Malta: alla scoperta dell’architettura militare di La Valletta. Fu progettata ex novo dal military engineer Francesco Laparelli, allievo di Michelangelo

Di Anna Maria De Luca 

LA VALLETTA (MALTA).  Le mura color miele si alzano dal mare con una verticalità deliberata, i bastioni sporgono in sequenza calcolata, e il Grand Harbour si apre come uno spazio controllato, non come un porto aperto.

Nessun elemento di questa skyline è casuale. La Valletta è architettura militare vestita da città.

Un’immagine di La Valletta

Fondata nel 1566 dall’Ordine di San Giovanni – dopo il trauma del Grande Assedio del 1565 – la città fu progettata ex novo dal military engineer Francesco Laparelli, allievo di Michelangelo e collaboratore di Papa Pio IV, con il preciso mandato di creare una piazzaforte inespugnabile nel cuore del Mediterraneo.

Il risultato è uno dei più coerenti esempi di urbanistica militare rinascimentale mai realizzati: la griglia stradale è pensata per canalizzare i venti, ma anche per consentire tiri di artiglieria lungo gli assi principali in caso di breccia.

La posizione scelta per La Valletta non è un compromesso tra esigenze civili e militari: è una decisione puramente strategica.

Il monte Sciberras – la penisola su cui sorge la città — domina entrambi i grandi porti naturali di Malta: il Grand Harbour a Sud-Est e il Marsamxett Harbour a nord-ovest. Chi controlla questo promontorio controlla l’accesso marittimo all’isola intera.

Il Bastione di San Giovanni e il Bastione d’Europa, all’estremità sud-occidentale, coprono l’unico approccio terrestre alla penisola.

Il fossato secco che li precede – profondo fino a 18 metri e largo oltre 30 – è ancora oggi il fossato difensivo più ben conservato del Mediterraneo occidentale.

La geometria bastionata adottata — sviluppata sulla scorta delle esperienze italiane del XVI secolo e nota come trace italienne — risponde a una logica precisa: eliminare i punti ciechi sui quali l’artiglieria nemica poteva concentrarsi impunemente. I bastioni sporgenti permettono fuochi incrociati sui fianchi, rendendo ogni metro di mura coperto da almeno due posizioni di tiro amico.

Un visitatore moderno che percorra le mura può leggere questo sistema quasi intuitivamente, a condizione di sapere cosa cercare.

Un’immagine di Fort St. Elmo

Fort St. Elmo

All’estremità settentrionale della penisola, Fort St. Elmo occupa la posizione più avanzata e più esposta dell’intero sistema difensivo.

Durante il Grande Assedio del 1565, la guarnigione del forte (circa 600 uomini) resistette per 31 giorni all’armata ottomana di Suleiman il Magnifico.

Quando il forte cadde, l’assalto aveva già inflitto all’impero perdite che nessun piano di guerra aveva previsto per un’opera ritenuta minore.

Oggi Fort St. Elmo ospita il Museo Nazionale della Guerra, destinazione imprescindibile per qualsiasi analista militare.

Le esposizioni coprono il materiale bellico maltese dalla resistenza ottomana fino alla Seconda Guerra Mondiale, con una collezione di aerei, artiglieria e documentazione operativa di raro valore.

L’edificio stesso, con la sua pianta a stella e il tenaglio d’avanguardia, è un testo di dottrina difensiva visitabile in tre dimensioni.

Le batterie basse coprivano gli imbocchi del porto a quota rasente l’acqua, efficaci contro gli scafi delle galere ottomane

Le batterie alte garantivano fuochi piani su tutta la rada esterna

Il tenaglio frontale – opera difensiva avanzata aggiunta nel XVII secolo – assorbiva il primo urto di qualsiasi assalto terrestre

Il perimetro difensivo di La Valletta è un sistema integrato, non una semplice cinta muraria. Si compone di elementi distinti che un ingegnere militare moderno riconoscerebbe come una soluzione completa al problema della difesa in profondità.

I bastioni principali, denominati con i nomi dei langues dell’Ordine (Castiglia, Aragona, Inghilterra, Provenza) sono costruiti in calcare corallino locale di notevole durezza.

Lo spessore delle mura varia da 6 a oltre 14 metri alla base, dimensionato per assorbire il fuoco delle artiglierie pesanti del XVI secolo.

La scarpatura inclinata della faccia esterna deflette i proiettili e riduce la superficie colpita.

Davanti ai bastioni più esposti furono aggiunti nel corso del XVII e XVIII secolo elementi di protezione avanzata: controguardie (che coprono i fianchi dei bastioni) e rivellini (che proteggono le cortine murarie intermedie). Questi interventi successivi dimostrano che il sistema fu aggiornato con continuità in risposta all’evoluzione dell’artiglieria.

Il fossato secco sul fronte di terraferma è scavato nella roccia viva.

Non contiene acqua, scelta deliberata che ne facilita la difesa attiva, ed è affiancato da caponiere che permettono fuochi radenti sul fondo del fossato stesso.

Chi tentasse di attraversarlo si troverebbe sotto fuoco da tre direzioni simultanee.

 Sopraelevazioni interne ai bastioni permettevano il posizionamento di artiglieria pesante in posizione dominante. Da queste piattaforme le bocche da fuoco dell’Ordine potevano battere bersagli sia nel porto interno che nel tratto di mare aperto antistante.

Una vista panoramica del Grand Harbour

Il Grand Harbour

Il Grand Harbour non è soltanto lo sfondo scenografico di La Valletta: è la ragione della sua esistenza. Si tratta di uno dei porti naturali più profondi e meglio riparati del Mediterraneo, capace di ospitare flotte di ogni dimensione e difeso – nella sua configurazione storica – da una serie di opere che ne rendevano l’accesso pressoché impossibile senza dominio aereo e superiorità di fuoco.

I forti che presidiano le due rive del porto – Fort St. Angelo sul lato di Birgu, Fort Ricasoli all’imbocco meridionale, Fort St. Elmo sul lato della Valletta – formavano un sistema di fuochi incrociati che copriva ogni traiettoria di avvicinamento. Le catene di sbarramento che chiudevano l’imbocco nelle emergenze completavano la difesa passiva.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, questo stesso porto fu il bersaglio principale dell’aviazione dell’Asse tra il 1940 e il 1942.

Malta ricevette per quella resistenza la George Cross britannica. Una  onorificenza civile attribuita collettivamente all’intera popolazione dell’isola, fatto senza precedenti nella storia militare del Commonwealth.

La mostra permanente nel Palazzo del Gran Maestro documenta questo periodo con materiale fotografico e operativo di primissimo livello.

Il Grand Harbour ospita oggi la sede del Maritime Rescue Coordination Centre (MRCC) maltese e mantiene un ruolo operativo nella gestione del traffico marittimo nel Canale di Sicilia, uno dei corridoi navali più trafficati del Mediterraneo.

I Giardini dell’Upper Barrakka, elevati di circa 50 metri sul livello del mare, offrono quello che in gergo militare si definisce un punto di osservazione dominante: visuale libera a 180 gradi sull’intero Grand Harbour, sui tre città sul lato opposto (Vittoriosa, Senglea, Cospicua) e sul tratto marino fino all’orizzonte.

Non è una coincidenza che questa posizione fosse, storicamente, sede di una batteria d’artiglieria pesante — la Batteria dei Saluti, ancora oggi operativa con salve ceremoniali quotidiane.

Per un analista militare, il valore di questa posizione è immediatamente leggibile: chiunque controlli l’altopiano della Valletta controlla la vista su ogni movimento navale nel raggio di decine di chilometri. Era vera nel 1565. Era vera nel 1942. Rimane vera oggi per qualsiasi sistema di sorveglianza marittima.

Il Palazzo del Gran Maestro

Nel cuore della griglia urbana, il Palazzo del Gran Maestro svolgeva la funzione che oggi attribuiremmo a un Combined Joint Operations Centre: sede del comando supremo dell’Ordine, centro delle comunicazioni diplomatiche e militari, deposito degli archivi operativi.

L’Armeria del Palazzo conserva una delle collezioni di armature e armi da fuoco del XVI-XVII secolo più complete d’Europa – materiale che consente una valutazione diretta delle capacità tecnologiche delle forze in campo durante il periodo di massima rilevanza strategica di Malta.

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