Di Alfredo Carlaccini
ROMA. Le proteste che stanno attraversando l’Iran tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 rappresentano il punto di convergenza di una crisi economica, sociale e politica senza precedenti.

Molto probabilmente, questa crisi è una delle più gravi per il regime degli Ayatollah abbia affrontato dalla Rivoluzione del 1979.

La cosiddetta “Guerra dei 12 giorni”, combattuta nel giugno 2025 contro gli Stati Uniti ed Israele, ha lasciato il Paese in uno stato di profonda vulnerabilità strategica ed economica.
Il rial ha perso oltre il 40% del suo valore ante conflitto e non meno importante da rilevare le infrastrutture energetiche e nucleari sono state gravemente danneggiate.
L’inflazione ha raggiunto livelli tali da rendere i beni essenziali, inaccessibili a gran parte della popolazione.
La fame ormai dilaga e più ancora dell’ideologia, questa ha spinto milioni di iraniani nelle strade, trasformando il malcontento in una rivolta, una rivolta degli affamati!
Qui si parla di sopravvivenza.
Le manifestazioni attuali si caratterizzano in modalità completamente diversa da quelle del 2022: molte sono le città in rivolta, il malcontento è più diffuso e le rivolte sono più organizzate e più disperate.
Tutte le 31 province sono coinvolte e in città come Teheran, Mashhad e Tabriz i manifestanti hanno occupato piazze, assaltato seminari sciiti e sedi dei Basij, simboli del potere religioso e paramilitare.
La risposta del regime, ormai messo alle corde è stato quello di chiudere punti di accesso ad internet e bloccare le linee telefoniche, isolando completamente la nazione dal resto del mondo e cercando di ostacolare il più possibile e il coordinamento dei rivoltosi.
La rivolta però non si ferma e grazie ai terminali Starlink venduti di contrabbando, il popolo iraniano non rimarrà isolato da mondo tant’è che tali collegamenti clandestini, stanno permettendo la diffusione di video che documentano una repressione brutale ed assassina.
Secondo ONG come Iran Human Rights, il numero delle vittime oscilla tra 600 e oltre 2 mila e, nel contempo, migliaia di persone sono state arrestate per l’invocato reato di Moharebeh, “nemico di Dio”, da parte delle Autorità governative iraniane, minacciando la pena di morte per chiunque partecipi alle proteste.

L’Ayatollah Ali Khamenei, di fronte a questa crescente ondata di proteste, ha scelto una linea di assoluta intransigenza e non certo di dialogo. Ha definito i manifestanti “vandali” e “mercenari” al soldo di potenze straniere, ribadendo che la Repubblica Islamica non arretrerà di fronte a quella che considera una campagna di destabilizzazione orchestrata da Washington e Tel Aviv.
Contestualmente il Governo ha organizzato imponenti contro-manifestazioni per mostrare che una parte della popolazione resta comunque fedele alla Guida Suprema.
Un tentativo del regime per rafforzare la narrativa interna influenzando parte degli indecisi e comunque per inviare un messaggio di forza all’esterno.
Vi è da dire che l’attuale contesto geopolitico amplifica ulteriormente la crisi poiché Israele, attraverso dichiarazioni del primo ministro Netanyahu, ha espresso apertamente mente sostegno ai manifestanti. Teheran accusa il Mossad di infiltrazioni e sabotaggi, sostenendo che l’obiettivo sia trasformare la protesta in un’insurrezione armata e personalmente non miè difficile pensare che in questo momento sia facile per l’Agenzia israeliana cavalcare l’onda della protesta.
Nel frattempo, Israele sta approfittando della distrazione interna del regime per colpire depositi di droni e missili destinati a Hezbollah e agli Houthi.
Dall’altro capo del mondo poi ci sono gli Stati Uniti, sotto l’amministrazione Trump, che come per il resto dell’attuale politica trumpiana alternano minacce di attacchi mirati a tentativi di dialogo segreto.
Washington in realtà vuole evitare un massacro, ma anche impedire che Teheran sfrutti il caos per rafforzarsi militarmente.
Sul fronte interno, la crisi economica ha raggiunto un livello tale da intaccare anche i pilastri tradizionali del regime.
Il rial come già detto ha toccato quota 1,4 milioni per dollaro, provocando la chiusura del Gran Bazar di Teheran, un evento che nella storia iraniana ha sempre anticipato cambi di regime.
La Guida Suprema Ali Khamenei ha emesso un “Ordine Esplicito di Soppressione”, mobilitando non solo i Basij ma anche le forze di terra dell’IRGC, un segnale evidente della gravità percepita dalla leadership.

Le defezioni tra i ranghi più bassi delle forze di sicurezza aumenta vorticosamente rappresentando un ulteriore elemento di instabilità.
In questo quadro, l’Iran appare come una polveriera e più delle altre volte il regime rischia di cadere, se questo riuscirà a soffocare la rivolta, lo farà al prezzo di un isolamento internazionale, un vero isolamento questa volta e di un’economia devastata.
Se invece le crepe all’interno delle forze di sicurezza continueranno ad allargarsi, potremmo assistere al più grande cambiamento politico in Medio Oriente degli ultimi quarant’anni, con conseguenze al memento visto gli attori in gioco sia interni che esterni difficili da prevedere.
L’auspicio è che si fermino i massacri deli manifestanti e che l’Iran possa trovare una via d’uscita, una via di transizione verso una democrazia, attraverso un processo politico inclusivo, capace di restituire dignità economica e libertà civili a una popolazione che da troppo tempo paga il prezzo delle ambizioni geopolitiche dei suoi governanti.
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