Iran: la guerra annunciata e il gioco pericoloso dell’attesa. Teheran prepara la popolazione, Washington prepara le opzioni

Di Giuseppe Gagliano*

TEHERAN. Quando un governo dichiara di essere pronto a «tutti gli scenari», di solito significa che teme di non poter controllare quello peggiore. L’Iran si prepara alla possibile sospensione dei collegamenti aerei e ferroviari, rafforza la protezione dei siti nucleari e diffonde nella popolazione una cultura della mobilitazione. Gli Stati Uniti, nel frattempo, completano i preparativi militari ma rinviano ogni eventuale decisione a dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre.

È la classica situazione in cui tutti dichiarano di non volere l’escalation mentre adottano misure che la rendono più probabile.

Teheran non può competere con Washington sul piano convenzionale. Gli Stati Uniti dispongono di superiorità aerea, capacità satellitari, bombardieri a lungo raggio, missili da crociera e basi distribuite nel Golfo. L’Iran risponde quindi secondo la propria tradizione strategica: dispersione delle infrastrutture, protezione dei centri sensibili, rafforzamento della difesa antiaerea e minaccia di una rappresaglia estesa all’intera regione.

F-35C dell’US Navy decolla da una portaerei

 

La vera arma iraniana è l’allargamento del conflitto

La deterrenza iraniana non consiste nella possibilità di sconfiggere militarmente gli Stati Uniti. Consiste nella capacità di rendere molto costosa una vittoria americana.

Teheran può colpire basi, porti, aeroporti, infrastrutture energetiche e rotte marittime attraverso missili, droni e organizzazioni alleate. Può inoltre esercitare pressione sul traffico nel Golfo Persico e nello stretto di Hormuz, attraverso il quale transita una quota decisiva delle esportazioni mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto.

Gli attacchi contro i siti nucleari potrebbero danneggiare strutture, impianti e sistemi di comando, ma difficilmente cancellerebbero le conoscenze accumulate dall’Iran. Una campagna limitata rischierebbe quindi di ottenere il risultato opposto: spingere Teheran ad accelerare il programma nucleare, abbandonare ogni residua cooperazione internazionale e trasformare la capacità atomica da strumento negoziale in obiettivo militare prioritario.

Anche un successo tattico americano potrebbe così produrre una sconfitta strategica.

Un missile balistico iraniano di tipo Emad

 

Il prezzo economico della guerra

La sospensione dei voli e dei servizi ferroviari, evocata dal governo iraniano, mostra che Teheran teme non soltanto i bombardamenti, ma la paralisi progressiva dell’economia. Trasporti interrotti, assicurazioni marittime più costose, fuga di capitali, svalutazione della moneta e difficoltà nell’importazione di beni essenziali colpirebbero una popolazione già provata dalle sanzioni.

Ma il danno non resterebbe confinato all’Iran. Una crisi nello stretto di Hormuz farebbe aumentare rapidamente il prezzo del petrolio, con effetti sull’inflazione, sui trasporti e sui costi industriali. Le economie asiatiche dipendenti dalle forniture del Golfo sarebbero particolarmente vulnerabili. Anche l’Europa, pur avendo ridotto alcune dipendenze, subirebbe il rincaro dell’energia e delle merci.

Le monarchie del Golfo si troverebbero in una posizione ancora più delicata. Sono alleate degli Stati Uniti, ma le loro città, raffinerie, centrali e infrastrutture portuali restano esposte alla rappresaglia iraniana. Per questo possono sostenere la pressione su Teheran senza desiderare una guerra aperta sul proprio territorio.

 

Russia e Cina, alleati fino a un certo punto

Il ruolo di Mosca e Pechino rimane volutamente ambiguo. La Russia può offrire informazioni, tecnologia, consulenza e cooperazione militare, ma ha interesse a evitare uno scontro diretto con gli Stati Uniti. Un Medio Oriente instabile può favorire l’aumento dei prezzi energetici e distrarre Washington dal fronte europeo, ma una guerra incontrollata rischierebbe di coinvolgere interessi russi e alleati regionali.

La Cina ha motivazioni ancora più prudenti. L’Iran è un partner energetico e geopolitico importante, ma Pechino dipende dalla stabilità delle rotte commerciali e dalle forniture provenienti dall’intero Golfo. Non avrebbe alcun interesse a sacrificare i rapporti con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e altri produttori per sostenere incondizionatamente Teheran.

Russia e Cina possono quindi aiutare l’Iran abbastanza da impedirne il completo isolamento, ma non necessariamente abbastanza da proteggerlo da una campagna militare americana.

 

Trump e la guerra dopo le elezioni

La promessa di non attaccare prima del voto non equivale a una scelta di pace. Trasforma piuttosto il calendario elettorale in una scadenza strategica. Washington mantiene l’incertezza, costringe l’Iran a consumare risorse nella preparazione difensiva e conserva la possibilità di agire successivamente.

Ma la guerra non obbedisce sempre ai calendari politici. Un drone abbattuto, un attacco contro una base americana o un errore di valutazione possono anticipare decisioni che i governi pensavano di controllare.

Il problema non è stabilire chi disponga della maggiore potenza militare: la risposta è evidente. Il problema è capire se gli Stati Uniti possano colpire l’Iran senza incendiare il Golfo, destabilizzare il mercato energetico e rafforzare proprio quelle forze iraniane che presentano lo scontro come una battaglia per la sopravvivenza nazionale.

Prepararsi a tutti gli scenari è relativamente semplice. Governarne le conseguenze è tutt’altra cosa.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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