La Svezia spinge l’Unione: colpire la “flotta ombra” che tiene in piedi le entrate del Cremlino

Di Giuseppe Gagliano*

STOCCOLMA. Il ministro degli Esteri svedese Maria Malmer Stenergard ha scelto la conferenza sulla sicurezza di Salen per lanciare un messaggio semplice e scomodo: se l’Unione Europea vuole davvero aumentare la pressione su Mosca, deve chiudere i rubinetti non solo del petrolio e del gas, ma anche dei servizi che permettono a quelle merci di viaggiare. Nel mirino c’è la flotta russa che trasporta energia e carbone, e soprattutto l’ecosistema di supporto che la rende operativa: trasporto, trasferimenti di carico tra navi, assicurazioni, servizi portuali, riparazioni. È una proposta che arriva mentre Bruxelles prepara il ventesimo pacchetto di sanzioni, dopo i diciannove varati dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022.

Il ministro degli Esteri svedese Maria Malmer Stenergard – Credit – Foreign, Commonwealth & Development Office – https://www.flickr.com/photos/10246637@N04/54491373358/

 

L’obiettivo reale: colpire l’infrastruttura del commercio, non solo la merce

Il punto politico è questo: finora la guerra economica europea si è concentrata soprattutto sulle esportazioni russe e sui tetti di prezzo, provando a ridurre la rendita energetica del Cremlino. La Svezia chiede un salto di scala: non limitarsi a “cosa” si compra o si vende, ma intervenire su “come” quella ricchezza viene trasformata in denaro. È un passaggio decisivo perché la Russia, nel tempo, ha imparato a muoversi tra triangolazioni, cambi di bandiera, società di comodo, trasferimenti in mare e rotte indirette. Se tocchi l’infrastruttura, tocchi la macchina.

C’è anche un elemento di credibilità: Stenergard insiste che non è accettabile vedere consumatori russi benestanti continuare ad acquistare beni di lusso europei mentre l’Unione finanzia l’assistenza a Kiev. Il messaggio è interno prima ancora che esterno: la coerenza delle sanzioni misura la tenuta politica del fronte europeo.

 

Scenari economici: costi europei e benefici russi nel mirino

Un divieto totale di servizi europei alle navi russe avrebbe effetti a catena. Da un lato aumenterebbe i costi logistici e assicurativi per i trasporti collegati alla Russia, riducendo margini e capacità di competere. Dall’altro, però, non va ignorato l’effetto di ritorno: una quota di logistica, manutenzione e assicurazione marittima ruota anche intorno a porti e imprese europee. Tradotto: la misura colpisce Mosca, ma chiede agli europei di assorbire qualche contraccolpo, almeno nel breve periodo.

La Svezia aggiunge un altro tassello: i fertilizzanti russi, terza voce di export verso l’Unione. Bruxelles ha già introdotto dazi nel luglio 2025, ma Stenergard spinge per un livello superiore: sanzioni vere e proprie. Qui il campo minato è noto: l’agricoltura europea è sensibile ai prezzi degli input, e ridurre l’offerta può alimentare tensioni sociali e politiche. L’obiettivo strategico, però, è chiaro: se la Russia mantiene un ruolo decisivo su un mercato come quello dei fertilizzanti, conserva una leva di influenza indiretta sulle economie europee.

 

Valutazione militare e strategica: l’energia come arma, i servizi come bersaglio

Sul piano strategico, la proposta svedese mira a indebolire la capacità russa di finanziare lo sforzo bellico. L’energia resta la principale fonte di liquidità per il bilancio di guerra; se ne riduci la resa, costringi Mosca a scegliere: meno spesa militare, più tasse interne, più debito, oppure tagli al welfare. Nessuna di queste opzioni è indolore in un conflitto prolungato.

Il collegamento con l’Ucraina è esplicito anche nell’altra parte della notizia: l’Europa sostiene Kiev, mentre la Norvegia annuncia fondi d’emergenza per il settore energetico ucraino, colpito da mesi dagli attacchi russi, intensificati durante l’inverno. Qui la logica militare è lineare: Mosca cerca di piegare la resilienza civile ucraina attraverso la rete elettrica; l’Occidente risponde con denaro, riparazioni, generatori, infrastrutture. In parallelo, l’Unione prova a tagliare le entrate con cui la Russia paga missili e droni. È una partita speculare: colpire e riparare, sanzionare e ricostruire.

 

Lettura geopolitica e geoeconomica: un’Unione che deve scegliere quanto “guerra economica” vuole davvero fare

La spinta svedese segnala un cambio di tono nel Nord Europa: meno dichiarazioni di principio e più misure che incidono su interessi concreti. Ma una strategia del genere ha bisogno di tre condizioni.

La prima è l’unità politica tra i Ventisette: basta una minoranza di Paesi preoccupati per porti, assicurazioni, agricoltura o rapporti commerciali indiretti per annacquare il pacchetto.

La seconda è la capacità di applicazione: senza controlli, tracciamenti, sanzioni secondarie e cooperazione con partner esterni, la flotta “ombra” trova sempre un corridoio. Vietare è facile; far rispettare è l’arte.

La terza è il contesto globale: più l’Europa stringe, più aumenta l’importanza dei Paesi terzi come snodo di triangolazioni. La geoeconomia qui è spietata: se l’Unione non governa gli effetti indiretti, rischia di ridurre la pressione reale e aumentare i costi politici interni.

 

Il punto di arrivo: colpire la rendita senza perdere la bussola

La richiesta svedese è una proposta di guerra economica più dura e più coerente: non solo sanzionare prodotti, ma interrompere servizi e facilitazioni. È il tipo di misura che, se adottata davvero, segnerebbe un salto qualitativo del ventesimo pacchetto. Ma proprio per questo apre una domanda che l’Europa tende a rimandare: quanta pressione è disposta a esercitare, e quanta è disposta a pagare, per trasformare la propria potenza economica in potenza strategica.

Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna in alto