Relazioni Pechino-Mosca: Asse di Resistenza, il Presidente Xi Jinping e il presidente della Duma di Stato della Federazione russa, Vyacheslav Volodin sigillano il nuovo ordine post-occidentale

Di Cristina Di Silvio*

PECHINO. Nei giorni scorsi,  a Pechino, nella cornice austera e simbolicamente densa della Grande Sala del Popolo, il Presidente della Repubblica Popolare cinese e Segretario Generale del Partito comunista, Xi Jinping, ha ricevuto il presidente della Duma di Stato della Federazione Russa, Vyacheslav Volodin.

Il Presidente cinese, Xi Jinping

Non si è trattato di un ordinario incontro bilaterale, ma di una dichiarazione strategica, una manovra calibrata per scandire il ritmo di un ordine internazionale emergente che si struttura proprio mentre l’Occidente tenta di contenere, rallentare, frammentare. Xi Jinping ha parlato con chiarezza strategica: le relazioni tra Cina e Russia rappresentano oggi un asse strutturalmente stabile, politicamente maturo e con un profilo di rilevanza sistemica crescente.

La visita di Stato che Xi ha compiuto a Mosca pochi mesi prima, in occasione dell’80° anniversario della vittoria sovietica nella Grande Guerra Patriottica, non è stata una mera cerimonia diplomatica, ma un atto di allineamento simbolico.

Il Presidente cinese Xi Jinping e quello russo, Vladimir Putin

 

Coerentemente, nei prossimi giorni, la Cina ospiterà un’imponente commemorazione per l’80° anniversario della vittoria nella Guerra di Resistenza contro l’aggressione giapponese e nella cosiddetta Guerra Mondiale antifascista: una narrazione storica che, enfatizzando il tributo umano offerto da Cina e URSS nella sconfitta del militarismo nipponico e del nazifascismo europeo, rinsalda un’identità comune forgiata nella lotta contro i totalitarismi di destra.

La sovrapposizione memoriale serve a costruire una legittimità ideologica condivisa, proiettando la continuità tra passato e presente nella dimensione del potere geopolitico. Ma il nucleo dell’incontro è stato eminentemente strategico: Xi ha riaffermato l’impegno ad approfondire la fiducia reciproca, amplificare le interconnessioni istituzionali, legislative e militari tra Pechino e Mosca e consolidare questo partenariato come fondamento operativo di un nuovo multilateralismo.

L’obiettivo dichiarato è quello di disarticolare l’architettura dell’ordine internazionale sorto nel dopoguerra sotto l’egida statunitense, proponendo un paradigma alternativo di governance globale, sostenuto dai Paesi del Sud globale, dalle economie emergenti e da quegli attori statali che percepiscono l’Occidente come centro egemonico, coercitivo, declinante.

In tale contesto, l’affermazione secondo cui la Cina intende favorire una risoluzione pacifica del conflitto ucraino non va interpretata come neutralità, ma come proiezione di una postura autonoma, funzionale a un ruolo di mediatore sistemico e garante di una sovranità multipolare.

Pechino ha mantenuto aperti i canali diplomatici sia con Kiev sia con Mosca, muovendosi lungo una direttrice pragmatica, dialogica, volta a impedire l’isolamento russo e al contempo a tutelare i propri interessi vitali, in particolare quelli legati alla sicurezza energetica, alla logistica continentale e alla stabilità eurasiatica.

In parallelo, il contesto internazionale evidenzia una rapida dinamica di polarizzazione.

Da Washington giungono segnali inequivocabili di escalation economica: nuove sanzioni contro Mosca, minacce tariffarie su settori chiave dell’export cinese, incluso quello delle terre rare e del petrolio raffinato.

La reazione sino-russa è quella di una convergenza strategica sempre più strutturata, che si estende ai domini militare, tecnologico, finanziario, ma soprattutto a quello narrativo.

Non si tratta semplicemente di un’alleanza funzionale: è la costruzione di un’ideologia sistemica antagonista.

E mentre si rinsaldano le maglie di questo asse geopolitico, si profila un altro evento di portata globale: il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), in programma a Tianjin dal 31 agosto al 1° settembre.

Vi parteciperanno oltre venti capi di Stato e di Governo, inclusi Vladimir Putin e Narendra Modi.

Putin e Modi

Non sarà un mero forum multilaterale, bensì la materializzazione simbolica di un blocco asiatico in formazione, che si propone come piattaforma visiva, diplomatica e normativa in contrapposizione diretta all’architettura euro-atlantica.

A rafforzare questa traiettoria sarà la grandiosa parata militare del 3 settembre a Pechino, organizzata per commemorare la fine della Seconda Guerra mondiale, alla quale è prevista la partecipazione del Presidente Putin in posizione prominente.

Vladimir Putin e Xi Jinping

L’assenza dei leader occidentali non sarà una semplice nota di protocollo: costituirà una conferma plastica della frattura sistemica in atto.

Per gli Stati Uniti, le implicazioni di lungo termine sono destabilizzanti.

L’asse sino-russo erode la strategia di contenimento elaborata a Washington, riduce l’efficacia dello strumento sanzionatorio e obbliga gli Stati Uniti ad accelerare la proiezione militare nei teatri chiave del Pacifico, del Baltico e dell’Europa orientale.

Ma la sfida più insidiosa si gioca sul terreno della narrazione: mentre gli Stati Uniti continuano a proporsi come garanti dell’ordine liberale, Cina e Russia avanzano un modello alternativo fondato su cooperazione sud-sud, sovranismo politico, inclusività diplomatica e negazione dell’universalismo normativo occidentale.

Per l’Unione Europea, il dilemma è strategico e non più procrastinabile.

Divisa tra fedeltà atlantica e necessità di una propria autonomia geopolitica, l’UE si trova dinanzi a scelte di portata esistenziale.

Se persevera nell’allineamento incondizionato a Washington, rischia l’irrilevanza sistemica e il collasso industriale di fronte a un confronto commerciale con Pechino sempre più esteso.

Se tenta di costruire un terzo spazio autonomo, dovrà farlo in un contesto globale frammentato, con limitata capacità militare, crescente dipendenza energetica e vulnerabilità tecnologica endemica.

Anche il Medio Oriente osserva con attenzione il consolidamento del blocco sino-russo.

Capitali come Teheran, Riyad e Ankara, tutte dotate di posture ambivalenti e policentriche, potrebbero vedere in Pechino un interlocutore meno condizionante, più prevedibile, in grado di garantire accesso a tecnologia, investimenti e mercati senza i vincoli ideologici imposti da Washington.

Israele, in particolare, si trova in una posizione critica: se da un lato mantiene un legame strategico strutturale con gli Stati Uniti, dall’altro registra una crescente interdipendenza con Cina e Russia, soprattutto sul piano tecnologico, commerciale e nella gestione delle dinamiche regionali con Teheran e Damasco.

In tale quadro, ogni decisione di Gerusalemme dovrà essere assunta con assoluta lucidità e meticolosa valutazione del bilancio costi-benefici.

L’incontro del 26 agosto non rappresenta dunque un episodio isolato, ma un segnale formale e inequivocabile: l’ordine unipolare si sta dissolvendo, e l’architettura della sicurezza globale è in fase di riconfigurazione profonda, senza più l’Occidente al centro del sistema.

La Cina si propone come potenza sistemica non solo in termini di massa critica, ma come architetto di un nuovo ordine post-occidentale.

La Russia, che l’Occidente ambiva a marginalizzare, si conferma invece attore centrale nella nuova geografia del potere globale.

E l’Occidente, imprigionato tra arroganza storica e miopia strategica, rischia di ritrovarsi irrimediabilmente fuori asse.

*Esperta Relazioni internazionali, istituzioni e diritti umani (ONU)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna in alto