Iran: Hormuz, la stretta di Trump e la soglia del caos

Di Giuseppe Gagliano

TEHERAN. Donald Trump ha scelto di alzare ancora il livello dello scontro con l’Iran annunciando un blocco navale che, sotto la formula apparentemente tecnica dell’intercettazione selettiva, equivale in realtà a una sfida frontale alla sovranità iraniana e alla stabilità energetica mondiale.

Il Presidente statunitense Donald Trump

Dopo il fallimento dei colloqui di Islamabad, Washington non si limita più a minacciare bombardamenti o nuove sanzioni: prova a mettere le mani sul punto più sensibile dell’intero sistema regionale, lo Stretto di Hormuz, cioè la valvola attraverso cui passa una quota decisiva dell’energia diretta verso l’Asia e, indirettamente, verso l’economia globale.

La mossa americana viene presentata come una risposta all’“estorsione” iraniana, cioè ai pedaggi imposti da Teheran sulle navi in transito.

Ma il punto vero è un altro

Trump vuole trasformare la crisi di Hormuz in una leva negoziale assoluta: costringere l’Iran a rinunciare all’arricchimento dell’uranio, a smantellare i principali impianti nucleari, a fermare il sostegno agli alleati regionali e ad accettare una de-escalation modellata sulle priorità statunitensi e israeliane.

In sostanza non una trattativa, ma una resa.

Una tregua fragile appesa alla forza

Il cessate il fuoco di due settimane, raggiunto appena sei giorni prima, appare già come una parentesi precaria.

L’annuncio del blocco navale dimostra che Washington considera la tregua non come un compromesso politico, ma come un intervallo operativo utile a riposizionare la pressione militare ed economica.

Anche per questo il negoziato di Islamabad era probabilmente condannato fin dall’inizio: gli Stati Uniti si sono presentati con un pacchetto di richieste talmente ampio da toccare insieme il nucleare, la proiezione regionale iraniana, la libertà di navigazione e perfino la gestione dell’uranio altamente arricchito.

Troppo per un Paese che, pur colpito, non si percepisce come sconfitto.

Dal canto suo Teheran continua a tenere aperta la porta diplomatica, ma chiede fiducia, sblocco dei beni congelati e risarcimenti per i danni di guerra.

È una posizione che rivela un calcolo preciso: l’Iran sa di non poter vincere uno scontro navale diretto con gli Stati Uniti, ma sa anche che Washington non può permettersi un conflitto lungo capace di travolgere i mercati energetici, irritare gli alleati asiatici e aggravare i costi politici interni della guerra.

Un Carrier BattleGroup dell’US Navy

La trappola strategica di Hormuz

Sulla carta il piano americano sembra meno rischioso di una scorta armata sistematica dei mercantili.

In pratica, però, il blocco apre una zona grigia estremamente pericolosa. Per sequestrare o abbordare le navi che pagano il pedaggio iraniano serviranno cacciatorpediniere, squadre di ispezione, copertura aerea, sorveglianza continua e una catena decisionale rapidissima.

In uno spazio ristretto come il Golfo, ogni abbordaggio può trasformarsi in incidente, ogni drone innescare una rappresaglia, ogni motoscafo armato diventare il detonatore di una nuova escalation.

L’Iran, inoltre, non ha bisogno di affrontare frontalmente la Marina americana per ottenere un effetto destabilizzante.

Gli basta rendere il teatro abbastanza insicuro da far salire premi assicurativi, costi di trasporto, prezzi del greggio e nervosismo dei mercati.

È la logica asimmetrica che Teheran pratica da anni: non cercare lo scontro classico, ma aumentare il prezzo politico ed economico della superiorità militare avversaria.

Il colpo all’Asia, il conto all’Occidente

Sul piano geoeconomico il blocco navale è una mossa che colpisce l’Iran ma non si ferma all’Iran.

Le economie asiatiche, dipendenti da petrolio, gas, prodotti raffinati e merci che transitano dal Golfo, sarebbero le prime a pagare.

Ma l’onda d’urto arriverebbe rapidamente anche in Europa e negli Stati Uniti, sotto forma di rincari energetici, tensioni logistiche e nuova inflazione importata.

Trump sembra convinto che il danno principale ricadrebbe su Teheran.

È vero solo in parte. L’Iran soffrirebbe di più sul piano immediato delle entrate e dell’export, ma il sistema globale entrerebbe in una fase di vulnerabilità che finirebbe per penalizzare anche l’Occidente.

Qui emerge una contraddizione strategica evidente.

Washington vuole piegare l’Iran usando Hormuz, ma così facendo mette sotto pressione i partner che dovrebbero sostenere la sua linea.

Non è affatto detto che tutti i Paesi evocati da Trump siano disposti a partecipare davvero a un’operazione che rischia di trasformarsi in un embargo di fatto e in una crisi energetica mondiale.

Il sostegno politico evocato dalla Casa Bianca potrebbe rivelarsi molto più fragile del previsto.

Nucleare, risarcimenti e guerra lunga

Il vero nodo resta però il nucleare. Gli Stati Uniti insistono perché l’Iran rinunci di fatto alla propria infrastruttura strategica e consegni o lasci rimuovere l’uranio altamente arricchito.

Ma qui la distanza è quasi insormontabile.

Per Teheran il programma nucleare non è solo un dossier tecnico: è una garanzia di sopravvivenza del regime, una carta di deterrenza e un simbolo di sovranità.

Pretenderne lo smantellamento totale significa chiedere all’Iran di firmare la propria subordinazione strategica.

A questo si aggiunge la questione dei risarcimenti, che per la leadership iraniana ha un valore politico oltre che economico.

Chiedere denaro in cambio della pace significa introdurre un principio: chi attacca paga.

È esattamente il contrario della logica americana e israeliana, fondata sull’idea che la forza militare debba produrre concessioni, non obblighi.

La verità dietro l’annuncio

Il blocco navale annunciato da Trump non è ancora la guerra totale, ma è qualcosa di più di una semplice misura coercitiva.

È un test di volontà. Trump vuole capire se l’Iran cederà sotto la pressione combinata della minaccia militare, dell’asfissia commerciale e della paura di una nuova devastazione.

L’Iran, invece, scommette sul fatto che il costo di questa strategia diventerà presto troppo alto per Washington e per i suoi alleati.

La posta in gioco, dunque, non è soltanto Hormuz

È il principio che governa il Medio Oriente del dopoguerra regionale: se debba prevalere una pace imposta con la forza o un equilibrio armato fondato sulla reciproca capacità di nuocere.

Per ora nessuna delle due parti sembra pronta a cedere.

Ed è proprio questo il dato più inquietante: nel Golfo non siamo davanti a una soluzione, ma a una pausa armata in cui ogni mossa diplomatica somiglia sempre di più alla preparazione del colpo successivo.

Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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