Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON D.C. Definire le prossime sanzioni contro l’Iran «le più dure della storia» serve innanzitutto a preparare il terreno politico.
Il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent vuole mostrare che Washington dispone ancora di uno strumento decisivo dopo quasi sei mesi di guerra, bombardamenti e tentativi falliti di costringere Teheran alla resa.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi risponde che il ritorno alla pressione economica dimostra la disperazione americana.

Anche questa è propaganda. Le sanzioni non hanno rovesciato la Repubblica islamica, ma hanno ridotto gli investimenti, indebolito la moneta, frenato la modernizzazione energetica e aumentato il costo delle importazioni. Sopravvivere alle sanzioni non significa esserne immuni.
La novità è che la pressione finanziaria non viene più esercitata contro un Paese in condizioni di relativa pace.
Si somma ai danni provocati dai bombardamenti statunitensi e israeliani, all’interruzione delle attività produttive, alla difficoltà di esportare petrolio e alla crisi della navigazione nel Golfo.
Washington ritiene che la sovrapposizione tra guerra militare, blocco marittimo e isolamento commerciale possa produrre ciò che decenni di sanzioni non hanno ottenuto: una crisi interna capace di minacciare la sopravvivenza del regime. Reuters�
Il vero bersaglio è la Cina
Per colpire ancora più duramente l’Iran non basta aggiungere nomi all’elenco delle imprese sanzionate.
Gran parte del sistema economico iraniano è già esclusa dai mercati occidentali. Il prossimo passo consiste nell’attaccare i compratori, le banche, le compagnie di navigazione, gli assicuratori e gli intermediari che consentono a Teheran di vendere petrolio.

Il bersaglio principale è Pechino. Nel 2025 la Cina avrebbe acquistato circa 1,38 milioni di barili iraniani al giorno, assorbendo oltre l’80% delle esportazioni petrolifere marittime dell’Iran.
Gli scambi avvengono attraverso pagamenti non denominati in dollari, società intermediarie, trasferimenti di carico e petroliere che cambiano frequentemente identità e proprietà.
Per interrompere questo circuito, gli Stati Uniti dovrebbero colpire direttamente raffinerie, istituti finanziari e imprese cinesi. Ma a quel punto le sanzioni cesserebbero di essere soltanto una misura contro Teheran e diventerebbero un nuovo fronte dello scontro geoeconomico con Pechino.
La Cina non ha interesse a salvare gratuitamente l’Iran.
Vuole petrolio scontato, continuità dei rifornimenti e libertà di navigazione. La chiusura di Hormuz danneggia anche Pechino, che importa grandi quantità di energia dagli altri produttori del Golfo.

Tuttavia, accettare le imposizioni statunitensi significherebbe riconoscere a Washington il diritto di stabilire con chi le imprese cinesi possano commerciare. È quindi probabile che Pechino eserciti pressioni su Teheran per ridurre la crisi marittima, continuando però a respingere le sanzioni extraterritoriali americane.
Hormuz, la risposta asimmetrica iraniana
Dal punto di vista militare l’Iran non può sconfiggere le forze aeronavali statunitensi in una battaglia convenzionale. Può però rendere estremamente costoso garantire il passaggio delle navi commerciali. Missili costieri, mine navali, imbarcazioni veloci e velivoli senza pilota obbligano gli Stati Uniti a sorvegliare continuamente un’area ristretta e congestionata.
Teheran non deve controllare stabilmente lo Stretto. È sufficiente mantenere un rischio abbastanza elevato da spingere armatori e assicuratori a sospendere i viaggi. Prima della guerra transitavano da Hormuz circa 21,6 milioni di barili di petrolio e derivati al giorno.
Nel secondo trimestre del 2026 il volume medio era sceso a 4,9 milioni, mentre in agosto sarebbe arrivato attorno ai due milioni.
Amministrazione statunitense per l’informazione energetica.
La forza iraniana consiste dunque nella possibilità di internazionalizzare il costo dell’assedio. Se Washington blocca le esportazioni di Teheran, l’Iran minaccia quelle di tutti. È una strategia di negazione, non di dominio: trasformare la propria vulnerabilità economica in vulnerabilità collettiva.
Questa capacità non è però illimitata. Una chiusura prolungata priva anche l’Iran delle proprie entrate, logora le sue forze navali e offre agli Stati Uniti il pretesto per distruggere sistematicamente infrastrutture costiere e depositi missilistici.
Inoltre incoraggia l’Arabia Saudita e gli Emirati a sviluppare oleodotti capaci di aggirare lo Stretto.
L’arma di Hormuz è potente nel breve periodo, ma rischia di ridurre nel lungo periodo la centralità geoeconomica dell’Iran.
Il petrolio come sanzione contro l’Occidente
La crisi ha già modificato il mercato mondiale. Lo Stretto rappresentava oltre un quarto del commercio marittimo mondiale di petrolio e circa un quinto degli scambi di gas naturale liquefatto. La riduzione dei flussi ha spinto al rialzo prezzi, assicurazioni e costi di trasporto. L’amministrazione energetica statunitense prevede per il terzo trimestre del 2026 un prezzo medio del greggio europeo attorno agli 85 dollari al barile. Amministrazione statunitense per l’informazione energetica�
Qui emerge la contraddizione americana. Più le sanzioni sono efficaci nel ridurre l’offerta iraniana e più aumentano il prezzo pagato dai consumatori occidentali. Teheran può esportare meno petrolio, ma venderlo a un prezzo più alto attraverso canali clandestini.
I maggiori beneficiari diventano inoltre gli altri produttori, dagli Stati Uniti alla Russia.
La pressione su Hormuz rafforza il gas statunitense, aumenta l’importanza delle rotte saudite verso il Mar Rosso e accelera la ricerca europea e asiatica di fornitori alternativi.
La guerra economica contro l’Iran sta quindi ridisegnando i flussi energetici mondiali, ma non necessariamente a vantaggio esclusivo di Washington.
Il Pakistan cerca una via d’uscita
La visita a Teheran del Comandante dell’Esercito pakistano Asim Munir mostra che una parte della diplomazia regionale tenta di evitare il passaggio dalla pressione alla catastrofe. I
slamabad mantiene rapporti con Washington e Pechino, dialoga con le monarchie arabe e condivide con l’Iran una frontiera difficile. Può quindi trasmettere proposte senza apparire completamente schierata.

Il progetto iraniano di un sistema di sicurezza regionale indipendente dagli Stati Uniti cerca di sfruttare il timore degli Stati del Golfo di diventare bersagli di una guerra combattuta principalmente nell’interesse di Washington e Israele.
Ma le monarchie arabe diffidano dell’Iran e delle sue capacità missilistiche almeno quanto temono l’imprevedibilità americana.
La soluzione più realistica resta uno scambio graduale: riapertura verificabile dello Stretto, ripresa delle ispezioni nucleari, sospensione di alcuni attacchi e alleggerimento progressivo delle sanzioni. Nessuna delle due parti sembra ancora disposta a presentarlo come un compromesso.
Bessent può infliggere all’Iran un danno economico devastante; Araghchi può impedire che quel danno resti confinato all’Iran.
È questo l’equilibrio perverso della crisi: Washington possiede la superiorità finanziaria e militare,
Teheran la capacità geografica di far pagare al mercato mondiale il prezzo della propria resistenza.
Le nuove sanzioni non saranno inutili, ma nemmeno risolutive. Potrebbero indebolire la Repubblica islamica senza abbatterla e impoverire la popolazione senza produrre la rivolta immaginata dalla Casa Bianca.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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