Di Giulia Botta
WASHINGTON D.C. A cento giorni dall’escalation che ha riportato Stati Uniti e Iran sull’orlo di uno scontro armato diretto, il cessate il fuoco avrebbe dovuto rappresentare un punto di stabilizzazione.

Eppure, paradossalmente, proprio dopo l’annuncio della tregua si è assistito ad una continua successione di dichiarazioni, smentite, precisazioni che hanno mantenuto elevato il livello di tensione regionale.
Dopo la sospensione delle ostilità, l’attenzione non si è concentrata tanto sugli aspetti operativi quanto sulle narrazioni.
Il cessate il fuoco non ha eliminato l’incertezza, al contrario, ogni affermazione relativa alla sua solidità o fragilità è diventata un messaggio strategico.
Quando una delle parti lascia intendere che l’accordo sia temporaneo o facilmente reversibile, l’obiettivo non è soltanto informare, ma influenzare i calcoli dell’avversario.
Da parte americana si è sostenuto che l’Iran avesse sostanzialmente accettato le proprie condizioni, e che l’accordo rappresentiasse una conferma del successo della strategia statunitense.
Dall’altra, media e fonti iraniane hanno diffuso versioni differenti dei contenuti dell’intesa, presentandola come una dimostrazione della capacità di Teheran di resistere alle pressioni occidentali.
Da entrambe le parti c’è un susseguirsi di smentite, indiscrezioni, e contestazioni di ricostruzioni giornalistiche.

La crisi mediorientale ha mostrato come il concetto stesso di sicurezza stia cambiando.
Non si tratta più esclusivamente di potenza militare, deterrenza nucleare o superiorità convenzionale.
La sicurezza dipende anche dal controllo delle catene di approvvigionamento, protezione delle infrastrutture digitali, indipendenza tecnologica, accesso alle risorse energetiche.
In questa prospettiva, la contesa navigabilità delllo Stretto di Hormuz non rappresenta soltanto un passaggio marittimo strategico, ma un nodo critico, attraverso il quale transitano interessi economici e geopolitici globali.

Le minacce di blocco dello Stretto, le dichiarazioni sulla libertà di navigazione e le preoccupazioni relative alla sicurezza delle rotte energetiche, dimostrano come una crisi apparentemente locale possa generare effetti globali immediati.
I mercati reagiscono alle parole prima ancora che alle azioni.
Le compagnie assicurative egli Stati modificano i propri comportamenti, sulla base delle aspettative create dalle dichiarazioni politiche.
Ed è proprio in questo contesto che emerge una delle dimensioni più interessanti della crisi attuale: il progressivo spostamento del confronto dal dominio militare a quello cognitivo.

Non si tratta di semplici divergenze comunicative. Ogni dichiarazione mira a influenzare alleati, avversari, mercati e opinioni pubbliche. La battaglia non riguarda soltanto ciò che è stato concordato, ma il modo in cui l’accordo viene percepito.
La percezione della vittoria, della forza o della debolezza può produrre effetti strategici, tanto quanto i risultati ottenuti sul terreno.
In questo senso, le parole diventano una forma di deterrenza.
Possono rassicurare o intimidire, creare fiducia o alimentare incertezza. Il cessate il fuoco diventa così non soltanto un accordo politico, ma un campo di battaglia cognitivo nel quale si confrontano interpretazioni concorrenti della realtà.
In questo contesto emerge che il linguaggio della stabilità, della deterrenza e della sicurezza preventiva continua a essere utilizzato da tutti gli attori coinvolti. Tuttavia, dietro questi concetti apparentemente condivisi, si nasconde una competizione molto più profonda per la definizione della legittimità, dell’ordine e delle regole del sistema internazionale. Le parole utilizzate per giustificare o condannare un’azione militare non descrivono semplicemente la realtà, cercano di determinarla.

La crisi tra Stati Uniti e Iran dimostra che nel XXI secolo le guerre non si combattono esclusivamente con missili o droni. Si combattono anche attraverso la capacità di definire il significato degli eventi, di attribuire legittimità alle proprie azioni e di influenzare le percezioni degli altri attori.
Il controllo del territorio rimane importante, ma il controllo della narrazione e della legittimità è diventato altrettanto decisivo. In un sistema internazionale sempre più fluido e competitivo, le narrazioni non accompagnano più gli eventi: ne diventano parte integrante.
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