Di Giuseppe Gagliano*
NUOVA DELHI. L’India compie un passo che, a prima vista, può sembrare tecnico.

Un missile compatto, a guida di precisione, lanciabile da un drone. In realtà siamo davanti a qualcosa di più importante: il passaggio del drone indiano da semplice occhio elettronico del campo di battaglia a piattaforma d’attacco, intercettazione e difesa mobile.
Il nuovo missile, indicato come ULPGM-V3, è stato provato con successo in configurazione aria-terra e aria-aria presso un Poligono nello Stato dell’Andhra Pradesh.
Il dato essenziale non è soltanto che il sistema funzioni, ma che possa essere impiegato da velivoli senza pilota contro bersagli molto diversi: mezzi blindati, bunker, droni nemici, elicotteri o obiettivi a bassa quota. In altre parole, l’India sta cercando di trasformare il drone in un’arma tattica flessibile, economica e diffusa.
È una scelta perfettamente coerente con l’evoluzione della guerra contemporanea.
Ucraina, Caucaso, Medio Oriente e Mar Rosso hanno dimostrato che il dominio aereo non appartiene più soltanto ai grandi caccia, ai bombardieri e ai missili costosi. Appartiene anche a sistemi piccoli, prodotti in serie, difficili da intercettare e capaci di saturare le difese nemiche.
Dall’occhio nel cielo agli artigli nel cielo
Per anni i droni indiani sono stati usati soprattutto per ricognizione, sorveglianza e raccolta di informazioni. Servivano a vedere, seguire, controllare. Ora Nuova Delhi vuole che servano anche a colpire.
La frase pronunciata dal capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica militare indiana (IAF), Air Chief Marshal Amar Preet Singh, secondo cui non ci sono più soltanto “occhi nel cielo” ma “artigli nel cielo”, riassume bene la trasformazione in corso.

Il drone non è più uno strumento ausiliario: diventa un moltiplicatore di potenza.
Può accompagnare le truppe, difendere postazioni, attaccare mezzi nemici, abbattere altri droni, coprire zone dove sarebbe troppo costoso o rischioso impiegare aerei pilotati.
Dal punto di vista militare, la novità è rilevante per almeno tre ragioni.
La prima è la mobilità: un sistema lanciabile da drone può spostare capacità di attacco e difesa là dove servono, senza dipendere sempre da batterie missilistiche pesanti.
La seconda è il costo: intercettare un piccolo drone con missili molto costosi è economicamente irrazionale; usare armi più piccole e meno onerose cambia l’equazione.
La terza è la quantità: se il sistema entra davvero in produzione di massa, l’India potrà disporre di una capacità diffusa, non limitata a pochi reparti d’élite.
Pakistan, Cina e la lezione dei conflitti brevi
Il riferimento al recente confronto tra India e Pakistan è decisivo.

Anche quando durano pochi giorni, le crisi tra Nuova Delhi e Islamabad hanno un valore strategico enorme perché coinvolgono due potenze nucleari, due eserciti giganteschi e un confine permanentemente instabile.
L’uso dei droni in quel confronto ha mostrato all’India una verità già emersa altrove: chi controlla meglio il cielo basso controlla meglio anche il terreno. Non parliamo dell’alta quota dei grandi velivoli, ma della fascia tattica dove si muovono piccoli velivoli senza pilota, munizioni circuitanti, elicotteri, ricognitori e sistemi d’attacco leggeri.
Contro il Pakistan, questa capacità può servire lungo il confine e nelle aree contese.
Contro la Cina, invece, il significato è ancora più delicato. Sull’Himalaya, dove logistica, altitudine e clima rendono complicato ogni movimento, i droni armati possono diventare strumenti decisivi per osservare, colpire e dissuadere senza dover sempre mobilitare grandi formazioni.
Nuova Delhi non può permettersi di restare indietro.
La Cina dispone di un’industria dei droni vasta, avanzata e integrata con la propria dottrina militare.
Il Pakistan, a sua volta, beneficia di rapporti tecnologici e militari con Pechino e Ankara. L’India risponde cercando di costruire una filiera autonoma, nazionale, meno vulnerabile alle pressioni esterne.
La filiera nazionale come arma geopolitica
Il fatto che il missile sia stato sviluppato con il contributo dell’Organizzazione per la ricerca e lo sviluppo della difesa, dell’azienda pubblica Bharat Dynamics Limited e della società privata Adani Defence Systems and Technologies Limited è forse l’aspetto più politico dell’intera vicenda.
Nuova Delhi vuole dimostrare che l’autosufficienza militare non è uno slogan, ma una necessità strategica.
L’India è ancora uno dei maggiori importatori mondiali di armamenti.
Per decenni ha comprato sistemi russi, occidentali, israeliani e francesi, cercando di mantenere una politica di equilibrio. Ma la guerra in Ucraina, le sanzioni, la crisi delle catene di approvvigionamento e la crescente rivalità con la Cina hanno reso evidente il limite di una difesa troppo dipendente dall’estero.
Un missile prodotto con un ecosistema nazionale, coinvolgendo imprese pubbliche, grandi gruppi privati e piccole e medie aziende, diventa quindi molto più di un’arma. Diventa un pezzo della sovranità industriale indiana.
Significa posti di lavoro qualificati, trasferimento tecnologico, produzione in serie, riduzione delle importazioni e possibilità futura di esportazione.
Qui entra in gioco anche la dimensione geoeconomica.
Il mercato mondiale dei droni armati e dei sistemi contro-drone è destinato a crescere enormemente.
Chi controlla tecnologie miniaturizzate, sensori, guida di precisione, motori, cariche belliche e software di controllo potrà conquistare quote di mercato in Asia, Africa, Medio Oriente e America Latina. L’India vuole entrare in questo spazio non come semplice cliente, ma come produttore.
Una guerra più economica, ma non meno pericolosa
Il missile compatto per drone promette di ridurre i costi della difesa aerea contro minacce leggere. Ma questa apparente razionalità economica porta con sé un rischio: la normalizzazione della guerra a bassa soglia.
Quando i sistemi diventano più piccoli, più economici e più facilmente dispiegabili, cresce anche la tentazione di usarli.
Il drone armato consente operazioni rapide, limitate, talvolta difficili da attribuire con certezza. Può colpire senza inviare piloti, senza mobilitare grandi unità, senza aprire formalmente una guerra.
È proprio questa flessibilità a renderlo politicamente appetibile e strategicamente pericoloso.
Per l’India, il vantaggio è evidente: rafforzare la deterrenza, rispondere alla proliferazione dei droni, proteggere le proprie truppe e migliorare la capacità di intervento rapido.
Ma sul piano regionale la conseguenza sarà probabilmente una nuova corsa agli armamenti leggeri e intelligenti. Pakistan e Cina non resteranno fermi.
Anche altri Paesi asiatici osserveranno con attenzione.
Il nuovo volto della potenza indiana
La vera posta in gioco è il passaggio dell’India da potenza militare quantitativa a potenza tecnologica distribuita.
Non basta più avere grandi numeri, grandi eserciti, grandi arsenali. Serve la capacità di integrare sensori, droni, missili, comunicazioni, intelligenza artificiale, produzione industriale e dottrina operativa.
Il missile ULPGM-V3 è dunque un tassello di una trasformazione più ampia.
L’India vuole difendere i propri confini, contenere il Pakistan, bilanciare la Cina, rafforzare la propria autonomia industriale e presentarsi come attore militare credibile nell’Indo-Pacifico.
Non è ancora una rivoluzione compiuta. È l’inizio di una traiettoria.
Ma la direzione è chiara: la guerra futura sarà sempre più fatta di sistemi piccoli, precisi, mobili e prodotti in grandi quantità. Nuova Delhi lo ha capito. E ora cerca di non essere soltanto spettatrice della nuova guerra dei droni, ma protagonista.
* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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