Di Giuseppe Gagliano*
CARACAS. L’annuncio di Donald Trump sull’annullamento della seconda ondata di attacchi contro il Venezuela viene presentato come un gesto di distensione.

In realtà assomiglia più a una sospensione condizionata delle ostilità che a una vera svolta diplomatica. La leva non è politica né umanitaria: è energetica.
La cooperazione avviata con Caracas riguarda infatti il cuore del potere venezuelano, cioè petrolio e gas, e arriva dopo un’operazione militare che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro e all’assunzione, di fatto, di un controllo statunitense sul Paese.

Il petrolio come chiave di volta
La narrativa ufficiale parla di ricostruzione e modernizzazione delle infrastrutture energetiche.
Tradotto: Washington intende rimettere in moto un settore strategico devastato da anni di sanzioni e cattiva gestione, ma facendolo sotto supervisione americana.
Il coinvolgimento diretto delle grandi Compagnie statunitensi, convocate alla Casa Bianca, chiarisce la posta in gioco.

I numeri evocati, fino a cento miliardi di dollari, appaiono però più come un messaggio politico che come un piano industriale realistico, viste le condizioni di PDVSA e l’assenza di garanzie operative.
Scenario economico: controllo dei flussi, non rilancio sovrano
L’obiettivo immediato non è rilanciare l’economia venezuelana, bensì controllare i flussi di produzione e vendita del greggio.
La Casa Bianca ha ammesso di intervenire sulla logistica e sulla gestione dei proventi, un livello di ingerenza che va oltre il semplice sostegno a una transizione.
È una forma di amministrazione esterna delle risorse, giustificata dalla sicurezza ma funzionale a riequilibrare il mercato energetico globale in una fase di forte instabilità.
Valutazione strategica militare: deterrenza permanente
La scelta di mantenere navi statunitensi dispiegate nell’area segnala che la minaccia militare resta sul tavolo.

La seconda ondata è stata cancellata non perché inutile, ma perché momentaneamente controproducente.
La deterrenza continua serve a garantire l’obbedienza del nuovo assetto politico e a preparare eventuali operazioni contro i cartelli della droga, estendendo il perimetro dell’intervento dalla crisi venezuelana a un più ampio controllo regionale.
Geopolitica della transizione forzata
Il rilascio di prigionieri politici viene presentato come prova di buona volontà, ma rientra in una trattativa asimmetrica. Washington ha legato sicurezza, transizione politica e risorse energetiche in un unico pacchetto.
È la logica del fatto compiuto: prima l’intervento, poi la normalizzazione sotto tutela. Le aperture verso l’opposizione, simbolizzate dall’invito a Maria Corina Machado, rafforzano l’immagine di una legittimazione internazionale costruita a posteriori.
Geoeconomia e fratture interne agli Stati Uniti
Il dissenso del Senato mostra che l’operazione venezuelana non è indolore nemmeno sul piano interno.
Limitare i poteri militari del presidente significa riconoscere che l’uso della forza per garantire accesso alle risorse pone problemi costituzionali e politici. Ma la frattura è più profonda: riguarda il confine tra sicurezza nazionale e gestione economica di un Paese terzo.
Conclusione: una pace armata dal mercato
La cancellazione degli attacchi non segna la fine della crisi venezuelana.
Segna l’inizio di una fase in cui il mercato, guidato dalla potenza militare, diventa lo strumento principale di governo. È una pace armata dal petrolio, instabile per definizione, che ridisegna il rapporto tra intervento militare e guerra economica nel Continente americano.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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