Hormuz, il fuoco americano e la pace impossibile

Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON. Lo Stretto di Hormuz torna a essere il punto più fragile del sistema mondiale. Non è soltanto un passaggio marittimo. È una strozzatura strategica, un termometro della guerra, una leva economica capace di condizionare il prezzo dell’energia, la stabilità dei mercati e la libertà di movimento delle grandi potenze. L’abbattimento di un elicottero Apache statunitense, attribuito da Washington a un drone d’attacco iraniano, ha offerto alla Casa Bianca il pretesto per colpire infrastrutture militari iraniane nell’area più sensibile del Golfo Persico.
Donald Trump ha scelto la risposta muscolare, definendola forte e incisiva, ma cercando al tempo stesso di ridimensionare l’incidente: i piloti sono stati salvati, l’episodio non sarebbe stato “un grosso problema”. È proprio questa doppia postura a rivelare la contraddizione americana. Da un lato Washington vuole mostrare che nessun attacco alle proprie forze può restare senza conseguenze. Dall’altro non vuole distruggere del tutto il canale diplomatico aperto con Teheran, perché sa che senza un’intesa sullo Stretto, sul nucleare e sulle sanzioni la guerra rischia di diventare una crisi permanente.
Un elicottero AH-64 E in volo
La guerra controllata che rischia di sfuggire di mano
Gli attacchi statunitensi contro Qeshm, Sirik, Bandar Abbas e l’area di Jask, secondo le informazioni diffuse, avrebbero preso di mira radar e sistemi di difesa aerea iraniani. La logica è chiara: degradare la capacità iraniana di sorvegliare e contestare il traffico militare e navale nello Stretto di Hormuz. Ma questa logica contiene un rischio evidente. Colpire le difese iraniane nella regione significa avvicinarsi al cuore della capacità di interdizione di Teheran. E quando si tocca Hormuz, non si colpisce soltanto l’Iran: si mette sotto pressione l’intera economia mondiale.
L’Iran, dal canto suo, nega l’operazione contro l’elicottero e ribadisce che qualsiasi nuova ostilità avrà una risposta. Il ministro degli Esteri Abbas Aragchi ha lanciato un messaggio politico semplice: le forze straniere nella regione sono esposte a incidenti, e il modo migliore per ridurre il rischio è che se ne vadano. È la vecchia dottrina iraniana applicata alla nuova crisi: trasformare la presenza militare americana in una vulnerabilità, non in una garanzia di sicurezza.
La guerra, dunque, resta sotto la soglia dello scontro totale, ma si muove in uno spazio sempre più stretto. Washington colpisce per non apparire debole. Teheran minaccia per non apparire piegata. Ognuno cerca di controllare l’escalation, ma ogni mossa aumenta il rischio di errore, incidente o calcolo sbagliato.
Hormuz come arma economica
La posta in gioco più immediata è economica. Prima della guerra, attraverso Hormuz transitava una parte decisiva del petrolio greggio e del gas naturale liquefatto destinati ai mercati internazionali. Bloccare o anche solo rallentare quel corridoio significa incidere sui prezzi dell’energia, sulle catene di approvvigionamento, sui costi industriali e sull’inflazione. In altre parole, l’Iran non ha bisogno di vincere una guerra convenzionale contro gli Stati Uniti. Gli basta dimostrare di poter rendere instabile il passaggio da cui dipende una quota essenziale dell’economia globale.
Washington risponde con il blocco dei porti iraniani e con attacchi mirati alle capacità militari di Teheran. Ma anche questa risposta ha un costo. Più la Casa Bianca militarizza la crisi, più diventa difficile convincere compagnie, assicuratori, armatori e mercati che Hormuz stia tornando sicuro. Il segretario americano all’Energia sostiene che il traffico marittimo stia crescendo in modo significativo, ma ammette che serviranno mesi per tornare alla normalità. Questa è la vera misura della crisi: anche quando i cannoni tacciono, la fiducia economica non ritorna subito.
Per l’Europa, per l’Asia e per i grandi importatori di energia, la guerra nello Stretto è una minaccia diretta. Un aumento dei prezzi energetici si tradurrebbe in rallentamento industriale, maggiore pressione sui bilanci pubblici, tensioni sociali e nuove dipendenze. La crisi iraniana non è dunque una crisi regionale. È un moltiplicatore geoeconomico.
Un impianto petrolifero in Medio Oriente
Il negoziato fragile e il sospetto israeliano
Trump continua a ripetere che un accordo con l’Iran è vicino. Ma i fatti raccontano una realtà meno lineare. Il cessate il fuoco, entrato in vigore ad aprile, appare più come una tregua intermittente che come l’inizio di una pace. Gli Stati Uniti vogliono impedire all’Iran di sviluppare un’arma nucleare. Teheran chiede la revoca delle sanzioni, lo sblocco dei beni congelati e il riconoscimento del proprio controllo sullo Stretto. Sono richieste pesanti, perché toccano non soltanto il nucleare ma il rango regionale dell’Iran.
Il nodo più delicato riguarda l’uranio arricchito. Washington vorrebbe che il materiale più sensibile fosse rimosso dal territorio iraniano. Teheran, invece, sostiene che le proprie scorte non rientrino nell’accordo provvisorio. È qui che nasce la paura israeliana. Benjamin Netanyahu teme che Trump accetti un’intesa debole, un compromesso provvisorio capace di alleggerire la pressione economica sull’Iran senza smantellare davvero il suo programma nucleare, missilistico e regionale.
Il paradosso è evidente. Israele ha spinto per una pressione militare crescente, sperando forse in un indebolimento irreversibile della Repubblica islamica. La Casa Bianca, invece, sembra voler trasformare la forza in leva negoziale, non in guerra di regime. Netanyahu si ritrova così in una posizione scomoda: alleato essenziale degli Stati Uniti, ma non più padrone del ritmo strategico della crisi.
Il Libano come chiave nascosta della guerra
La crisi non si gioca soltanto nello Stretto. Il fronte libanese è diventato il banco di prova dell’intera architettura negoziale. Israele continua a colpire Hezbollah nel Sud del Libano e l’attacco su Tiro, con numerose vittime, mostra che la guerra parallela non si è mai fermata. Teheran considera la fine dei combattimenti in Libano una condizione politica per qualsiasi accordo duraturo con Washington. Israele, al contrario, vuole separare il dossier Hezbollah dal negoziato tra Stati Uniti e Iran.
Questa divergenza può far saltare tutto. Per l’Iran, Hezbollah non è soltanto un alleato: è parte della propria profondità strategica, uno strumento di deterrenza contro Israele, una garanzia che la pressione su Teheran possa essere trasformata in pressione sul fronte settentrionale israeliano. Per Israele, invece, Hezbollah resta una minaccia diretta, dotata di capacità missilistiche e radicamento territoriale. Nessun governo israeliano può accettare facilmente che il movimento libanese esca rafforzato da un’intesa americana con l’Iran.
Il Libano diventa così la chiave nascosta di Hormuz. La guerra sul mare e quella nel Levante si alimentano a vicenda. Se il fronte libanese resta aperto, l’Iran avrà meno incentivo a concedere. Se gli Stati Uniti chiudono un accordo ignorando Israele, Netanyahu lo vivrà come un tradimento strategico. Se Israele continua a colpire, Teheran potrà irrigidirsi. È una triangolazione instabile, dove ogni attore ha il potere di sabotare la pace degli altri.

La valutazione militare: superiorità americana, resilienza iraniana
Sul piano militare, gli Stati Uniti mantengono una superiorità schiacciante. Possono colpire radar, difese aeree, basi, depositi, porti e centri di comando. Possono integrare droni, aviazione, marina, satelliti e guerra elettronica. Ma la superiorità militare non equivale automaticamente alla vittoria strategica. L’Iran non punta a battere gli Stati Uniti in campo aperto. Punta a rendere ogni presenza americana costosa, ogni rotta vulnerabile, ogni accordo incerto.
Teheran dispone di droni, missili, mine navali, unità veloci, reti regionali e capacità di logoramento. Il suo vantaggio non è nella potenza, ma nella prossimità geografica e nella capacità di assorbire danni continuando a destabilizzare l’ambiente operativo. In uno spazio ristretto come Hormuz, anche mezzi relativamente semplici possono produrre effetti strategici enormi.
La risposta americana ha quindi un valore tattico, ma non risolve il dilemma politico. Colpire radar e difese può ridurre temporaneamente la minaccia. Non può cancellare la geografia. L’Iran resta affacciato sullo Stretto. E la geografia, nelle crisi di potenza, spesso pesa più delle dichiarazioni.
Il nuovo equilibrio del Golfo
Il quadro che emerge è quello di una pace armata, continuamente interrotta da colpi, avvertimenti e rappresaglie. Trump vuole presentarsi come il presidente capace di imporre la pace attraverso la forza. L’Iran vuole uscire dalla crisi con sanzioni ridotte, beni sbloccati e riconoscimento del proprio peso regionale. Israele vuole impedire che l’accordo lasci intatto il cuore della minaccia iraniana. Hezbollah vuole conservare il proprio ruolo. I mercati vogliono la riapertura stabile di Hormuz. Nessuno, però, sembra disposto a pagare interamente il prezzo politico della pace.
La conseguenza è una crisi sospesa. Troppo grave per essere ignorata, troppo rischiosa per essere portata fino in fondo, troppo complessa per essere risolta con un solo accordo. Hormuz diventa il simbolo del nuovo disordine: una striscia di mare dove si incontrano energia, nucleare, deterrenza, alleanze regionali e competizione globale.
Gli Stati Uniti hanno colpito per ristabilire credibilità. L’Iran minaccia per salvare deterrenza. Israele teme di essere scavalcato. Il Libano brucia come fronte secondario ma decisivo. E il mondo osserva lo Stretto, sapendo che da quelle acque dipendono non solo navi e petroliere, ma una parte della stabilità economica internazionale.
La domanda decisiva resta aperta: Washington sta usando la forza per costruire un accordo, oppure sta entrando in una guerra che non potrà controllare? In Medio Oriente, spesso la differenza tra le due cose si vede soltanto quando è già troppo tardi.

* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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