità.

L’Iran, al contrario, può utilizzare una combinazione di missili balistici, velivoli senza pilota e armi meno costose per saturare le difese avversarie.

Non deve necessariamente distruggere ogni obiettivo. Gli basta obbligare Washington a consumare risorse, disperdere le proprie forze e aumentare il prezzo della protezione militare.

I danni provocati dagli attacchi aerei sulla capitale iraniana Teheran Credit – Tasnim News Agency

La strategia iraniana appare fondata proprio su questa asimmetria. Teheran non può vincere una guerra convenzionale contro gli Stati Uniti, ma può renderla lunga, costosa e politicamente insostenibile. Può colpire le basi americane, minacciare lo Stretto di Hormuz, esercitare pressione sulle monarchie del Golfo e ampliare il conflitto attraverso le proprie reti regionali.

Le basi americane non sono più santuari

Il trasferimento di uomini e mezzi dal Golfo verso la Giordania e Israele indica che Washington considera alcune delle proprie installazioni troppo esposte. Le basi in Bahrein, Qatar ed Emirati Arabi Uniti si trovano infatti a breve distanza dai sistemi missilistici iraniani.

Spostare le forze verso occidente riduce alcune vulnerabilità, ma ne crea altre. La concentrazione del personale in un numero minore di installazioni aumenta il valore strategico di ciascun bersaglio. Inoltre, anche la Giordania resta alla portata dei missili e dei velivoli senza pilota iraniani.

Le perdite subite dagli Stati Uniti dimostrano che l’Iran conserva una capacità offensiva significativa. Non si tratta soltanto di danni materiali. Ogni militare americano ucciso aumenta la pressione sulla Casa Bianca e rende più difficile presentare il conflitto come una guerra a basso costo.

Il fronte energetico

La vera forza iraniana non risiede soltanto nelle armi, ma nella geografia.

Lo Stretto di Hormuz rimane uno dei passaggi decisivi dell’economia mondiale. Un’interruzione prolungata del traffico petrolifero provocherebbe un aumento dei prezzi dell’energia, colpendo soprattutto Europa e Asia.

Cartina dello Stretto di Hormuz

Le monarchie del Golfo, pur legate agli Stati Uniti, hanno quindi interesse a evitare un allargamento incontrollato della guerra. Temono gli attacchi alle raffinerie, ai terminali portuali e agli impianti di esportazione. Anche una difesa militare efficace non può eliminare completamente il rischio.

Il costo economico del conflitto ricadrebbe inoltre sugli stessi Stati Uniti.

L’aumento del prezzo del petrolio alimenterebbe l’inflazione, ridurrebbe i consumi e renderebbe più difficile finanziare una guerra prolungata. Teheran sa che il tempo può lavorare a suo favore.

Israele e il rischio dell’escalation

Israele rappresenta la principale incognita. Il governo di Benjamin Netanyahu valuta diversi scenari: un intervento richiesto da Washington, una risposta a un attacco iraniano oppure un’azione preventiva.

Dal punto di vista militare, Israele dispone di capacità superiori rispetto agli altri alleati regionali degli Stati Uniti.

Tuttavia, un suo ingresso diretto nella guerra potrebbe rafforzare la posizione politica di Teheran, trasformando il conflitto in una mobilitazione regionale contro Israele e gli Stati Uniti.

L’Iran potrebbe allora intensificare gli attacchi contro le infrastrutture energetiche, coinvolgere maggiormente i propri alleati e ampliare il fronte dal Golfo al Mediterraneo. La superiorità militare israeliana non eliminerebbe quindi il rischio di una guerra di logoramento.

Una potenza divisa tra ambizioni e mezzi

Washington si trova davanti a una scelta difficile.

Ridurre le operazioni significherebbe riconoscere che l’Iran ha conservato una capacità di deterrenza. Intensificarle significherebbe consumare scorte indispensabili anche per altri teatri, dall’Europa all’Asia.

La questione non riguarda soltanto il Medio Oriente.

Ogni missile impiegato contro l’Iran è un missile che non può essere destinato alla difesa dell’Europa o al contenimento della Cina.

La guerra espone quindi il limite fondamentale della potenza americana: la distanza crescente tra gli impegni globali e la capacità industriale necessaria a sostenerli.

Missile balistico iraniano

Gli Stati Uniti restano la maggiore potenza militare mondiale.

Ma la guerra con l’Iran dimostra che anche una superpotenza può trovarsi prigioniera della propria estensione strategica. Washington possiede molte basi, molti alleati e armi avanzate.

Ciò che potrebbe mancarle è la quantità necessaria per combattere contemporaneamente ovunque.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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