Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON D.C. Il lancio di prova del missile balistico intercontinentale Minuteman III da parte degli Stati Uniti non va letto come un episodio isolato, né come una semplice verifica tecnica. Certo, Washington insiste sul carattere programmato del test, preparato da anni e non collegato agli eventi internazionali immediati.

Ma nella politica strategica le intenzioni dichiarate contano meno della percezione prodotta.
E la percezione, in questo caso, è chiarissima: Stati Uniti e Russia stanno riportando la deterrenza nucleare al centro della comunicazione politico-militare.
Il missile, partito dalla Base di Vandenberg in California, ha percorso circa 6.800 chilometri.
Era disarmato, ma appartiene alla famiglia dei sistemi che costituiscono uno dei pilastri della triade nucleare statunitense.
Il Minuteman III è un’arma vecchia, entrata in servizio durante la Guerra Fredda, ma ancora essenziale per l’architettura strategica americana. +
Il suo successore, il Programma Sentinel, dovrebbe rappresentare la modernizzazione del dispositivo missilistico terrestre degli Stati Uniti.
Tuttavia, proprio questa transizione dimostra il punto centrale: la potenza nucleare non è affatto un residuo del passato, ma una componente pienamente viva della competizione tra grandi potenze.
Washington vuole comunicare affidabilità , continuità e prontezza. Vuole dire ai rivali che la deterrenza americana funziona ancora, che la catena tecnica e umana del comando nucleare resta operativa, che la sostituzione dei vecchi sistemi non apre vuoti pericolosi.
Ma il messaggio è rivolto anche agli alleati. In un momento in cui l’Europa discute di riarmo, garanzie americane, condivisione nucleare e autonomia strategica, il test del Minuteman III ricorda a tutti che la protezione ultima del blocco occidentale resta nelle mani degli Stati Uniti.
La Russia usa l’esercitazione come strumento di pressione
Dall’altra parte, Mosca ha avviato esercitazioni strategiche su larga scala, coinvolgendo forze missilistiche, sottomarini, aviazione a lungo raggio e unità schierate in diversi distretti militari.
Il dato quantitativo è imponente: decine di migliaia di uomini, migliaia di mezzi, componenti terrestri, navali e aeree.
Ma anche qui il punto non è soltanto militare. È politico.
La Russia vuole mostrare che, nonostante l’usura della guerra in Ucraina, resta una potenza nucleare globale.
Può avere difficoltà convenzionali, può subire sanzioni, può dipendere sempre più dalla Cina per tecnologia, mercati e copertura diplomatica, ma conserva l’elemento decisivo della sua identità strategica: l’arsenale nucleare.
È questo arsenale che le consente di sedere ancora al tavolo delle grandi potenze, di condizionare le scelte della NATO, di intimidire l’Europa e di imporre prudenza a Washington.
Il linguaggio russo è volutamente drammatico.
Quando Sergei Ryabkov parla di rischi strategici crescenti e di possibile scontro frontale con la NATO, non descrive solo una minaccia: la costruisce.
La minaccia diventa parte della strategia. Serve a rallentare l’aiuto occidentale all’Ucraina, a dividere gli europei, a ricordare che ogni passo verso l’escalation può avere conseguenze incontrollabili.
Bielorussia, Kaliningrad e la geografia della paura

Il coinvolgimento della Bielorussia è l’aspetto più delicato. Minsk non è più soltanto un alleato politico di Mosca, ma una piattaforma avanzata della postura militare russa. Le esercitazioni relative alla preparazione di munizioni nucleari e all’impiego di sistemi come l’Iskander-M indicano che la Bielorussia è stata trasformata in un prolungamento operativo della profondità strategica russa.
Dal punto di vista militare, questo significa che l’Ucraina resta minacciata anche da Nord. Dal punto di vista politico, significa che Polonia, Lituania, Lettonia e l’intero fianco orientale della NATO vivono sotto una pressione permanente.
Dal punto di vista psicologico, significa che Mosca può riattivare in qualunque momento la memoria del 2022, quando l’offensiva contro Kiev partì anche dal territorio bielorusso.
Kaliningrad aggiunge un secondo livello di tensione. L’exclave russa nel Baltico è una fortezza militare incastonata tra Paesi membri della NATO.
Ogni dichiarazione su Kaliningrad viene amplificata da Mosca come prova dell’aggressività occidentale.
Ogni movimento russo nell’area viene letto dall’Alleanza Atlantica come potenziale segnale di escalation. È una geografia perfetta per la guerra dei nervi: pochi chilometri, molte armi, moltissima propaganda.
Lo scenario economico: il costo della nuova deterrenza
La nuova centralità del nucleare ha anche un costo economico enorme. Gli Stati Uniti devono sostituire sistemi obsoleti, modernizzare infrastrutture, mantenere basi, formare personale, aggiornare comunicazioni e catene di comando.
Il Programma Sentinel sarà uno dei capitoli più onerosi della modernizzazione strategica americana. La Russia, a sua volta, deve sostenere simultaneamente la guerra convenzionale in Ucraina, la produzione missilistica, il mantenimento dell’arsenale nucleare e la militarizzazione del proprio spazio occidentale.
Per l’Europa, il costo è duplice.
Da un lato cresce la pressione per aumentare la spesa militare, rafforzare la difesa antiaerea, proteggere infrastrutture critiche e prepararsi a scenari di conflitto ad alta intensità . Dall’altro aumenta la dipendenza dalla deterrenza americana proprio mentre si parla di autonomia strategica europea.

È il paradosso dell’Unione Europea: vuole contare di più, ma resta ancora protetta da un ombrello nucleare che non controlla.
Sul piano geoeconomico, questa dinamica alimenta un’economia della paura. Industria della difesa, missilistica, sorveglianza spaziale, guerra elettronica, sicurezza informatica, energia e infrastrutture diventano settori centrali della nuova competizione.
La deterrenza non è più soltanto un problema di testate e vettori. È un intero ecosistema industriale, finanziario e tecnologico.
Ucraina, guerra psicologica e offensiva estiva
Le esercitazioni russo-bielorusse possono avere anche una funzione immediata sul teatro ucraino.
Creare una minaccia a nord costringe Kiev a trattenere riserve, disperdere forze, proteggere il confine con la Bielorussia e ridurre la concentrazione di uomini sul fronte orientale e meridionale.
Anche se non vi fosse alcuna offensiva da Nord, l’effetto operativo sarebbe comunque reale: obbligare l’avversario a prepararsi a un’eventualità costosa.
In questo senso, la minaccia nucleare e la pressione convenzionale si sovrappongono.
Mosca non ha bisogno di usare l’arma nucleare per ottenere un effetto strategico. Le basta evocarla, esercitarla, mostrarla, integrarla nella comunicazione politica.
È la deterrenza trasformata in guerra psicologica.
La risposta della NATO, con l’avvertimento sulle conseguenze devastanti di un eventuale uso nucleare contro l’Ucraina, conferma che il livello della tensione è salito. Ma conferma anche un altro fatto: nessuno può permettersi di apparire debole.
Gli Stati Uniti testano il Minuteman. La Russia mobilita le sue forze strategiche.
La Bielorussia si esercita con munizioni speciali.
La NATO avverte Mosca. Ogni attore dichiara di voler evitare la guerra nucleare, ma ogni attore rafforza il proprio linguaggio nucleare.
Il ritorno della Guerra fredda senza le regole della Guerra fredda
Il pericolo più grande non è il lancio americano, né la singola esercitazione russa. Il pericolo è che si stia ricostruendo una logica da Guerra fredda senza l’architettura di controllo della Guerra fredda. Molti trattati sono morti o svuotati. I canali di fiducia sono ridotti.
La comunicazione militare è fragile. La sfiducia reciproca è altissima. L’Ucraina è un fronte caldo dentro una competizione nucleare globale.
La vecchia deterrenza funzionava perché paura e regole convivevano.
Oggi resta la paura, ma le regole sono più deboli.
Gli arsenali vengono modernizzati, le esercitazioni diventano messaggi politici, le dichiarazioni pubbliche sostituiscono spesso la diplomazia riservata.
È una condizione più instabile, perché il rischio non nasce solo dalla volontà di attaccare, ma anche dall’errore, dal malinteso, dall’eccesso di propaganda, dalla necessità politica di non arretrare.
Il test americano e le esercitazioni russe dicono dunque una cosa semplice e inquietante: la sicurezza internazionale è entrata in una fase in cui il nucleare non è più soltanto l’ultima garanzia contro la guerra totale.
È tornato a essere uno strumento quotidiano di pressione, intimidazione e negoziazione indiretta.
E quando il nucleare diventa linguaggio ordinario della politica, il mondo non è più sicuro. È solo più abituato al pericolo.
* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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