Di Fabrizio Scarinci
ISLAMABAD. I negoziati di Islamabad tra Stati Uniti e Iran sono falliti.
A renderlo noto, sia il Vice Presidente USA JD Vance, che ha lasciato il Pakistan lamentandosi del fatto che Teheran avrebbe rifiutato quella che, per lui, sarebbe stata “l’offerta finale migliore possibile”, sia le autorità iraniane, che, dal canto loro, avrebbero invece definito “irragionevoli” le richieste della delegazione a stelle e strisce.

Nel suo complesso la notizia non dovrebbe stupire, poi, più di tanto, anche perché entrambe le delegazioni sembrerebbero essersi presentate all’incontro con il classico piglio dei vincitori intenti a dettare le proprie condizioni alla controparte.
In tale contesto, sembrerebbe aver contribuito non poco a complicare le cose anche l’enorme confusione generatasi attorno all’ultima proposta di Teheran per il cessate il fuoco, che, secondo alcune ricostruzioni, il Presidente statunitense Donald Trump avrebbe definito una “base praticabile su cui negoziare” prima ancora che venisse redatta in un testo completo e definitivo.

Nel corso dell’ultima settimana, di tale proposta avrebbero, infatti, iniziato a circolare due distinte versioni; una in lingua farsi, molto meno conciliante di quanto sperato, in cui, tra le altre cose, si parlava dell’accettazione dell’arricchimento dell’uranio da parte di Washington, di un risarcimento alla Repubblica Islamica per i danni subiti, del ritiro delle forze statunitensi dalla regione e, non da ultimo, del fatto che gli iraniani avrebbero continuato a mantenere il controllo dello Stretto di Hormuz, e una in lingua inglese, in cui si parlava invece della riapertura dello Stretto senza alcun riferimento all’accettazione del fatto che la Repubblica Islamica potesse ritenersi libera di arricchire l’uranio.
Com’era ovvio che fosse, tali nodi sarebbero, infine, venuti al pettine, determinando il naufragio delle trattative.
Il “problema Iran” è ben lungi dall’essere risolto
Sullo sfondo di quanto avvenuto ad Islamabad, si staglia, come noto, una situazione particolarmente complessa, con Washington e Tel Aviv, che, malgrado i pesantissimi raid condotti sull’Iran, si ritrovano non solo ad aver fallito nel provocare un cambio di regime e nel sopprimere in maniera definitiva i programmi nucleari e missilistici di Teheran, ma anche alle prese con il già citato “problema Hormuz”, che rappresenta una sfida non solo all’intero sistema economico del pianeta, ma anche alle consuetudini vigenti in materia di transito negli stretti e al ruolo egemonico della superpotenza statunitense, che si fonda, tra le altre cose, proprio sulla capacità di garantire la libera navigazione negli oceani di tutto il mondo.

Con la tensione che torna a salire gli USA annunciano il proprio blocco
Dopo il fallimento delle trattative, il Premier pakistano Sharif avrebbe chiesto a USA e Iran di rispettare la tregua almeno fino alla sua scadenza.
Già nel pomeriggio, però, Trump avrebbe annunciato una sorta di “contro-blocco” di Hormuz finalizzato a non lasciar passare nessuno che abbia pagato l’Iran, specificando come la Marina statunitense avrebbe presto iniziato a sminare lo Stretto e come qualsiasi iraniano eventualmente intenzionato ad aprire il fuoco sarebbe stato “spedito all’inferno”.
Allo stesso tempo, il Capo della Casa Bianca sarebbe tornato a minacciare di colpire obiettivi civili. Un avvertimento che, in ragione della necessità statunitense di non perdere la propria credibilità, nonché di quanto accade in Libano, dove Israele prosegue le sue operazioni contro i miliziani di Hezbollah, potrebbe, senz’altro, lasciar presagire una nuova escalation generalizzata del conflitto.
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