Di Fabrizio Scarinci
WASHINGTON/TEHERAN. I raid israelo-statunitensi nei confronti dell’Iran vanno ormai avanti da oltre un mese.
In questo lasso di tempo, la catena di comando e le strutture di potere della Repubblica Islamica hanno, senz’altro, mostrato un elevatissimo livello di resilienza, riuscendo non solo a restare in piedi ma anche a reagire malgrado la rapida eliminazione della loro Guida Suprema, le pessime condizioni in cui sarebbe ridotto il figlio scelto per sostituirla, l’uccisione di molti dei loro membri di spicco e gli incessanti attacchi aero-missilistici subiti dal Paese.

La strategia di Teheran
Contrariamente a quanto ipotizzato nei primissimi giorni di guerra, l’obiettivo delle rappresaglie iraniane sembrerebbe consistere non tanto nella mera ricerca di qualche successo propagandistico utile alla tenuta interna del regime, quanto piuttosto in un vero e proprio tentativo di erodere il potere strategico e diplomatico di Washington e Tel Aviv nell’ambito della regione mediorientale, nonché nel rapporto con molti dei loro principali partner internazionali.
In tale scenario, se la principale ragione degli attacchi con missili e droni all’indirizzo dei Paesi arabi del Golfo sarebbe quella di indurre i loro governi a dubitare dell’opportunità di mantenere installazioni militari statunitensi sui propri territori, la decisione di bloccare il traffico mercantile nello Stretto di Hormuz mirerebbe a far percepire i governi di USA e Israele come responsabili di una forte ondata inflazionistica globale derivante dell’esplosione del prezzo di petrolio e gas naturale liquefatto.
Quanto ai risultati effettivamente ottenuti, se è vero che l’azione di ricatto nei confronti delle monarchie del Golfo sembrerebbe non aver dato i frutti sperati (del resto, il fatto che esse vedano nella Repubblica Islamica una minaccia esistenziale almeno quanto lo stesso Israele è cosa, ormai, arcinota e, non a caso, lo stesso re saudita Mohammed Bin Salman avrebbe più volte sollecitato l’azione israelo-statunitense contro Teheran), dal canto suo, l’intento di far esplodere il prezzo globale delle materie prime energetiche è stato, invece, pienamente conseguito, causando una nuova fortissima ondata di tensione nell’ambito dei rapporti tra gli USA e i loro alleati europei e inducendo la stessa Amministrazione Trump a ritenere opportuno un allentamento delle sanzioni imposte alla Russia; cosa a dir poco paradossale considerando che, nel frattempo, oltre a non mostrare alcun significativo interesse per una soluzione rapida in Ucraina, Mosca sembrerebbe anche attiva nel condividere informazioni d’intelligence con le stesse forze militari iraniane, permettendo loro di colpire con maggiore precisione sia il territorio israeliano che gli asseti statunitensi in Medio Oriente.

Per quanto tempo la Repubblica Islamica sia ancora in grado di portare avanti queste sue azioni di rappresaglia, preoccupanti, come noto, anche in ragione del progressivo assottigliamento del numero dei sistemi di intercettazione, non è ancora dato saperlo.
Infatti, se, da un lato, alcuni rapporti dei giorni scorsi hanno evidenziato una progressiva riduzione degli attacchi iraniani, dall’altro, si stima che, al momento, nei raid israelo-statunitensi sia stato neutralizzato solo il 50% dei lanciatori missilistici di Teheran, con il regime che avrebbe ancora a disposizione circa un migliaio di missili (a cui, naturalmente, occorre aggiungere i droni).
Quanto allo Stretto di Hormuz, invece, malgrado l’affondamento di gran parte della sua flotta, il regime resta comunque in grado di proseguire con il blocco grazie al possesso di un certo numero di unità subacquee di piccole dimensioni e di ingenti quantitativi di missili antinave lanciabili da veicoli terrestri.
Gli USA e il rischio di “impantanamento”
In generale, l’incapacità di USA e Israele di imporre a Teheran una resa incondizionata (o qualsiasi cosa possa somigliarle da vicino) mediante l’utilizzo del solo potere aereo sembrerebbe, quindi, essersi tradotta in una situazione di sostanziale stallo.
Allo stesso tempo, l’ipotesi di “portare a termine il lavoro” invadendo e occupando il Paese risulta del tutto impraticabile.
A renderla tale soprattutto il fatto che le forze terrestri americane presenti nella regione non ammonterebbero che a circa 50.000 unità, ben al di sotto dei numeri necessari ad affrontare il milione di uomini di cui Esercito iraniano e IRGC hanno annunciato il reclutamento.

Certo, volendo Washington potrebbe anche ridislocare nell’area ulteriori forze. Tuttavia, malgrado l’elevata superiorità tecnologico-operativa del suo apparato militare e il quasi certo contributo degli alleati regionali, ben difficilmente potrebbe riuscire a condurre un’operazione del genere con meno di cinque o seicentomila uomini, di cui, a quel punto, necessiterebbe non solo negli scontri inziali ma anche dopo l’eventuale vittoria convenzionale, quando non potrà sottrarsi dal controllare l’impervio territorio del Paese e i suoi 93 milioni di abitanti (circa tre volte e mezza quelli dell’Iraq all’inizio di “Iraqi Freedom”) allo scopo di favorire il consolidamento di un governo amico.
Uno sforzo, quello appena ipotizzato, che, fin troppo chiaramente, gli USA non possono permettersi, specie in ragione delle loro esigenze strategiche globali e del fatto che, al fine di farvi fronte, US Army e US Marine Corps dispongono in tutto di 1.100.000 uomini.
Se, poi, Washington volesse adottare un’economia di guerra, richiamare tutti i riservisti o reintrodurre una qualche forma di leva obbligatoria sarebbe tutto un altro discorso, ma le probabilità che tali (costosissime) opzioni siano davvero allo studio risultano, effettivamente, molto basse. E, del resto, se gli iraniani hanno scelto l’adozione di una linea così “dura” è, verosimilmente, proprio sulla base di questa consapevolezza.
Le possibili ragioni sul perché l’Amministrazione Trump abbia deciso di lanciare l’operazione
Com’è ovvio che sia, questo stato di cose non manca di pesare sulla popolarità della stessa Amministrazione Trump.
Fino a pochi mesi fa, infatti, quest’ultima appariva fortemente orientata verso un approccio incentrato su una maggiore attenzione al proprio “estero vicino” (che nel caso statunitense corrisponde all’emisfero occidentale, visto, da sempre, come una sorta di “giardino di casa”) e sulla ricerca di un parziale disimpegno dagli altri scacchieri, eccezion fatta per quello indopacifico, dove, come noto, si gioca il grosso della partita tra USA e Cina per l’egemonia globale.

Con l’avvio di “Epic Fury”, invece, essa sembrerebbe aver intrapreso una strada molto diversa, rischiando di distogliere forze che potrebbero essere molto più utili altrove e provocando forti malumori in seno ai segmenti meno interventisti e/o filo-israeliani dell’elettorato MAGA.
Su quali siano le ragioni per cui gli USA abbiano deciso di dare il via a tale operazione le ipotesi sono molte.
Come noto, da diversi anni a questa parte, la strategia mediorientale di un’America ormai indipendente dal punto di vista energetico sembrerebbe ruotare, da un lato, attorno all’imperativo di impedire che il regime di Teheran, contiguo a diverse organizzazioni di stampo terroristico e, senz’altro, coo-responsabile del sanguinoso conflitto scatenatosi negli ultimi anni, possa entrare in possesso dell’arma nucleare e, dall’altro, attorno al più generale proposito di creare un definitivo asse tra Israele e monarchie del Golfo a cui appaltare il mantenimento della sicurezza dell’area (principale ragione alla base dei famosi accordi di Abramo, che, non a caso, l’Iran ha cercato di sabotare).
Fino a qualche settimana fa, che da tali obiettivi potesse scaturire un coinvolgimento così ampio nell’ambito di un attacco frontale contro la Repubblica Islamica non era affatto scontato. E, con riferimento a quanto appena detto, non è certo un caso che, in occasione della guerra dei dodici giorni del giugno scorso, più di un osservatore abbia avuto l’impressione che la mossa di Trump di colpire le infrastrutture nucleari che Israele non aveva la possibilità di raggiungere non avesse altro scopo se non quello di “togliere le castagne dal fuoco” a Tel Aviv e stabilizzare la situazione in maniera tale che gli iraniani fossero indotti a negoziare seriamente.
Evidentemente, però, durante le trattative dei mesi successivi i vertici iraniani non devono aver ispirato molta fiducia nei loro interlocutori, che, anche in ragione della crescente debolezza degli Ayatollah sul fronte interno, devono, probabilmente, essersi convinti a sferrare un attacco mirante ad annichilire le capacità militari del Paese e a decapitare il suo regime, con il più che probabile intento di abbatterlo una volta per tutte o di commissariarlo in maniera simile a quanto accaduto con quello venezuelano nel gennaio scorso.
In tal modo, se, da un lato, Israele avrebbe visto eclissarsi una delle sue maggiori minacce esistenziali (vedremo, a tal proposito, come evolveranno nel prossimo futuro i suoi rapporti con la Turchia, che non promettono niente di buono), dall’altro, gli USA avrebbero avuto la possibilità di togliere a Russia e Cina un importante alleato nell’area.
Gli USA tra la necessità di elaborare una “exit strategy” e quella di evitare una perdita di credibilità
Nel corso delle ultime cinque settimane e mezza, tuttavia, la resistenza iraniana e l’impossibilità di pianificare un’invasione su larga scala del territorio della Repubblica Islamica sembrerebbero aver indotto Washington a studiare una qualche forma di “exit strategy”, con l’obiettivo di evitare quel definitivo impantanamento da cui a trarre vantaggio sarebbero solo i suoi maggiori competitor.
Allo stesso tempo, però, abbandonare il campo senza ottenere nulla rischierebbe di tradursi in una gravissima perdita di credibilità, che, com’è facile intuire, per una superpotenza globale come gli USA potrebbe risultare non meno dannosa di una temporanea dispersione di forze.
Consapevole di questo, la Casa Bianca avrebbe, quindi, cercato, da un lato, di incentrare la propria narrativa sul fatto che le capacità militari iraniane fossero ormai state significativamente ridimensionate (cosa in buona parte anche vera ma che, a pensarci bene, sembrerebbe un po’ come se si dicesse: si, il regime è ancora lì e continua ad esserci ostile ma, in fondo, almeno un obiettivo lo abbiamo raggiunto…) e, dall’altro, di raggiungere qualche risultato concreto attraverso l’invio di un ultimatum ai vertici della Repubblica Islamica sul fatto che se non avessero accettato di rinunciare ai loro programmi in campo nucleare e missilistico, nonché di riaprire lo Stretto di Hormuz, sarebbe scattata una violentissima campagna contro la rete energetica e infrastrutturale del Paese (che “tradotto” significa: sarà pur vero che non possiamo invadervi ma se non fate come vi diciamo vi faremo comunque tornare all’età della pietra).
Nel frattempo, diverse migliaia di Marines e truppe aviotrasportate sarebbero giunte nell’area del Golfo o ridosso di essa, insieme alla USS Tripoli (LHA della classe “America”), alla USS Boxer (LHD della classe “WASP”), a due unità anfibie di classe “San Antonio” (USS New Orleans e USS Portland) e alla USS Comesotck (nave anfibia appartenente alla classe “Whidbey Island”).

Un rischieramento di forze che sembrerebbe preludere alla presa dell’Isola di Kharg, centro nevralgico dell’export di greggio iraniano le cui infrastrutture sono già state ripetutamente bombardate, e/o alla conduzione di operazioni speciali volte a neutralizzare o catturare l’uranio arricchito ancora nelle mani di Teheran.
Qualcuno ritiene, poi, che tali truppe potrebbero anche servire a facilitare un’occupazione temporanea dei territori della Repubblica Islamica a ridosso dello Stretto di Hormuz, sebbene, detto molto francamente, una simile ipotesi sembrerebbe essere del tutto irrealistica.
L’imminente scadenza dell’ultimatum di Trump e le sue possibili conseguenze
Ad oggi, il tira e molla sulle trattative va ormai avanti da circa venti giorni, e, malgrado l’ottimismo ostentato da Donald Trump riguardo al raggiungimento di un accordo (cosa che lo ha portato per ben quattro volte a rinviare la scadenza dell’ultimatum a cui si accennava pocanzi), il suo pacchetto di proposte, imperniato su quindici punti principali, sarebbe stato ripetutamente respinto da Teheran.
Stessa sorte sembrerebbe, poi, essere toccata anche ad un’altra proposta di cinque punti recentemente mediata dal Pakistan con l’aiuto di una Cina che, se da un lato, sembra sempre più preoccupata dall’eventualità che uno shock economico possa danneggiare le sue esportazioni, dall’altro, potrebbe anche essere interessata a sfruttare l’occasione per ottenere qualcosa in cambio da un’Amministrazione Trump alle prese con l’attuale situazione di impasse.
Dal canto suo, l’Iran avrebbe invece lanciato due proposte: una di qualche settimana fa, dal retrogusto essenzialmente provocatorio, in cui, tra le altre cose, si sosteneva che gli USA dovessero sostanzialmente ritirarsi dal Medio Oriente, e un’altra resa nota nella giornata di oggi.
Da quest’ultimo documento, imperniato, a quanto pare, su dieci punti, ci si dovrebbe aspettare, almeno in teoria, uno spirito maggiormente costruttivo, se non altro perché la scadenza definitiva dell’ultimatum statunitense dovrebbe arrivare proprio stanotte. E, questa volta, sempre al fine di non perdere credibilità, Donald Trump potrebbe davvero decidere di lanciare quell’escalation da lui promessa in caso di mancato accordo.
Negli ultimi giorni si sono, peraltro, avuti numerosi colpi che potremmo definire “di avvertimento”, che hanno senz’altro fornito una valida dimostrazione di ciò che potrebbe accadere, su scala molto più ampia, una volta superata la “deadline”. Si pensi, a tal proposito, al raid del 28 marzo scorso contro la centrale di Bushehr, a quello del 3 aprile contro il sito di arricchimento dell’uranio di Natanz e, non da ultimo, alla serie di attacchi subita nei giorni scorsi dal ponte B1 di Karaj, importante arteria di collegamento situata nei pressi di Teheran.
Alla luce di quanto appena detto, come potrà evolvere la situazione, per il momento, non è ancora del tutto chiaro. In effetti, considerando il duro stile negoziale che contraddistingue tanto l’attuale Amministrazione statunitense, quanto i Pasdaran (ormai palesemente alla guida dello Stato iraniano), ci si potrebbe anche aspettare qualche colpo di scena dell’ultimo minuto all’insegna di un improvviso ritorno alla diplomazia, anche se, poi, il fatto che Teheran starebbe pianificando la creazione di veri e propri cordoni umani attorno alle infrastrutture energetiche, unito ad alcune delle ultime dichiarazioni di Trump, inclusa quella secondo cui un’intera civiltà (quella iraniana ndr) potrebbe ormai “essere sul punto di morire”, non lasciano, certo, intravvedere un orizzonte di soluzioni troppo facili.
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