USA: la dottrina “Donroe” tra America Latina e Groenlandia. Il punto sulla dinamica in atto, sui rischi per la NATO e sulle mosse degli europei nell’attesa dell’incontro tra americani e danesi

Di Fabrizio Scarinci

WASHINGTON. Elemento cardine della strategia a stelle e strisce da circa due secoli, la cosiddetta “dottrina Monroe” è stata, indubbiamente, interpretata con particolare vigore dalla seconda Amministrazione Trump.

Il Presidente statunitense Donald Trump

Oggi come in passato, il principale obiettivo è quello di evitare che le maggiori potenze della massa continentale eurasiatica possano espandere la propria influenza nell’emisfero occidentale, considerato dagli USA come il proprio giardino di casa.

A tale approccio rispondono, naturalmente, anche il recente blitz in Venezuela e il conseguente “commissariamento” del regime di Nicolas Maduro, con cui, oltre a combattere il traffico internazionale di stupefacenti, Washington intende, da un lato, far sì che il petrolio venezuelano possa tornare sul mercato statunitense per contribuire ad una riduzione del tasso d’inflazione interno e, più in là nel tempo, al rilancio del settore manifatturiero, e, dall’altro, precludere il suo utilizzo a Mosca e Pechino, mostrando, al contempo, la loro inaffidabilità come alleati.

L’ex Presidente Nicolas Maduro e la consorte Cilia Flores sotto la custodia dagli agenti della DEA statunitense – Credit – GeoScope

Un aspetto, quest’ultimo, rimarcato anche dalla recente diffusione della notizia secondo cui, in passato, per la precisione nel 2019, il Cremlino avrebbe informalmente cercato di barattare il proprio sostegno a Maduro con un abbandono statunitense dell’Ucraina; una proposta che la prima Amministrazione Trump avrebbe, peraltro, rifiutato.

Certo, qualcuno potrebbe anche immaginare che, dopo anni di tensioni bilaterali e di progressivo consolidamento della partnership tra Mosca e Pechino, il capo della Casa Bianca potrebbe aver finito per ripensarci e per accettare la proposta formulata dal suo omologo del Cremlino.

A dire il vero, però, soprattutto alla luce del recente sequestro delle petroliere appartenenti alla cosiddetta “flotta ombra” russa “Marinera” e “Sophia” (posto in essere proprio in conseguenza dell’embargo imposto al Venezuela), nonché del (timido) accenno di convergenza avutosi con gli alleati europei dopo mesi di gelo riguardo alle proposte di accordo finalizzate a congelare il conflitto ucraino, è ben difficile immaginare che Washington stia, al momento, seguendo tale schema, anche se, naturalmente, l’intenzione di riavvicinare in qualche modo Mosca al fine di sganciarla da Pechino rimane ancora forte.

Sviluppata in un momento di evidente riscoperta della realpolitik, che, nelle Americhe, gli USA hanno, in realtà, sempre praticato, la dottrina “Donroe” (questo il nome del corollario con cui l’attuale Amministrazione si ripropone di integrare l’originale dottrina Monroe) prevede, però, non solo il recupero di un maggiore livello di attenzione verso Paesi quali Venezuela, Colombia, Messico o Cuba, ma anche la possibilità che il Canale di Panama venga riannesso e che la Groenlandia, territorio associato al Regno di Danimarca, venga incorporata come 51esimo Stato; cosa, quest’ultima, su cui il Presidente ha molto insistito nel corso degli ultimi giorni, con tutte le conseguenze del caso su un’alleanza transatlantica, che, dopo aver perso la forte coesione ritrovata a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, rischia, ora, di piombare in una situazione di caos senza precedenti.

Veduta aerea della capitale groenlandese Nuuk – Credit – Quintin Soloviev –

Come ben sappiamo, l’interesse di Washington per la gigantesca isola nord-atlantica non è affatto nuovo.

Già nel 1868, subito dopo aver acquistato l’Alaska dalla Russia, gli USA iniziarono, infatti, a maturare l’idea di estendere la propria attenzione verso la regione artica, con la stesura di un rapporto governativo in cui Groenlandia e Islanda vennero considerate come possibili tasselli di un’espansione strategica e commerciale nell’Atlantico settentrionale.

A proporne formalmente l’acquisto sarebbe, invece, stata, svariati decenni dopo, l’Amministrazione Truman, che, nel secondo dopoguerra, in vista della sfida globale con l’Unione Sovietica, considerava l’isola un importante asset per l’allerta precoce nel Nord.

L’idea sarebbe anche stata approfonditamente discussa con i danesi, che tuttavia avrebbero scelto di declinare l’offerta, accettando, però, un accordo in ambito NATO teso a regolare e a consolidare la presenza delle forze militari statunitensi sul territorio groenlandese.

Una nuova ipotesi di acquisto sarebbe, poi, stata formulata durante la prima Amministrazione Trump, per la precisione nel 2019, ma anch’essa si sarebbe sentita rispondere di no.

Ora, però, la situazione appare molto diversa, sia perché il quadro internazionale si è notevolmente deteriorato, con una notevole intensificazione delle dinamiche di competizione tra le maggiori potenze del pianeta, sia perché, in linea con i tempi, anche il tycoon, il suo entourage e lo stesso schieramento repubblicano al Congresso sembrerebbero essere molto più assertivi di quanto non fossero sette anni orsono.

Proprio nei giorni scorsi, infatti, il deputato del “GOP” Randy Fine ha presentato un disegno di legge (a cui, a dire il vero, i democratici hanno risposto con una proposta di segno opposto) che autorizzerebbe il Presidente a compiere qualsiasi azione necessaria non solo per acquistare l’isola, ma, eventualmente, anche per annetterla (cosa che potrebbe avvenire o con l’uso della forza o, tutt’al più, mediante una strategia più sottile che mirerebbe dapprima ad indurre i groenlandesi a distaccarsi da Copenaghen, per poi convincerli ad unirsi a Washington).

Nello specifico, ciò che i vertici USA lamentano, in maniera, in parte, anche maniera pretestuosa, è che il territorio groenlandese, caratterizzato da enormi riserve di gas naturale, petrolio, diamanti, oro, uranio, piombo e “terre rare”, nonché da una collocazione geografica di estrema rilevanza strategica (elemento, quest’ultimo, che sembrerebbe, tra l’altro, destinato a crescere qualora l’Artico divenisse navigabile per periodi sempre più lunghi), sarebbe pressoché indifeso rispetto alla sempre più massiccia presenza russa e cinese nell’area.

Cartina che rappresenta in pieno l’enorme rilevanza strategica del territorio groenlandese rispetto ad un eventuale incremento dell’utilizzo dell’Artico – Credit – InfoDefenseITALIA

In ragione di quanto appena detto, l’ipotesi secondo cui Washington sia davvero disposta a tirare dritto fino ad umiliare il suo piccolo alleato danese, nonché le stesse autorità locali groenlandesi, che, stando a quanto si è avuto modo di apprendere, sembrerebbero preferire Copenaghen, appare, dunque, piuttosto realistica, tanto più in considerazione delle recenti (e verosimilmente non ancora sopite) polemiche con gli alleati europei riguardo a spese militari e assunzioni di responsabilità di carattere strategico.

In tal caso, la scommessa della Casa Bianca potrebbe essere quella per cui, alla fine, i danesi e gli altri Paesi del blocco NATO/UE (per lo più contrariati dall’iniziativa statunitense) finiranno per cedere senza mettere in discussione la loro Alleanza con gli USA, di cui, come noto, hanno, al momento, un disperato bisogno.

A ricordaglielo anche lo stesso Trump, che, nei giorni scorsi ci ha tenuto a ricordare come i russi temano la NATO solo perché al suo interno c’è anche Washington.

Cionondimeno, non è ancora detta l’ultima parola, anche perché, conformemente alla forma mentis da uomo d’affari che lo caratterizza, il capo della Casa Bianca potrebbe benissimo aver “sparato in alto” al fine di intimorire l’interlocutore prima di fargli o, magari, ricevere da esso una proposta più ragionevole.

Proprio su questo sembrerebbe contare il governo di Copenaghen, i cui rappresentanti incontreranno oggi, nella capitale statunitense, il Vice Presidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio al fine di avanzare un’allettante proposta concernente la creazione di ben dieci tra basi e avamposti militari (con cui, di fatto, si tornerebbe ad una presenza USA simile a quella degli anni della Guerra Fredda) e una serie di accordi particolarmente vantaggiosi riguardo a petrolio e terre rare.

Allo stesso tempo, i governi di Danimarca, Regno Unito, Francia, Germania ed altri Paesi del vecchio continente starebbero valutando e/o predisponendo l’invio di truppe sull’isola con il duplice obiettivo da rassicurare i vertici di Washington riguardo alla sua difesa e di rendere meno praticabile, dal punto di vista politico, l’ipotesi di un arrivo in forze da parte statunitense.

L’idea secondo cui Trump stia, in qualche modo, “mirando alla Luna per colpire l’albero” sembrerebbe essere condivisa anche dal nostro Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che, nei giorni scorsi, si è dichiarata piuttosto scettica riguardo alla possibilità che gli USA vogliano davvero condurre un’operazione militare contro Copenaghen (operazione che, in ogni caso, non verrebbe condivisa dall’Italia), specificando, come a suo parere, il vero obiettivo di Washington sia quello di porre l’accento sulla sicurezza dell’Artico.

Il Presidente Meloni ha, quindi, auspicato che l’Europa continui a lavorare in ambito NATO per una maggiore presenza dell’Alleanza nella regione e annunciato la delineazione di una strategia artica italiana.

In generale, come tale questione finirà, al momento, non è dato saperlo. Di certo, soprattutto in considerazione della difficile fase storica che stiamo vivendo, l’auspicio più logico è che questo “fulmine a ciel sereno” non porti davvero l’Alleanza transatlantica al punto di rottura. A gioirne sarebbero, ovviamente, soltanto i nemici esterni di Europa e Stati Uniti.

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