Di Cristina Di Silvio*
TEHERAN. L’Iran entra nel 2026 come una potenza regionale ancora strutturalmente integra sul piano militare e securitario, ma inserita in una traiettoria di crescente compressione interna ed esterna che ne riduce progressivamente la flessibilità strategica.
Non emergono indicatori di collasso statuale né segnali di disarticolazione dell’apparato di difesa; il sistema continua a funzionare.
È proprio questa funzionalità sotto pressione a costituire il principale fattore di rischio nel medio periodo.
Negli ultimi mesi, la pressione interna ha assunto caratteri più estesi e persistenti rispetto alle precedenti ondate di dissenso.

Le proteste, originate da fattori economici e rapidamente diffuse su scala nazionale, non configurano una minaccia immediata alla sopravvivenza del regime, ma indicano una frattura strutturale nel rapporto tra Stato e società.
Il dissenso appare meno ideologico e più pragmatico, trasversale sul piano sociale e territoriale, e alimentato da un deterioramento costante delle condizioni materiali.
La risposta delle autorità si colloca lungo una linea di contenimento rigido.
L’impiego della repressione selettiva, il rafforzamento degli apparati di sicurezza interna e il ricorso sistematico al blackout delle comunicazioni digitali indicano una strategia difensiva orientata a ridurre visibilità, coordinamento e capacità di mobilitazione.

Questa postura si è dimostrata efficace nel breve periodo, ma comporta un costo crescente in termini di capitale politico, gestione del consenso e allocazione delle risorse decisionali.
Sul piano economico, il quadro resta critico. L’impatto combinato delle sanzioni reintrodotte, della contrazione delle entrate energetiche e della perdita di fiducia nella valuta nazionale continua a comprimere la capacità dello Stato di assorbire shock sociali.
Il deterioramento macroeconomico non produce effetti immediati sulla tenuta militare, ma agisce come moltiplicatore di pressione interna e come vincolo strutturale alla proiezione di potenza nel medio termine.
Dal punto di vista militare, l’Iran mantiene una postura coerente e credibile. La dottrina resta fondata su deterrenza asimmetrica, profondità strategica regionale e capacità di negazione dell’accesso.
Missili balistici e da crociera, sistemi UAV, assetti navali leggeri e una rete articolata di attori non statali costituiscono un ecosistema integrato progettato per scoraggiare il confronto diretto e per gestire escalation graduali.
Le operazioni subite nel corso del 2025, incluse azioni mirate contro infrastrutture sensibili, non hanno prodotto un indebolimento strutturale, ma hanno accelerato processi di adattamento, decentralizzazione e ridondanza operativa.
Il dossier nucleare continua a rappresentare il principale moltiplicatore strategico.
La postura iraniana resta improntata all’ambiguità deliberata: nessuna dichiarazione di svolta, nessuna rinuncia verificabile.
La percezione di una soglia tecnologica rapidamente raggiungibile svolge una funzione deterrente senza richiedere una decisione politica irreversibile.
Tuttavia, questa ambiguità restringe ulteriormente lo spazio diplomatico e aumenta la probabilità di iniziative preventive da parte degli avversari, in particolare Israele.
Israele continua a considerare l’evoluzione del programma nucleare iraniano una minaccia esistenziale, mantenendo una postura orientata alla neutralizzazione anticipata. Gli Stati del Golfo interpretano l’Iran principalmente come fattore di instabilità sistemica e privilegiano approcci di gestione del rischio piuttosto che il confronto diretto. Gli Stati Uniti appaiono concentrati sul contenimento e sulla deterrenza rafforzata, con l’obiettivo di prevenire un’escalation regionale non controllabile, pur mantenendo una presenza militare credibile nel teatro.
I rapporti con Russia e Cina offrono a Teheran margini di resilienza diplomatica ed economica, ma non configurano un sistema di alleanze in grado di garantire supporto militare diretto in caso di crisi. L’Iran resta sostanzialmente solo nella gestione della propria sicurezza strategica. Questa consapevolezza rafforza l’autosufficienza, ma contribuisce anche a una postura sempre più rigida e meno incline al compromesso.
Nel breve-medio periodo, il rischio principale non deriva da una scelta deliberata di escalation da parte iraniana, bensì da dinamiche di attrito cumulativo.
Operazioni condotte da attori proxy oltre soglie implicite, incidenti marittimi in aree ad alta densità militare o azioni preventive interpretate come attacchi strategici potrebbero innescare escalation non pianificate. In un ambiente caratterizzato da deterrenza saturata, pressione interna e canali di comunicazione limitati, il margine di errore risulta significativamente ridotto.
In sintesi, l’Iran del 2026 resta una potenza regionale militarmente credibile ma politicamente compressa ed economicamente vulnerabile. La capacità coercitiva del sistema persiste; ciò che si riduce è l’elasticità strategica.
Per l’analisi di difesa, questo rappresenta il punto critico: i sistemi sottoposti a pressione prolungata non collassano necessariamente, ma tendono a reagire in modo più rigido e meno prevedibile agli shock, aumentando il rischio di escalation non intenzionale in un quadrante già strutturalmente instabile.
ENGLISH VERSION
Iran: Coercive Resilience and the Risk of Strategic Rigidity
By Cristina Di Silvio**
TEHERAN. Iran enters 2026 as a regional power that remains structurally intact in military and security terms, yet it operates along a trajectory of increasing internal and external pressures that progressively reduce its strategic flexibility.
There are no indicators of state collapse nor signs of disintegration within the defense apparatus; the system continues to function. It is precisely this functionality under sustained pressure that constitutes the primary medium-term risk factor.
In recent months, internal pressure has become broader and more persistent compared to previous waves of dissent.
Protests, initially driven by economic grievances and rapidly spreading nationwide, do not constitute an immediate threat to the regime’s survival, but they signal a structural fracture in the relationship between the state and society. Dissent appears less ideological and more pragmatic, cutting across social and territorial lines, and fueled by a steady deterioration in material conditions.
The authorities’ response has followed a rigid containment strategy.
The use of selective repression, reinforcement of internal security apparatuses, and systematic digital communications blackouts point to a defensive posture aimed at reducing visibility, coordination, and mobilization capacity. While effective in the short term, this approach carries an increasing cost in political capital, consent management, and allocation of decision-making resources.
Economically, the situation remains critical.

The combined effects of reimposed sanctions, contraction of energy revenues, and declining confidence in the national currency continue to constrain the state’s ability to absorb social shocks. While macroeconomic deterioration does not immediately undermine military readiness, it functions as a multiplier of internal pressure and a structural constraint on power projection in the medium term.

From a military perspective, Iran maintains a coherent and credible posture.
Its doctrine remains grounded in asymmetric deterrence, regional strategic depth, and access denial. Ballistic and cruise missiles, UAV systems, light naval assets, and a complex network of non-state actors constitute an integrated ecosystem designed to discourage direct confrontation and manage incremental escalation.
Operations experienced in 2025, including targeted actions against critical infrastructure, have not produced structural weakening, but they have accelerated processes of operational adaptation, decentralization, and redundancy.
The nuclear dossier continues to represent the main strategic force multiplier. Iran’s posture remains deliberately ambiguous: there are no breakthrough declarations, nor verifiable renunciations. The perception of a technologically achievable threshold functions as a deterrent without requiring an irreversible political decision.
However, this ambiguity further constrains diplomatic space and increases the likelihood of preemptive measures by adversaries, particularly Israel.
Israel continues to view developments in Iran’s nuclear program as an existential threat, maintaining a posture oriented toward anticipatory neutralization. Gulf states interpret Iran primarily as a systemic destabilizing factor and favor risk management approaches over direct confrontation.
The United States appears focused on containment and reinforced deterrence, aiming to prevent uncontrolled regional escalation while maintaining a credible military presence in the theater.
Relations with Russia and China provide Tehran with limited diplomatic and economic resilience, but they do not constitute an alliance capable of delivering direct military support in a crisis. Iran therefore remains largely alone in managing its strategic security.
This awareness reinforces self-sufficiency, but also contributes to an increasingly rigid posture, less inclined to compromise.
In the short- to medium-term, the main risk does not stem from a deliberate decision by Iran to escalate, but from cumulative friction dynamics.
Operations by proxy actors exceeding implicit thresholds, maritime incidents in high-density military areas, or preemptive actions interpreted as strategic attacks could trigger unplanned escalation.
In an environment characterized by saturated deterrence, internal pressure, and limited communication channels, the margin for error is significantly reduced.
In summary, Iran in 2026 remains a militarily credible regional power, yet politically constrained and economically vulnerable.
The system’s coercive capacity persists; what diminishes is its strategic elasticity.
For defense analysis, this is the critical point: systems under prolonged pressure do not necessarily collapse, but they tend to react in a more rigid and less predictable manner to shocks, increasing the risk of unintentional escalation in an already structurally unstable theater.
*Esperta Relazioni internazionali, istituzioni, geopolitica e diritti umani
**Expert in International Relations, Institutions, Geopolitics, and Human Rights
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