Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON D.C. C’è un dato che pesa più di ogni dichiarazione ufficiale: gli alleati europei della NATO non vogliono seguire Donald Trump nel blocco dello Stretto di Hormuz. Non è una sfumatura diplomatica, ma una rottura politica di prima grandezza. Nel momento in cui Washington tenta di trasformare la crisi con l’Iran in una prova di fedeltà strategica per l’intera Alleanza, Londra e Parigi scelgono invece di segnare una distanza netta. Non vogliono essere trascinate in una guerra che non controllano, dai costi imprevedibili e dagli esiti potenzialmente devastanti per l’economia mondiale.
La decisione americana di imporre un blocco selettivo contro il traffico da e verso i porti iraniani nasce dopo il fallimento dei colloqui del fine settimana e dopo settimane di escalation cominciate il 28 febbraio. Ma la risposta europea mostra che il problema non è soltanto l’Iran. Il problema è diventato ormai il rapporto stesso tra gli Stati Uniti di Trump e un’Europa sempre più riluttante a farsi dettare tempi, metodi e obiettivi di una guerra che investe direttamente i suoi interessi vitali.

La crepa politica dentro la NATO
Il rifiuto britannico e francese non è soltanto una scelta tattica. È la conferma che, dentro la NATO, la solidarietà automatica non esiste più quando l’iniziativa americana appare unilaterale, rischiosa e priva di una chiara legittimazione condivisa. Keir Starmer lo ha detto senza giri di parole: Londra non si farà trascinare in guerra. Emmanuel Macron, dal canto suo, prova a costruire un’alternativa: non aderire al blocco, ma preparare una missione multinazionale difensiva da dispiegare solo dopo la fine dei combattimenti, con il compito di ristabilire la libertà di navigazione.
È una formula che ha un valore preciso. Significa sottrarre l’Europa alla logica del cobelligerante e collocarla, almeno formalmente, nella posizione di garante della sicurezza marittima. In altre parole, Parigi e Londra non vogliono essere parte della pressione militare americana contro Teheran; vogliono invece ritagliarsi uno spazio autonomo, capace di salvaguardare i traffici energetici senza fondersi con l’operazione di Washington.

La posta in gioco economica
Lo Stretto di Hormuz non è un passaggio qualunque. Da lì transita normalmente circa un quinto delle forniture petrolifere mondiali. Chi lo controlla o ne interrompe il traffico non colpisce solo i Paesi del Golfo, ma l’intero sistema energetico globale. Per l’Europa, già vulnerabile sul piano industriale e ancora segnata dall’inflazione energetica degli ultimi anni, una crisi prolungata nello stretto significherebbe nuova instabilità dei prezzi, pressione sulle filiere produttive, rincari nei trasporti e ulteriore fragilità politica interna.
È per questo che gli europei distinguono tra fine della guerra e sicurezza della navigazione. Vogliono proteggere le petroliere, ma non vogliono pagare il prezzo politico e militare di una partecipazione diretta al confronto con l’Iran. È una scelta di prudenza, ma anche di interesse. In questa crisi, l’Europa non ha quasi nessun margine offensivo, mentre ha moltissimo da perdere sul piano geoeconomico.
La dimensione strategico-militare
Sul piano militare, il rifiuto europeo segnala anche un’altra realtà: nessuno vuole impantanarsi in un teatro dove la superiorità navale non elimina il rischio di escalation asimmetrica. Hormuz è uno spazio stretto, vulnerabile, esposto a mine, droni, missili costieri, attacchi contro petroliere e incidenti capaci di produrre effetti immediati sui mercati mondiali. Una missione di blocco è, per definizione, un atto ostile. Una missione di scorta e rassicurazione, invece, può essere presentata come operazione difensiva. La differenza, dal punto di vista giuridico e politico, è enorme.
La proposta franco-britannica punta proprio a questa distinzione: non entrare nel conflitto, ma preparare una cornice multinazionale di sicurezza una volta cessate le ostilità. Il coinvolgimento di circa trenta Paesi, compresi Stati del Golfo, India, Grecia, Spagna, Italia, Paesi Bassi e Svezia, mostra la volontà di costruire una coalizione larga, meno dipendente dall’impulso americano e più fondata sulla tutela del commercio internazionale.
Trump contro tutti, o quasi
Il problema, però, è che Trump sembra ragionare in modo opposto. Per lui, Hormuz è uno strumento di pressione diretta, un moltiplicatore coercitivo da usare contro l’Iran e, indirettamente, anche contro gli alleati esitanti. Da qui nasce il nuovo attrito con l’Europa, già aggravato dal malumore americano verso i Paesi che hanno negato l’uso del proprio spazio aereo per operazioni contro Teheran. Non si tratta più solo di una divergenza sulla crisi iraniana, ma di una contestazione più ampia del metodo trumpiano: decisioni unilaterali, richieste immediate di allineamento, minacce di disimpegno dalla NATO e pressione costante sugli alleati.
Una crisi geopolitica che cambia l’Occidente
La vicenda di Hormuz mostra dunque qualcosa di più profondo di una divergenza tattica. Mostra che l’Occidente entra in una fase nuova, in cui l’unità atlantica non può più essere data per scontata. Gli Stati Uniti restano la potenza dominante sul piano militare, ma non riescono più a trasformare automaticamente quella superiorità in consenso politico tra gli alleati. L’Europa, pur debole e divisa, tenta di difendere un margine di autonomia quando percepisce che la strategia americana minaccia direttamente i suoi interessi economici e la sua stabilità interna.
Alla fine, il vero significato di questa crisi è forse proprio questo: lo Stretto di Hormuz non divide soltanto Iran e Stati Uniti. Divide ormai anche l’America dai suoi partner europei. E quando una guerra comincia a scavare fratture dentro l’alleanza che dovrebbe sostenerla, vuol dire che il problema non è più soltanto il nemico esterno, ma l’ordine politico dell’Occidente stesso.
Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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